Quelli che bruciano

3 giugno 2013
Pubblicato da

di Helena Janeczek

Non mi ero pentita di averla accesa. Nel parterre mancavano gli ospiti che persino mio figlio riconosce come presenze di un patto sado-maso tra pubblico e programma, non stavano sbraitando, nemmeno interrompendosi di continuo. I servizi si concentravano su questioni più interessanti del consueto, rendendo tollerabili le inevitabili dosi di retorica. Poi il giovane conduttore si è avvicinato a un uomo in platea, uno di quelli invitati nel ruolo della gente-che-porta-la-sua-testimonianza. La storia doveva essere giunta al cosiddetto onore della cronaca ma non ne sapevo nulla. Mi arriva solo la faccia del piccolo imprenditore senza lavoro, gli occhi con le lacrime malassorbite. Dopo le elezioni, il testimone era andato davanti alla casa di Beppe Grillo e lì aveva conosciuto un altro artigiano: Mauro Sari, piastrellista, che tre giorni prima si era dato fuoco in una piazzuola sull’Aurelia a Vado Ligure. Entrambi avevano votato per i 5 Stelle, entrambi speravano in un aiuto del fondatore. Corrado Formigli fa partire il supporto foto e video per affiancare la faccia e le parole del uomo morto alle parole dell’uomo in piedi. Quest’ultimo, Giuseppe Piscitello, racconta che Sari si era stancato dell’attesa ma prima di andarsene gli aveva dato i suoi recapiti. Poco dopo, Piscitello era stato fatto entrare per un breve colloquio con Beppe Grillo che gli avrebbe promesso di ricontattarlo dopo pochi giorni. Formigli a un certo punto interrompe la testimonianza, devia il discorso verso i terreni meno accidentati dell’opinione politica. Sollecitato dal conduttore, Piscitello sostiene che Grillo avrebbe dovuto cominciare a “far qualcosa” e per fare qualcosa avrebbe dovuto accettare qualche forma di governo con il Pd. Sa come interpretare la parte del popolo che va in tv, ma non sembra davvero interessato a parlare di questi aspetti. Vuole arrivare al punto, all’accusa. Formigli gli si avvicina a un palmo mentre rimarca una presa di distanza. Grillo non ha mai governato il paese e non lo governa adesso, controbatte. E’ chiaro che non è che Beppe Grillo poteva salvare la vita di quell’uomo, no? Quell’uomo ha deciso di uccidersi perché è un uomo disperato. Grillo, lei dice, poteva fare una scelta politica di alleanza, di governo, che magari poteva cambiare in futuro le sorti di questo paese, probabilmente non le sorti di Mauro, no? L’argomentazione non suona solo paternalistica o ipocrita ma sostanzialmente campata in aria. Il testimone è venuto apposta per dire l’esatto contrario e Formigli lo sa bene: ma prima deve mettere le mani avanti, forse barcamenarsi nel tenere a bada i demoni da lui stesso convocati. Piscitello prosegue a raccontare che Sari l’aveva chiamato diverse volte per sapere se Grillo si fosse fatto vivo e poi conclude: magari aveva solo bisogno di una pacca sulle spalle, di una parolina,“non preoccuparti Mauro che qualcosa faremo”. Non l’abbandono assoluto.
Più tardi scoppia una zuffa per un tweet con cui Salvo Mandarà, filmaker del M5S, esprime che Formigli dovrebbe darsi fuoco se avesse una coscienza, polemica che oscura tutto il resto. Il conduttore usa facebook per difendere la propria correttezza professionale, ricevendo un po’ di solidarietà seguita da una gragnuola di accuse di sciacallaggio. Ma il disagio per la televisione che sfrutta e strumentalizza il dolore l’avevo visto montare su proprio su twitter durante la messa in onda e non da parte dei simpatizzanti del M5S.
Per quanto mi riguarda, il disagio era aumentato anche guardando il servizio trasmesso subito dopo aver rimesso Piscitello al proprio posto di popolo-pubblico. Grillo che in diversi comizi denuncia la disperazione dei piccoli imprenditori schiacciati dalla crisi, racconta storie strazianti, urla che loro del Movimento sono gli unici a fare ciò possono per dare aiuto, anche solo l’aiuto di un po’ di ascolto perché “se ti senti totalmente invisibile diventi pericoloso, questo lo sanno anche i bambini.” Grillo che commenta la morte di Sari dicendo che si sente partecipe al dolore e anche responsabile perché non aveva capito sino che punto quel uomo fosse disperato. Grillo avvicinato dopo i comizi da uomini che gli consegnano i loro numeri di telefono, che elargisce abbracci e persino baci sulla fronte dei simpatizzanti. Qualcuno dei commentatori al post di Formigli rivendicava la scorrettezza di mostrarlo quasi fosse Padre Pio, ma se pare evidente che il video sia stato montato per veicolare un simile messaggio, il materiale filmico esibito non dev’essere stato difficile da riprendere o reperire. A me, a dire il vero, Grillo appariva più come una strana via di mezzo tra un santo taumaturgo e l’antica figura del politico-notabile chiamato a darsi da fare per gli elettori-clientes, ma non lo dico con spregio di giudizio. Lo dico con tutto lo sconcerto e il malessere che quella trasmissione mi ha lasciato addosso, malessere che avvertivo come qualcosa di più profondo di ogni tentativo di strumentalizzazione e che mi ha portato, infine, a ricostruire sin dall’inizio le vicende di Sari e Piscitello.

