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Nel debito d’affiliazione

di Lorenzo Mari

Figlio di questo e di quella

Manto, Tiresia. Sei figlio di questo e di quella,
della storia e dell’incesto,
dell’impossibile piacere
di tutti, che è deserto
per chi resta. (O anche
un limbo tratto dall’inferno,
correggendo, lievi, la svista.)

 

 

San Luca (ancora)

Pesa molto la luce, sul quarto
di scalinata. Turisti
fossimo stati, e non in viaggio,
avremmo fatto i gradini
quattro a quattro, fante e cole in mano –

invece è sul ventesimo scalino
che la luce sembra possa gravare
anche totale e che perda senso
l’un due tre e anche il militare –

il rischio è che una buona metà
del portico finisca scoperchiato,
che al muro, con il bersaglio rosso
in fronte, non ci si possa nemmeno
riposare.

 

 

Anche il nostro viso

Vinti noi siamo da una fuga
su cui ancora ingràndina.

Attilio Zanichelli “A Franco Fortini” (1982)

Non ci poggiamo le mani sulle spalle,
non ci confortiamo a vicenda. Il conteggio
è amaro: chi di noi è partito, chi resta,
le mani impegnate a tirare linee
sulla mappa. Nessuno è morto,
ma la via dell’esilio, negando il confronto,
toglie millimetri di carne al ricordo

e a questo punto
chi ci rialzerà il sorriso, sopra gli zigomi,
se non il tecnico –
ci chiediamo, smerdando
anche il nostro, di viso.

 

 

Vertebre

Mentre si calcola
quale costola del padre togliere
e quale scarnificare
vertebra a vertebra
resta il fratello:

a lui il colpo,
come sempre.

 

 

Tutta la parola

Di sventramento e di matrice
della tragedia, tutta la parola
è complice – o almeno
questo è ciò che ci si racconta:
così, non s’interrompe la sequela
e si dice di modo tale che poi –
se si varca la soglia e non si sta
perfettamente attenti alla fisica dell’unione,
ai suoi mezzi e ai suoi nodi –
finisce che si scivola
si scivola si scivola
e alla fine, a rotoloni,
ci si imparenta.

 

 

Crepa, paese

Crepa, paese.
Crepa che sotto la crepa
il paese infine s’intravvede.
Crepa, poi, che sarà tutta mia
la crepa come il paese
e non brucherò più –
io capra:

metafisica, in stato precario,
pericolosa – sull’orlo del dirupo,
già dentro a quel punto

sarò felice – per quanto
dolosa – e liberata.

Crepa, paese.

 

 

Da Lorenzo Mari, Nel debito di affiliazione. Con interventi di Giacomo Cerrai e Viola Amarelli. Forlì: L’Arcolaio, 2013.

 

 

11 Commenti

  1. Dunque una poesia in versi che non sia banale o da denigrare è ancora possibile. Grazie Lorenzo per l’occasione di una lettura lenta, seria ed evocativa. Ho un amico che avrebbe voluto riuscire a scrivere così, invece ripiega continuamente in porticcioli come questo: museoprivato.blogspot.it.

    • Grazie per questo commento attento e partecipe. Non è per scambio di gentilezze, che non è il mio forte, ma il blog che segnali merita una lettura non privata, e diffusione, per quello che vi si può leggere… (Io, ad esempio, sono tra quelli che continuano a confondere Carpenter e Cronenberg, per dire.)

  2. come ti scrissi a suo tempo, ti faccio i complimenti. per me rientri, ma con una tua particolare scrittura /che è ‘tua’/ in un insieme (a te direi ‘conjunto’) di altri poeti dalla forte struttura del ‘racconto’, di un dire pragmatico in un accadimento d’un presente già vissuto(?) di un futuro ormai andato(?)

    un abbraccio

  3. Lorenzo è un autore di tutto rispetto. Sono fiero di lui. E con il tempo vedrete quale impennata saprà darsi. Un poeta che caratterizzerà i prossimi anni. Gianfranco de L’arcolaio!

  4. Interessante. Non riesco a capire da queste poche poesie se mi posso ritrovare in questo stile, così algido e astratto. Ma è interessante. La parte che mi colpisce di più è la capacità acrobatica del continuo salto concettuale, sconfessando così continuamente il dire – ma *non* a livello logico – quasi a voler trovare la verità del proprio oggetto nel continuo scivolamento tettonico dei piani. Ho apprezzato questo procedimento particolarmente in “Tutta la parola”, probabilmente per via della conclusione, che a me arriva irresistibilmente ironica.
    Spero di non averti travisato. Comunque complimenti. :)

    • Ancora un’attenta lettura, ne sono contento. Immagino di capire perché la mia volontà di prosciugare la scrittura rispetto ai miei testi precedenti possa risultare poi algida e astratta, o contratta, altro aggettivo che questi testi hanno ‘ricevuto’. Forse la parte della raccolta che prende più di petto -e nel corpo- il nesso filiazione/affiliazione espone più carne, traspare maggiore passione, ma io non saprei, e comunque, non posso dire. Grazie anche per la lettura di “Tutta la parola”, dove, sì, l’atteggiamento è ironico, se non anche sarcastico.

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, ed è ricercatrice di letteratura anglo-americana all'Università di Padova. In poesia ha pubblicato le raccolte Sulle mura del sole (Marcos y Marcos, 2026), La cerimonia (Collana Isola, 2025), Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Ha tradotto poeti e poetesse statunitensi, tra cui Emily Dickinson, Lorine Niedecker, Robert Lax, Rachel Blau DuPlessis, Louis Zukofsky; nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni.
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