Dove sono le cose selvagge

23 luglio 2012
Pubblicato da

 di Francesca Matteoni

 

C’è un paese dove i libri si aprono e fanno magie. Gli adulti si svestono della loro adultità, i bambini si conoscono tutti per nome. Max, Mickey, Ida, Maurice Sendak, il loro creatore. Le magie non sono buone né cattive. Devi crederci. Indossare il tuo costume di lupo, nuotare nel bricco del latte, suonare nel corno incantato. La tua stanza è ovunque e la Via Lattea un’enorme bottiglia di vetro, colma fino all’orlo. Ci sono viaggi sul vento e per mare. I genitori sono perduti, distratti, addormentati. I bambini si svegliano, non si perdono in pianti e paure. Vanno alla scoperta, alla ricerca.

1.

 In Where the Wild Things Are, Max ha un attacco di disobbedienza acuta, fa, come avrebbe detto J.M.Barrie , il cane rabbioso; completamente calato nel suo travestimento animalesco, si ribella alle regole dei genitori, vorrebbe tirar giù tutta la casa, chissà, e viene mandato a letto senza cena. Ma se lui è un lupo, anche la sua camera deve adattarsi – ad occhi chiusi, la lascia crescere in una foresta che fruscia intricata dove stavano tende e coperte; l’attraversa, si affaccia sul mare, con una barca naviga per un anno, fino al paese delle cose selvagge. Quanto tempo eppure si è solo voltato la pagina! Nessun muro, nessun genitore. Nemmeno per un attimo gli sopravviene l’angoscia di essere lontano e smarrito o di poter finire triturato dalle dentature aguzze e prominenti dei mostri che gli ruggiscono contro, roteano occhi gialli, troppo grandi per fare davvero tremare un bambino che la sa lunga. E infatti Max li ferma tutti con il suo trucco magico: lui, il più selvaggio, viene incoronato re. Seguito dalle creature bizzarre, cornute, zannute, dragonesche, al sicuro dentro strati di pelle dura, artigli, pelliccia, fa una danza di cui anche al di qua della carta, arrivano gli scalpiccii, i salti, gli ululati.

Non ricordi? Non è stato così anche per te? Bambini selvatici che fanno rotolare la palla del mondo, quando gli adulti si voltano, presi nella loro fretta. Bambini che hanno tempi straordinariamente lunghi, perché i pomeriggi e le notti sono intere vite, più e più volte inventate. E sono mostri davvero, quelli che incontri, con quei corpi a righe e le squame, con la luna tagliata bianca, sullo sfondo notturno di queste illustrazioni ipnotiche, in cui cadi, indietro, verso la foresta? Rovesciavo le ceste dei giochi sul tappeto, quando ero selvaggia, e una volta rovesciati – il maialino di gomma, le costruzioni lego, pezzi di giornalino, tappi di succo di frutta, pistole ad acqua, pupazzi con le lacrime e il pelo rosso, mobilio di bambola, figurine sui koala e le pantere, elastici, oggetti a molla –stavano lì a guardarmi, meravigliosamente confusi, come un capo carismatico. Allora uscivo, percorrevo il corridoio seguita da spettri parlanti. Correvo fuori a prendere la bici, a buttarmi giù urlante per la discesa, frenando con le espadrillas, perché disdegnavo l’uso dei freni, finendo nella polvere con le ginocchia piene di croste. Non so quanto tempo trascorresse prima che arrivassero gli altri bambini, iniziassero i giochi condivisi. O prima che qualcuno si affacciasse a gridarmi che non le pagavo io le scarpe! Quanto deve passare perché tu senta la mancanza, perfino di un rimprovero, di chi ti vuole davvero, anche se non ti capisce o non è come te?

Circa un anno all’andata, così come al ritorno, suggerisce il libro saggio, pauroso, entusiasmante. Sarà tutto ancora là, un odore di cena calda, che viene dal davanzale. Allora forse non sono le cose che mutano, sei tu che ti sposti, inquietamente, bambino o adulto, che devi scovare un’altra prospettiva, pure buttando tutto per aria, lacerando e scappando, facendo esperienza di un paese ostile, di una violenza che ti cresce addosso, secondo strato di epidermide, ti mangia con il suo amore vorace, senza misura.