Il 26 aprile tutte le troupe sono appostate davanti alla casa del vincitore elettorale, ma Beppe Grillo non esce per rilasciare dichiarazioni. I giornalisti quindi si accontentano di intervistare prima Mauro Sari, venuto con l’Ape Piaggio azzurra con la striscia Grazie Beppe appiccicata sul parabrezza, e poi Giuseppe Piscitello. Sari dice di voler chiedere solo un consiglio, parla come un uomo mite e insicuro, nello sguardo traspare un’ansia depressiva. Piscitello è più aggressivo, rivendica i venti voti dati in famiglia all’M5S, vuole sapere Grillo che cosa ne farà, ora che ha conseguito il 25%. Provocatoriamente (forse anche perché ha l’accento meridionale) una giornalista gli chiede se ha fatto le foto alle schede, ma lui ribatte che è reato e che non si tratta proprio di voto di scambio. Più tardi, dopo essere stato filmato durante il colloquio con Grillo sull’uscio della casa, ribatte che è già contento così, molto più contento, non se lo sarebbe mai aspettato. Ripete con enfasi dimostrativa che Beppe Grillo è una persona seria che fa quel che promette: più avanti, con più calma, lo chiamerà per parlare dei problemi dei piccoli-medi imprenditori.

Passa poco più di una settimana e Piscitello viene imbarcato sulla nave-madre dei talk-show con Piazza e Popolo, ospite di Santoro nella puntata del 7 marzo di Servizio Pubblico. Un operatore lo segue nel suo appartamento, in banca dove un funzionario con volto oscurato e voce distorta gli illustra il debito accumulato senza aver fatto prelievi, in un ospedale dove in anni passati aveva lavorato alla ristrutturazione. Il titolo con il quale il video viene postato all’indomani su vari siti, tra cui Il Fatto Quotidiano, varia da “l’urlo di Giuseppe” a “Grillo, aiutami tu”.
Durante la trasmissione Piscitello attacca Rosy Bindi, ignara dei problemi veri delle persone che non sanno come tirare avanti, le dice che è con il deretano sulla sedia da troppi anni, la invita a andare a casa per il bene del paese. Usa il “noi” con veemenza, un “noi” che non sta per il Movimento 5 Stelle che rivendica ancora una volta di aver votato, ma per tutta la gente stanca, arrabbiata, esasperata che chiede concretezza, soluzioni. Però quel attimo di gloria televisiva Giuseppe Piscitello lo ha raggiunto grazie all’episodio precedente, l’essere stato filmato mentre parlava con Grillo e poi intervistato davanti alla sua casa.
Nel giro di brevissimo, Piscitello è passato dall’ombra alla visibilità, dal silenzio all’ascolto amplificato, misurabile in dati di share e audience. In quell’occasione non nomina Mauro Sari, ma è pressoché inevitabile figurarsi che il suo nuovo compagno di ventura l’abbia guardato, magari con tutta la famiglia, mentre ribadiva la sua fiducia in Beppe Grillo e la cantava chiara all’esponente della casta Rosy Bindi. E quindi immaginare che con tutta quella visibilità straordinaria, debba essersi ancora più accesa in entrambi la speranza di un aiuto o di un semplice ascolto.

