Dall’Ufficio Architettura Morbida

13 ottobre 2012
Pubblicato da

di Lisa Robertson 

 

Vogliamo una intelligenza che sia alta e argento, nera e obliqua, che faccia le fusa e amplifichi i suoi interni; una cosa sottile, una cosa lunga, un centinaio di video, una boutique. Essendo passivi e indipendenti, abbiamo bisogno di teoria. Studiamo la sintesi della sincerità, lo spazio dei sintetici, poiché sono contingenti e irriducibili. Dato che possiamo, schiviamo l’ansietà dell’origine. Vogliamo esercitare appieno il destino con cose estremamente normali come la nostra mente.

Una città è già una cosa piatta e colossale. Siamo laggiù, alla fine del vialetto, guardando verso sud con occhi normali. Questo è quanto sappiamo: la carne è adorabile e a noi ripugna il moralismo dei monumenti. Ma un padiglione è bene. Crediamo che un padiglione di sintetico sia cosa molto buona. L’accesso non sarà un problema visto che a noi le nostre menti divertono davvero. Qualsiasi cosa è qualcosa. Il popolare non è pre-esistente. Non è protocollo. Cerchiamo di ricordare che stiamo sempre diventando popolari.

Il sintetico spaziale irreparabilmente eccede la sua stessa struttura. Per esempio: guardando a ovest, guardando a ovest, guardando a est da nord-est, guardando a nord-ovest, guardando a nord-est, guardando a ovest, caricando lana, guardando a ovest, guardando a nord, guardando a est, guardando a ovest, guardando a nord, guardando a nord-est, guardando a nord-est, guardando a ovest, guardando a ovest, guardando a ovest, i binari sono antichi, guardando a sud, guardando a nord, guardando a nord, guardando a est, guardando a ovest, guardando a ovest da sud-est; e dunque, spazio. E soltanto attraverso il gestuale. Occhi belli. Correnti d’aria.

Ora l’intero scopo della nostra cognizione speculativa amplifica il principio del sintetico. Tutto brilla, delizia, sfuma, procede. Flottiamo attraverso tale cognizione con grazia eccezionale. Attaccati come siamo ai sensi, manifestiamo la pura porosità delle boutiques. Le boutiques sono categorie. Abbiamo tanto tempo. Il problema non è come fermare il flusso di artefatti e superfici al fine di stabilizzare il luogo, ma come articolare la politica del loro passaggio. Ogni cultura è il fiotto tremendo delle sue splendide forme esteriori.

Sebbene alcuni di noi apprezzino il suo fascino comune, a volte casual, l’identità, sinceramente, ci ha estenuati. Così sprofondiamo a terra e pretendiamo dell’intrattenimento. Vogliamo disegnare nuovo amore per voi, poiché siamo affamati di bellezza immodesta, sensazionale, pubblica, rivoluzionaria. Vogliamo dignità e grammatura e fontane. Qual è la struttura della libertà? È interamente sintetica.

L’oggetto più piacevole sarebbe la speranza erotica. Cosa c’è di più bello che compilarlo con le nostre menti, convertendo la complicità in una sintesi? Un sintetico dello spazio improvvisa una forma impensata. E se non la chiamassimo più identità? Il sintetico spaziale cessa di enumerare come abbiamo fallito. Basta coi balbettii dialettici. Proponiamo un congegno teoretico che amplifichi la cognizione delle soglie. Aggiungerebbe al corpo un vertiginoso impensabile. Ovvero, un padiglione.

 

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da: Lisa Robertson, “Spatial Synthetics: A Theory” (2001), <http://jacketmagazine.com/14/robertson-lisa.html> , ora in Occasional Work and Seven Walks from the Office for Soft Architecture (Coach House, 2011). Trad. di Renata Morresi.

Foto: Brooklin Bridge (1914), di Eugene de Salignac

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3 Responses to Dall’Ufficio Architettura Morbida

  1. Fernando Bassoli il 13 ottobre 2012 alle 23:12

    Però, che bel pezzo, originale ma lieve, come se l’autore si prendesse sul serio ma, allo stesso tempo, non si prendesse sul serio affatto.
    Come se ogni periodo danzasse sull’orlo del precipizio e sorridesse intimamente del pericolo di lasciare le cose a metà.

    • rmorresi il 14 ottobre 2012 alle 11:20

      sì, vero, anche a me è piaciuta molto per questo – sembra il pezzo di un architetto-accademico che si è appena fatto d’acido e in preda a possessione psichedelica (che un po’ fa ridere, un po’ fa stupore), addirittura scopre un nuovo linguaggio per lo spazio civico…

  2. Andrea Raos il 16 ottobre 2012 alle 17:45

    Che bella pesca che hai fatto Renata, complimenti. Lisa Robertson e’ una scrittrice interessantissima e il suo “The Weather” mi accompagna da un po’. Grazie!



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