Taglia la seconda pelle, annusala, torna, scegli un amore che non sbrana – ma tieni a mente anche gli artigli che hai al posto delle unghie, che fanno brillare le foglie delle isole antiche.

2.

 Un’altra esplorazione nelle ore del sonno, ma non così lontano – non è il rumore di bestie sconosciute o lo sciabordio della marea a disturbare Mickey, ma i suoni, mestoli, scodelle, rimescolio di latte e uova, che provengono dalla cucina notturna. In the Night Kitchen, è il secondo libro di un’ideale trilogia, un luogo che svela il cuore dell’immaginazione – si colma di volti, oggetti reali, ma messi in un altro posto, riordinati dalle rime e le assonanze delle parole. Mickey fluttua nudo per le stelle, finisce nell’impasto per i biscotti di tre panettieri paffuti, tre gemelli di Oliver Hardy, l’Ollio, proprio lui, amico di Stanlio. Si libera appena prima di finire nel forno – sullo sfondo stellato enormi vasi di marmellata, cibi in scatola, spezie, barattoli che sono grattacieli, antenne-frullino e tetti-imbuto: la cucina notturna si apre su una città intera, un mondo-amuleto, dove le masserizie che stanno in una mano diventano i contenitori, e su, verso lo spazio, alla volta dell’ingrediente più prezioso, il latte. Mickey si fabbrica un aereo di pasta fresca, vola, giocando con la falsa rima del suo nome, fino alla Milky Way, che non è altro che un’alta bottiglia, in cui il velivolo si scioglie, il bambino nuota dentro il latte e con il latte dentro di sé. Riempie il bricco per i panettieri, per poi rilasciarsi al sonno, asciutto e senza zuccheri tra le dita, nei capelli.

Sei piccolo. Ti spogli. Ti cuoci nel calore della casa. Nell’altra terra, città, ci sono perfino i personaggi della televisione, ma tutti sono un’altra cosa – una cosa accogliente e strana, che modelli, senza troppo pensiero. Cosa vedi quando non vedi. Sei in pace. Quando tutto è un po’ stralunato, assurdo, non ti giudica, non ti mette vergogna, divieti. Sogna.

3.

Chissà se ognuno ha un’immagine di quando era davvero molto piccolo, una vaga e brusca intromissione del mondo esterno, un fatto sconvolgente, di cui non sai parlare, metti dentro la memoria come qualcosa di terribile che non è accaduto a te, eppure avrebbe potuto. Quando Sendak crea Outside, Over There, ricorre al folklore diffuso del changeling, il folletto che le fate lasciano nella dimensione umana come sostituto dei bambini rapiti, ma è un trauma vivido, esperito a 4 anni, che affronta fuori da se stesso: la fotografia di un altro bambino, fatto carcassa immobile, sfigurato. È il marzo del 1932, il figlio di venti mesi dell’aviatore Charles Lindbergh, sparisce dalla culla, anche se sono tutti in casa – il padre, la madre, la balia. Una busta bianca, con una richiesta di riscatto, è appoggiata su un mobile della stanza. Una scala rudimentale è stata fatta a pezzi e gettata non molto distante. Passano poco più di due mesi e a maggio i resti del bambino vengono trovati per caso da un camionista, in un cespuglio a qualche kilometro dalla casa: il corpo è in fase avanzata di decomposizione, il cranio mostra i segni di una frattura mortale. Lo sai che un bambino che muore, così piccolo, brutalmente, senza la parola, è una presenza spettrale che continua a comparire? Devi seppellirlo sui confini, sotto il muro del cimitero, dentro il biancospino. Le fate se lo prendono. Devi benedirlo se lo incontri nell’oscurità. Devi riconoscerlo, se appare, come un animale.