Su quel che è successo esattamente da allora sino alla morte di Mauro Sari rimangono alcuni punti poco chiari. Sia Grillo che la moglie di Sari hanno affermato che il 26 aprile c’era stato un colloquio diretto anche con il guidatore dell’Ape Piaggio, mentre le telecamere presenti davanti alla casa del leader politico sembrano piuttosto dare credito alla versione di Piscitello, ossia che fosse stato solo lui a perorare per interposta persona la richiesta di Mauro Sari.
La versione della moglie è riportata in un’intervista che esce, al riparo dalle grandi macine dello sfruttamento del dolore e del suo abuso politico, sulle pagine savonesi de Il Secolo XIX, in data 19 maggio.

“Si sentiva tradito da Grillo, che lo aveva ricevuto a casa sua a Genova subito dopo le elezioni. Poi più nulla. «Non mi ha più richiamato, gli avevo lasciato il mio numero di telefono».
Due volte Mauro Sari era andato a Roma per parlarci di nuovo, ma non ci era riuscito. La seconda volta aveva chiesto scusa alla sua famiglia, alla moglie e alle due figlie adolescenti che non riusciva a portare in pizzeria:«Ho sprecato i soldi del viaggio, scusatemi».
Venerdì si è dato fuoco lasciandole sole. A Grillo non gli aveva mai chiesto denaro per sé ma soltanto la possibilità di lavorare rimuovendo gli ostacoli burocratici legati a mancati versamenti previdenziali.
«Era un bravissimo artigiano edile. Voleva solo lavorare, ma si sentiva deluso da Grillo, che aveva
visto come l’ultima speranza» racconta la moglie.”
L’indomani, Piscitello interviene telefonicamente a un programma de La 7 per dire anche lui che nel frattempo avrebbero cercato invano di farsi ricevere da Grillo; la sera stessa rilancia la sua accusa sotto i grandi riflettori di Piazza Pulita.

Il ruolo della tv in tutta questa vicenda è inquietante. Per due decenni, le trasmissioni politiche hanno allestito la messa in scena di “piazze” e proteste fornendo, di fatto, un surrogato alla mobilitazione nelle piazze, strade, fabbriche e svariate sedi della partecipazione politica reale. Non sono le uniche responsabili del fatto che i cittadini si siano trovati orfani di rappresentanze, organizzazioni e luoghi di aggregazione, ma il meccanismo di delega passiva e conseguente neutralizzazione della denuncia svolto dalla tv è stato talmente dilagante da diventare sistematico: dai programmi Mediaset come Striscia la notizia e Le Iene con il loro mix di “satira”, veline e inviati speciali alla scoperta dei malfunzionamenti del paese sino ai riti di “rappresentanza popolare” officiati dai programmi antiberlusconiani. La caduta del Cavaliere (rivelatasi temporanea) e il crescente disgusto per la politica hanno minacciato la sopravvivenza stessa di quei programmi, dipendenti dai dati di ascolto. Non posso ipotizzare sino a che punto la legge darwiniana della tv abbia inciso sulla scelta di Servizio Pubblico di coprire in esclusiva il target dei simpatizzanti e elettori del M5S o su quella di Formigli di cogliere al volo una crescente insofferenza a sinistra nei confronti di Grillo per smarcare se stesso e il suo programma da Santoro. Però in questo caso è palese che la guerra di conduttori e audience è passata anche attraverso la visibilità concessa a Piscitello quale testimone idoneo per trasmettere contenuti e emozioni opposte: dell’adesione euforica alla rabbiosa delusione. Il nucleo del problema però non sta tanto nella selezione del testimone da esibire, anche se in questo caso si intuisce un concorso dell’effetto catena massmediatico sulla tragedia di un uomo singolo: è lo statuto perverso che ha assunto la visibilità pubblica, il suo essere lievitato a unica prova di esistenza e di valore per gli altri, dove il ruolo della comunità è surrogato dal pubblico televisivo, quello delle autorità riconosciute dai più svariati personaggi pubblici.
E Grillo? Quanto è responsabile Beppe Grillo di quella fine atroce che, come lui stesso ha dichiarato, un semplice gesto di generica risposta (magari neppure di lui in persona) avrebbe forse potuto evitare o procrastinare?
Poco prima di imbattermi nella trasmissione di Formigli avevo letto un pezzo di Federico Campagna su Alfabeta2 intitolato “La Crociata dei Fanciulli di Beppe Grillo”, che sviluppa il concetto del “primo movimento millenarista di massa del XXI secolo” attraverso paragoni con i contadini di Thomas Müntzer e con i Sioux “armati solo dalla fede nella loro danza e nel carisma del loro leader Wovoka” e massacrati infine a Wounded Knee dal Generale Custer.
Per fare un esempio geograficamente più vicino, mi viene da ricordare la famosa “lauda” del francescano Jacopone da Todi contro il papa corrotto, empio e simoniaco Bonifacio VIII, visto che nel linguaggio di Beppe Grillo la parte accusatoria, trasmessa con registri privi di una vistosa discontinuità con quelli collaudati dal comico satirico, prevale sull’esaltazione del popolo vessato, ma moralmente salvo e puro. È la funzione che Grillo ha assunto, passando dalle presenze in tv agli applausi a pagamento degli spettacoli sino alla leadership di un movimento politico, ad aver dilatato il suo ruolo e la sua retorica a quella di un capopopolo politico investito di richieste spirituali. Però, al tempo stesso, il suo potere d’aggregazione continua a beneficiare in una misura sostanziale del fondamento della popolarità guadagnata come personaggio pubblico.

