Stelle, isole, borghi (seconda parte)

20 agosto 2014
Pubblicato da

di Francesca Matteoni

(QUI la prima parte)

dentro la torre

 

“(…) how crude and jaunty my own theories were beside his; indeed I got a tremendous sense of the intricacy of his art; also of its meaning, its seriousness, its importance, which wholly engrosses this large active minded immensely vitalised man”. VIRGINIA WOOLF su WILLIAM BUTLER YEATS

Lessi W.B.Yeats per la prima volta a causa di mia madre, durante una vacanza estiva di pochi giorni in montagna – un soggiorno premio vinto per un concorso scolastico di poesia. Ero sedicenne e infelice. Ricordo che mi detestai per aver scritto quei versi ed essere finita in un posto dove non volevo assolutamente stare, che non erano i miei monti d’origine e dove mi crescevano rabbia e imbarazzo ogni volta che qualcuno dello staff della residenza sottolineava quanto dovessi essere sensibile, per scrivere poesie. Però ci incontrai Yeats. Mia madre aveva preso a leggere molta poesia, abitudine che di lì a pochi anni abbandonò per tornare ai romanzi ed ai saggi di fisica e matematica. Mi disse che questo poeta che affrontava ora era molto strano, ma gli piacevano i gatti e quindi doveva essere uno in gamba. Il suo libro era tutto chiosato a lapis di note e punti interrogativi. La poesia a cui lei si riferiva era Il gatto e la luna – Vuoi ballare, vuoi ballare Minnaloushe? Rientrai a casa chiamando Minnaloushe tutti i gatti del vicinato. Qualche anno dopo mi imbattei, per via di spiriti fate e folletti, ne Il crepuscolo celtico e nelle Fiabe irlandesi introdotte dal poeta. Iniziai a leggere tutto quello che aveva prodotto, completamente affascinata: Yeats ricercava prove del soprannaturale di cui abbondavano le leggende irlandesi e i resoconti delle genti occidentali, ma restando ancorato a questa terra, al momento attuale. Non erano fughe né vaneggiamenti e Yeats sapeva mettere in gioco ogni lezione appresa. Spiriti, guide fantasmatiche, i morti che reggono il destino, sono tutte presenze che il poeta evocava senza aspettative di salvezza ultraterrena, ma piuttosto per  rimarcare in sé la differenza, l’umano. Sono parte integrante del posto che si abita, dove abitare un luogo significa lasciare che esso cambi a ogni nostro sguardo o maturazione, che niente sia scontato, che resti sempre qualcosa di inafferrabile per cui a quel luogo torniamo.

Sono loro ‘le divinità della terra’? Forse! Molti poeti e tutti gli scrittori mistici e occulti, in ogni epoca e paese, hanno dichiarato che dietro il visibile ci sono catene e catene di esseri coscienti, che non appartengono al cielo, ma alla terra, che non hanno una forma stabilita, ma cambiano secondo il loro capriccio, o la mente che li vede.[1]

Il  folklore celtico non apparteneva al mondo libresco – era il racconto vivo di un popolo, delle persone che circondavano Yeats, familiari e domestici: ogni biancospino aveva la sua genìa di folletti, ogni tumulo la sua fata, ogni famiglia una schiera di spiriti che ne influenzavano le sorti. Questi spiriti stavano nell’ora incerta, tra il giorno e la sera, la notte e l’alba, nell’apparire vago degli astri. Ed anche la luce, per cui poi infine vide, non era la vastità della volta stellata, ma il suo filtrare attraverso la feritoria (loophole) nel tetto della torre, dove le taccole facevano il nido e in cui si stabilì passati i cinquant’anni, con la famiglia. Thor Ballylee nella contea di Galway era un edificio pieno di storie ignote, opposte alle forze universali, le divinità immuni al tempo.

Le figure del poeta, gli eroi della mitologia irlandese, tutti gli antichi abitanti della torre si concentrano in uno spazio angusto, prima di prendere congedo, reinventarsi nelle generazioni future. Stanno dentro l’ora

In cui il cigno deve fissare l’occhio
Sopra un raggio che svanisce,
Fluttuare sopra un lungo ultimo tratto di corrente scintillante
E là cantare il suo ultimo canto.

Dove il raggio è quello del sole che tramonta, e il cigno è l’io, la soggettività sulle acque dell’immaginario, siano esse lacustri o celesti, ma anche il bianco di un approdo assente dalle mappe, e infine l’animale in tutto simile a quelli che Yeats vedeva galleggiare a Coole, sull’acqua immobile,/ Misteriosi, bellissimi, prima di sparire via in un volo.

Ancora ne La torre, si può leggere

La morte e la vita non erano
Finche l’uomo non creò il tutto,
Tirò fuori armi e bagagli
Dalla sua anima amara;
Certo: sole e luna e stelle, proprio
Tutto, e in più aggiungete questo,
Che, morti, risorgiamo,
Sogniamo e così creiamo
il Paradiso Translunare.

Cosa è mai il paradiso translunare, cosa sono i sogni dei morti?