Nel libro i genitori non sono attenti. Il padre in viaggio, sulla nave; la madre assorta sotto il pergolato. Ida suona il suo corno magico per far dormire la sorellina, ma le dà le spalle, non si accorge della scala, dei goblin incappucciati che salgono a portare via la bambina. Per salvarla, deve compiere riti, vestirsi con l’impermeabile della madre per affrontare il vento e la tempesta; cogliere nell’aria il suggerimento del padre, che le impedisce di volare altrove, via dalla caverna dei goblin, dove sta per celebrarsi il matrimonio – sua sorella come piccola sposa. Là sotto i folletti hanno fisionomie infantili – Ida soffia e suona lo strumento incantato, li fa danzare freneticamente, sparire in una corrente d’acqua e vapore, così che solo la sorellina rimanga ad attenderla, accoccolata in un guscio d’uovo. Sanno i bambini, sempre, che dovranno cavarsela da soli. Che dovranno prendere dai genitori quello che loro possono dare: un consiglio, un cappotto per la pioggia.

Le illustrazioni sono diverse dagli altri due libri, quasi uscite da un quadro preraffaellita, da un periodo in cui abbondavano, nella letteratura inglese, storie di bambini volanti e bambine curiose, di giardini segreti, di sorelle attratte dalle mercanzie e dai trucchi di ambigui folletti. E naturalmente c’è il cane. Lo vedi? Un pastore tedesco, perfettamente restituito dal disegno, che non si muove, è lì, come un guardiano. Sendak ne possedeva uno, chiamato Hermann (da Melville, uno dei suoi autori preferiti), diceva, e come dargli torto!, che la compagnia dei cani era superiore a qualsiasi amicizia umana. Credo che lo abbia messo nel libro come una protezione, perché andando indietro, alla vicenda originaria, potesse scrivere un altro finale, un finale giusto, ma non ripulito dell’orrore.

Non è questo che accade con l’infanzia quando la si rivive senza edulcorazioni? Stai dentro di lei come in un pozzo di spaventi, un pozzo su cui si affacciano cielo e funi, da cui si scavano cunicoli verso tane, grotte di meraviglia e di mistero. Ti chiedi come può essere così bello e così fragile e come diventerai adulto, se da adulto fingerai che niente sia successo. Quello che hai è quello che impari. Risalire, scorticandoti le mani; tenerti alla corda che hai legato in sogno; essere pratico, pragmatico, con una scorta d’acqua, cibo; ascoltare bene anche chi non ha la tua lingua; aggrapparti al tuo gatto, al tuo cane, per conforto; non smettere di nutrire fiducia in ciò che devi fare, nelle vite che puoi amare. Arrivare in cima, dire ai bambini che sono stati, che non ce l’hanno fatta o sono partiti per altre destinazioni: non vi ho scordato, mai.

 

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2 Responses to Dove sono le cose selvagge

  1. diamonds il 23 luglio 2012 alle 12:06

    per anni ho dovuto prendere sonno con un orecchio premuto sul cuscino e l’altro tappato da un dito,perchè quando ne avevo 7 ero sicuro che una strega mi si fosse infilata nella stanza palesandosi con un affannato respiro,spaventandomi al punto di costringermi a bagnare il letto(in realtà non avevo ancora fatto i conti con la scarsa qualità dei materiali da costruzione e con l’ottima propensione degli amanti a “combattere il crimine” reiterando il peccato originale).Se avessi avuto allora la capacità di sublimazione che ogni tanto mi sembra di possedere forse oggi avrei potuto vantarmi di essere stato citato nel “formaggio e i vermi” del buon Carlo

    http://touslesjourslagrandechose.blogspirit.com/media/00/02/dcf04eba43b1a411a01afc7057f13288.mp3

  2. mariasole il 27 luglio 2012 alle 13:47

    E’ molto bello, Francesca. E leggerti è un po’ come cadere in una piccola tana/mondo , non sotterranea ma parallela, non terra di sogno che nega il reale (un altro finale, un finale giusto, ma non ripulito dell’orrore) ma che lo mostra da un nuovo lato, con altro sguardo – interno che permette la riscrittura degli esterni. Gli occhi dei bambini sono sempre più grandi, si restringono col passare degli anni. Mantenere l’occhio aperto è necessario (quello che hai è quello che impari )



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