Scrive Campagna “La dimensione millenaria è, a mio avviso, l’aspetto più affascinante e pericoloso del M5S, lo stesso che potrebbe ispirare esperienze simili nel resto d’Europa. Di fronte a una crisi economica particolarmente virulenta nel contesto europeo, il ceto medio-basso si ritrova completamente privo di potere… Nel momento in cui i corpi singolari dei nuovi disoccupati e delle nuove vittime dello sfruttamento cercano sempre più spesso il suicidio come liberazione dalla dolorosa impasse sociale, i corpi sociali a loro volta cominciano a tendere verso il suicidio sociale.”
La visione promossa da Grillo, secondo Campana, non è nemmeno in qualche modo utopistica, ma appunto squisitamente apocalittica. “Uno spazio che ecceda questa terra segnata dal conflitto e dalle contraddizioni, un tempo che ecceda questo tempo lento della corruzione e delle «caste». Il luogo dove riposano i monaci buddisti tibetani quando il fuoco ha consumato l’ultimo centimetro di carne ardente.”
Non ho idea di quando Federico Campagna abbia scritto il suo articolo uscito a maggio, ossia quando Mauro Sari era ancora vivo; ma ho trovato sul blog di Grillo questo post del 28 marzo dal titolo “Tibet chiama, Italia risponde” che rende ancora più sinistre certe associazioni.

“Un giovane tibetano si è dato fuoco per protesta contro l’occupazione del suo Paese. Si chiamava Lampel Yeshi, si è ucciso a Nuova Delhi, in India, dove è atteso il presidente cinese Hu Jintao. Lo stesso che ha promesso a Rigor Montis investimenti in Italia. A proposito, caro Monti, le ha almeno detto due paroline sul Tibet? In un anno 30 tibetani si sono uccisi trasformandosi in falò umani per un Tibet libero. A Bologna, questa mattina, un piccolo imprenditore si è dato fuoco nella sua macchina davanti all’Agenzia delle Entrate a causa di pendenze tributarie. Per fortuna l’auto sembra ancora in buono stato. Così i debitori potranno rivalersi almeno su quella. Tibet chiama. Italia risponde.”