Nel suo stranissimo saggio della maturità A Vision, Yeats spiegava così la facoltà del Sognare Indietro in cui

lo Spirito è costretto a rivivere di continuo gli eventi che più lo avevano commosso; non può esserci niente di nuovo, ma i vecchi eventi spiccano in una luce che è fioca o vivida secondo l’intensità della passione che li aveva accompagnati.

Morti che non si rassegnano a morire, fantasmi che continuano a dimorare nelle stanze del passato o che tentano invano di portare a compimento qualcosa di abbandonato in vita, che sono le “dramatis personae dei nostri sogni” – ci ignorano e tuttavia ci influenzano profondamente. Allora il paradiso oltre la luna, non è che il punto di congiunzione coi defunti, quel fulcro immaginativo che permette al discorso di non esaurirsi, alle parole – al corpo – di rinascere. Solo a patto che la morte non sia esclusa dall’esistenza. Vi stia al centro stagnante e fertile: la sua indifferenza un principio ultimo di uguaglianza.

I maestri di Yeats erano stati i settecenteschi William Blake, il poeta che aveva raffigurato Albione l’uomo, con gli astri al suo interno, e Emmanuel Swedenborg, scienziato svedese residente a Londra, sorpreso a 56 anni da incontri ultraterreni sia con angeli che con spiriti di varia natura, alla  cui comprensione aveva dedicato il resto degli anni. Accanto a loro c’erano l’Irlanda, l’esperienza e le  contraddizioni di un uomo in molti modi bizzarro, ma reso lucido nel suo scrivere e non vecchio dal succedersi delle stagioni – ed è questo l’uomo a cui preferisco dar credito, l’autore delle poesie che mi accompagnano, suggerendomi che guardare oltre il contingente è gettarsi con determinazione nel pozzo scavato della propria storia. Nella torre il poeta saliva per la scala a chiocciola verso le illusioni della luna, il suo ciclo di crescita e decadimento, dall’oscurità alla pienezza dove si muovono i sidhe, le creature del plenilunio sulle colline deserte, il satellite fatto strumento di rigenerazione:

Il Pestello della luna
Che tutto riduce in polvere
Mi farà nascere nuovamente.

Mentre la scala contorta, pericolante, diveniva il cammino della saggezza:

Dichiaro che questa torre è il mio simbolo; dichiaro
Che questo vortice di scala, mulinante, ossessiva,
che s’inerpica in spire, è la mia scala ancestrale.

La purezza notturna della luna ed un uomo che si affatica nella sua fortezza per raggiungerla. È a questo punto che subentra un altro simbolo, opposto e complementare alla torre e al suo tetto-relitto inabissato nella freddezza stellare, in un nulla finalmente abitabile. Scrive Yeats in una lettera a Olivia Shakespear all’inizio dell’ottobre 1927:

Sto scrivendo un nuovo componimento sulla torre, Spada e Torre, che rappresenta una scelta di rinascita anziché salvazione dalla nascita. Della mia spada giapponese e del fodero di seta faccio il mio simbolo della vita.

Il testo di cui parla il poeta diventerà Un dialogo dell’Anima e dell’Io, dove è scritto:

La mia anima. Convoco all’antica scala a chiocciola;
Concentra la tua mente sulla ripida ascesa,
Sul merli rotti, sgretolati,
Sull’aria stellata senza respiro,
Sulla stella che segna il polo nascosto;
Fissa ogni pensiero vagante su
Quel luogo dove tutto il pensiero si compie:
Chi può distinguere l’oscurità dall’anima?

L’anima sempre più lontana dai sensi umani ascende superando la scala, i merli, la luce delle stelle, al buio sorgivo, fugge per la feritoia dal ruotare dei destini, connubio di nascita e sofferenza. Tuttavia all’anima, che può escludersi dal tempo, risponde con tutt’altra opinione l’io terrestre, portatore della volontà di agire, simboleggiato in una spada. Ancora Yeats spiega in una lettera:

Noi non possediamo che la volontà e non dobbiamo mai permettere che i figli di vaghi desideri appannino con il loro respiro il terribile specchio della sua lama né che le acque del sentimento lo facciano arrugginire.[2]

La spada è reale, un’antica arma giapponese regalo di un ammiratore; spada e fodero ricamato sono emblemi di un’esistenza appassionata da cui l’anima in un solo movimento vorrebbe affrancarsi:

La mia anima. Perché l’immaginazione dell’uomo dovrebbe
 Oltrepassata la sua primavera ricordare cose che sono
Emblematiche di amore e guerra?
Pensi alla notte ancestrale che può,
 se l’immaginazione sdegna la terra
E l’intelletto il suo errare
Da questa a quella a quell’altra cosa,
Liberare dal crimine di morte e nascita.