È stato attraverso il blog di Grillo che Mauro Sari ha appreso il modo per uccidersi a imitazione del sacrificio dei monaci tibetani, bonzi vietnamiti o di Jan Palach in piazza San Venceslao appena invasa dai carri armati sovietici? Ha pensato il suo ultimo gesto come estremo richiamo d’attenzione, come messaggio scritto in carne e fuoco perché fosse udibile sino allo strazio da colui nel quale aveva investito le sue ultime speranze? Ignorava che, a dispetto del parallelo tracciato da Beppe Grillo e del paragone con i “monaci tibetani” con il quale la sua morte è stata onorata dai militanti di Cesena, il suo grido estremo di torcia umana non aveva alcun potere di diventare scintilla come era invece avvenuto in Tunisia dopo che l’ambulante Mohamed Bouazizi si era dato fuoco?
Il numero delle persone che negli ultimi quattro mesi si sono date fuoco in Italia è impressionante. Ne ho contati una quindicina, esclusi Mauro Sari e l’imprenditore edile di Bologna ricordato da Grillo, ai quali si aggiungono uomini e donne che hanno compiuto quel gesto di estrema violenza contro se stessi per la fine di una relazione, una lite, una depressione cronica. Per disperazione sociale si sono dati fuoco un pensionato settantenne a Corigliano Calabro; un operaio licenziato di Forli davanti a Montecitorio; un disoccupato di 39 anni a Cesarano, Lecce; un trentenne senza lavoro a Quartu, Cagliari; un sessantenne licenziato a Firenze; un altro licenziato di 53 anni vicino a Roma; una pensionata alla quale era arrivato lo sfratto esecutivo sempre a Roma; un uomo con la casa pignorata che ha cercato di portarsi dietro la famiglia a Vittoria, nel Ragusano. Ma anche un diciannovenne della Costa d’Avorio che stava per essere espulso a Fiumicino, un marocchino disoccupato senza più permesso di soggiorno a Rimini, un imprenditore cinese di Faenza, un autotrasportatore tunisino a Ancona, un algerino senza lavoro a Varese, un bracciante albanese che protestava contro il caporalato sempre a Vittoria.

Nel caso in cui le autocombustioni non hanno avuto esito letale e ancora più quando si tratta di stranieri (morti o meno), l’attenzione mediatica spesso si riduce a poco, pochissimo. Stampa e tv possono avere altrettanto interesse a focalizzare un dramma particolare (Servizio Pubblico ha divulgato quello del suicida di Vittoria) quanto a far passare in sordina l’estensione intera del fenomeno: vuoi per non accentuare il rischio di un’imitazione epidemica, vuoi per ottundere la percezione negativa della misura a cui è giunta la disperazione sociale nel paese. Dal canto suo, il M5S non sembra intenzionato a iscrivere nel proprio martirologio magrebini, ivoriani e cinesi, nonostante la percentuale di questi soggetti privati da qualsiasi certezza di diritto – sociale e civile – risulti altissima rispetto al numero complessivo degli abitanti dell’Italia in crisi.

Eppure il tunisino che si è dato fuoco ad Ancona somiglia molto più al Forlivese bruciato davanti a Montecitorio che a Mohamed Bouazizi e a tutti coloro che, seguendo il suo esempio, hanno aiutato a far divampare le rivoluzioni del mondo arabo: né i corpi in fiamme degli immigrati percepiti come extracomunitari (la parola stessa dice tutto) né quelli degli italiani sono stati recepiti da un corpo sociale esteso come una parte di sé che si autoimmola. Sono “sacrifici” che si riducono a suicidi particolarmente violenti e accusatori, sono in senso traslato tutte morti “extracomunitarie”.
Riassumo a memoria e quindi con il rischio di distorcere il pensiero di René Girard quando afferma che più le basi di una società sono fragili e erose, più in essa aumentano quei sacrifici che dovrebbero garantirne il patto (e ricompattamento) fondamentale.
Per questo appare sinistro e sintomatico che oggi in Italia tante persone ripetano il suicidio secondo una modalità sacrificale (e politica), però non generando altro che una fiammata che si consuma nel giro di qualche notiziario o di una trasmissione televisiva. In Spagna – per fare l’esempio della nazione più vicina – l’ondata dei suicidi causati dalla crisi è stata almeno accolta e tematizzata nelle recenti grandi manifestazioni. In Italia, invece, l’unico corpo che ha cercato di ridarsi un’identità collettiva si è aggregato intorno al M5S e a Beppe Grillo. Neppure se interpreta il ruolo in modo consapevole o compiacente, il leader senza il quale il Movimento non avrebbe mai saputo incanalare tanta rabbia, disperazione e speranza, può essere ritenuto colpevole del fatto che l’Italia versi in uno stato di sfacelo economico, sociale, politico, culturale e persino, in senso ampio, spirituale, da essere stato accolto come ultima spiaggia o novello salvatore in un clima sospeso tra Neofeudalesimo e Basso Impero senza fine. Nessun altro linguaggio e immaginario avrebbe saputo fare presa su cittadini tanto divisi e devastati dalla sfiducia in qualsiasi degna rappresentanza: non certo quello della sinistra governativa che si è giocata i (pen)ultimi riflessi automatici di poter essere riconosciuta come tale, nemmeno l’arco della sinistra che sta cercando di riconnettersi e ritrovare energia e visione.
All’indomani del suo attacco a Stefano Rodotà, l’ “ottuagenario miracolato dalla rete”, Grillo mitiga la sua sparata, fornendo in più una spiegazione per molti aspetti limpida.

“Rodotà non è il presidente del M5S, ha un’altra storia politica, che coerentemente, mantiene. La sua onestà non è in dubbio e neppure la sua intelligenza. Non per questo posso assistere impassibile alla costruzione di un polo di sinistra che ha come obiettivo la divisione del M5S in cui lui si è posto, volente o nolente, informato o meno, come punto di riferimento. Il M5S non è nato per diventare il Soccorso Rosso di Vendola e Civati, di Delrio o di Crocetta. E’ una forza popolare che è del tutto indifferente alle sirene della sinistra e della destra che in realtà sono la faccia della stessa medaglia.”

Sta diventando sempre più evidente che il capo del movimento preferisce andare incontro a eventuali fuoriuscite o scissioni e persino mettere in conto una parziale perdita di consenso pur di tutelare quello che immagina essere il nucleo fondante del suo potere d’aggregazione: l’immaginario di un corpo sociale né di destra né di sinistra, il corpo del Popolo (etnicamente) italiano dissanguato dalle oligarchie politico-economiche d’Italia e d’Europa.
Ma in questa luce appare ancora meno rassicurante che alle ultime elezioni amministrative l’unico a uscire visibilmente sconfitto sia stato lui e il suo movimento. Ha acceso una speranza che andava oltre a qualcosa di concreto ma che, al contempo, albergava una grande attesa che qualcosa di concreto si muovesse (il “fare qualcosa” di cui parlava Piscitello). Invece concretamente è accaduto che tutto continuasse come prima, peggio di prima. La delusione, a mio parere, trascende di gran lunga le possibili imputazioni razionalizzabili (il rifiuto di dialogo o di alleanza con il Pd, la delusione per l’inadeguatezza dei parlamentari M5S ecc). Risulta dal semplice scontro delle speranze con la realtà o il suo celebre principio. Accendere una speranza e poi deluderla crea un urto molto più forte che continuare a vivacchiare dell’erosione di promesse e identità, linea che il Pd crede (o si illude) di poter portare avanti come strategia minima di sopravvivenza, forse all’infinito.
La delusione nel M5S non è una buona notizia per nessuno: anche perché le strategie per ripararvi che si delineano all’orizzonte sono due. La prima, già avviata, è l’istruzione di una decina degli esponenti più fedeli per comparire più spesso in tv, grazie a un corso in comunicazione impartito da Grillo e Casaleggio. La seconda sembra risiedere in un calcolo più a lungo termine. La crisi si aggraverà, la disperazione aumenterà, la delusione sul “non aver fatto nulla” all’indomani delle elezioni politiche sarà dimenticata di fronte al fallimento del governo.
A quel punto, persino se si fosse costituita (cosa poco probabile) una formazione di sinistra con dentro Rodotà e Zagrebelsky, Vendola, Civati, Landini, Barca, Ingroia, i dissidenti del M5S e chi più ne ha più ne metta, questa arriverebbe probabilmente a raggranellare non più del dieci per cento; mentre Grillo, fermo sulla sua linea, presumibilmente riguadagnerebbe quota.
Sento già un commento classico: “perché questo, in fondo, non è un paese di sinistra.”
Mi pare una risposta troppo facile, autoassolutoria e in fondo vittimistica.
Il problema di come ripensare una politica di sinistra in tempi della crisi strutturale del lavoro e del welfare e nonché in un’epoca in cui c’è da tutelare anche l’ambiente e non più soltanto gli uomini, non riguarda solo l’Italia. È difficile essere aggreganti quando si hanno più domande giuste che risposte già fatte e convincenti. È difficile quando gli spunti e le spinte migliori vengono da una sorta di laboratorio o cantiere mobile, le cui elaborazioni presentano, per forza di cose, caratteri in parte poco accessibili e elitari (nemmeno Il Capitale si riassume in due slogan). Infatti è giusto, è necessario che ci sia questo sforzo di molte persone colte che parlano bene, scrivono bene, spesso vestono bene, se queste, come sta accadendo, sono comunque disposte a confrontarsi con la realtà complessa di un paese stremato e socialmente polverizzato.
Solo che non può bastare.
Forse è inutile specificarlo ma la via d’uscita non può nemmeno passare per i semplici trucchi della comunicazione, la grande scuola manipolativa che Berlusconi ha insegnato un po’ a tutti (politici e media d’ogni colore) e nel cui potere tutti ripongono una fiducia temo e spero eccessiva. Né può essere delegata a un altro leader che sul terreno bipartisan-popolare sia in grado funzionare come Matteo Renzi: perché i problemi da affrontare investono l’enorme fascia di cittadini che gli effetti della crisi sociale, economica e politica li sta scontando, perché c’è bisogno realmente di risposte che affrontino alla radice l’ingiustizia sociale dilagante e lo svuotamento di prospettive.
Forse una delle prime cose sulle quali dovremmo fare chiarezza è un aspetto all’apparenza scontato e banale, ma nella realtà parecchio difficile da mettere a fuoco e perseguire con vera convinzione. Una politica di sinistra oggi non può più limitarsi a cercare di aggregare chi in qualsiasi modo si identifica (ancora) con la sinistra. Deve tornare a occuparsi di tutti i soggetti socialmente deboli anche se la loro identificazione con la sinistra non c’è mai stata o è stata persa da qualche decennio: dai migranti ai cassaintegrati ai precari alle partite Iva ai microimprenditori che hanno prima votato Berlusconi (o Lega) e poi Beppe Grillo. La frontiera dei conflitti economico-sociali (dello scontro tra Capitale e Lavoro, se volete) si è spostata e continua a farlo; però innescando tanti conflitti parziali, scenari di guerra tra poveri o impoveriti che, come non è mai successo prima, rendono difficilissimo tutelare i bisogni e interessi di un gruppo senza ledere quelli di qualcun altro. Tenerne conto richiede uno sforzo enorme di attenzione e d’inventiva che non so nemmeno quanto potrà mai essere ripagato. In Grecia, per esempio, dove Syriza è diventato forza politica maggioritaria, abbiamo assistito alla contemporanea ascesa dei neonazisti di Alba Dorata e la loro penetrazione presso le fasce popolari più sfiancate.
Non si tratta di trovare la ricetta per vincere le elezioni o di far crescere nei termini di voti una sinistra degna della sua stessa definzione, ma di un obiettivo al contempo più modesto e più radicale: tornare a partecipare alla politica, fare politica per farla, per rompere la solitudine e l’atomizzazione delle nostre vite a cominciare da noi stessi, nella piena consapevolezza del punto della notte a cui siamo.

ps. spero di aver inserito tutti i link davvero utili per chi volesse approfondire o farsi un’idea più diretta guardando i video nominati.

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3 Responses to Quelli che bruciano

  1. diamonds il 3 giugno 2013 alle 19:16
  2. Bruno PR il 4 giugno 2013 alle 22:38

    condivido pienamente la riflessione. e la posta è così alta che bisognerebbe anche slacciarsi, paradossalmente, dalla smania dell’urgenza. introiettare l’urgenza della congiuntura della crisi, sicuramente, ma anche sapersi iscrivere in un tempo più lungo, che richiede un lavoro di costruzione continentale (perché l’europa è il livello minimo per poter incidere veramente nelle strutture determinanti del nostro tempo).

  3. helena janeczek il 5 giugno 2013 alle 12:32

    D’accordo. Però il problema è anche questo:la distanza inevitabile di questo lavoro di pensiero alto dalle persone che non sanno più come tirare avanti.



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