La notte ancestrale è il momento della massima conoscenza, quando è possibile fuggire ed essere riassorbiti nel principio: superata la morte, in un processo inverso a quello dell’incarnazione l’anima riattraverserà il fuoco plasmatore per giungere a una luce che è in se stessa Dio. È un’idea che Yeats aveva approfondito studiando i neoplatonici e soprattutto Plotino, nelle cui Enneadi è detto:

Ecco la verità: se non ci fosse corpo, l’anima non si farebbe avanti, poiché là dov’essa è naturalmente non c’è luogo alcuno. Se deve farsi avanti deve creare a se stessa un luogo, e perciò un corpo. E, come il suo stabile fondarsi su se stessa si rafforzò, per così dire, sul suo stesso fondamento, ne scaturì una grande luce, la quale, giunta agli ultimi confini del fuoco, si tramutò in oscurità; l’anima la vide e ad essa, una volta sorta, diede una forma: poiché non era giusto che ciò che è vicino all’anima non partecipasse della ragione, di quanta ne poteva accogliere ciò che è detto ‘oscuro nell’oscuro’, cioè generato.

E successivamente:

là dove c’è l’essenza, l’essere, la divinità, e insieme con essi e con Dio, se ne starà l’anima diventata pura. Ma se vai ricercando dov’essa sia, ricerca allora dove siano quegli esseri; e quando cerchi, non cercare con gli occhi, come se cercassi dei corpi.[3]

Le isole fatate della poesia giovanile ora coincidono con l’assenza di un corpo e di un pensiero storicizzato, saldato alla memoria, alla materialità dei gesti. Il poeta non ha nulla da opporre alla morte se non la fermezza di non rinnegarsi. Davanti alla fine lo sguardo è spinto indietro. Non è allora la conoscenza a liberare l’anima – è l’umano che se ne è abbeverato a liberarsene per riscattare se stesso. Mentre l’anima si azzittisce, la sua lingua fatta pietra davanti alla completezza abbacinante del post-mortem, l’io non tace, perché ha un amore ancora da sviscerare:

Me stesso. Un uomo vivente è cieco e beve il suo sorso.
Che importa se i fossati sono impuri?
Che importa se dovrò vivere tutto ancora?
(…) Sono felice di rivivere tutto ancora
E ancora, anche se fosse vita da gettare
Tra quella progenie di rane del fossato di un cieco,
Un uomo cieco che si scontra con uomini ciechi;
(…) Sono felice di seguire alla sua fonte
Ogni evento nell’azione o nel pensiero;
A misurare tutto; a perdonarmi tutto!
Quando uno come me si libera del rimorso
Una tale dolcezza scorre nel petto,
Che dobbiamo ridere e cantare,
Da tutto siamo benedetti,
Ogni cosa che guardiamo è benedetta.

Non negare, ma accettare. Non rassegnarsi, ma gioire, come un’attitudine più che un traguardo, sentendo la vita come buona, poiché radicalmente giusta – nel suo esaltarci e schiacciarci, nelle sue angustie come nel suo slancio, anche se i fossati sono impuri, soprattutto se lo sono. Benedire è un termine che non ha niente del sacro – benedire è una parola che sta nella consapevolezza. Contenere tutta la sofferenza passata e intuire quella che deve sopraggiungere, subire la frustrazione di speranze non realizzate o languire per la crudezza dell’infanzia, tentare senza successo di svincolarsi dai tratti ereditari, scontare l’inadeguatezza all’altro e ai sogni – e proprio per questa somma di sventure trarre un sì da se stessi, la chiarezza dell’essere vivi, segnati dalle sconfitte, come dai racconti.

 

da un piccolo borgo

da qualche parte nella Sambuca Pistoiese

da qualche parte nella Sambuca Pistoiese

 

Scrivo, senza poter davvero comunicare me stessa. Scrivo perché le parole hanno un senso di intimità che mi sopravvive. Scrivo e penso che ci sono luoghi ideali per l’atto dello scrivere, luoghi della solitudine efficace, dove l’anonimia è un modo per riappacificarsi con l’esperienza. Ma lo scrivere ha le sue esigenze e compare anche nell’inospitale, quando si è combattuti tra il desiderio di riscatto presso il nostro vicino (chiunque egli sia), e la disciplina delle parole che vogliono restare, che pretendono distacco dai vacillamenti affettivi.  Scrivo in un posto di gente che non mi è simile – gente per cui mascherare con l’affabilità, la tolleranza, il proprio inestirpabile disagio, la voce minoritaria del cuore. Scrivo così da ricordare perfino il tempo che non mi è concesso. Preconizzare il futuro, un’intuizione dello spessore di un filo di luce.

La prima volta che ho sentito di essere davanti a un poeta è stato leggendo Giacomo Leopardi, nella primissima adolescenza. Non che fossi estranea alla poesia – mia madre, che mi aveva preparato per l’esame di ammissione direttamente alla seconda classe a sei anni, me ne aveva insegnate diverse, per allenare la mente: versi sui sentimenti, Il vigile urbano di Rodari. Il vecchio quaderno delle elementari abbondava di  poesie, scritte a mano sotto dettatura e tutte rigorosamente illustrate come chiedeva la maestra. C’erano poesie sul Natale e sulle stagioni. C’era senz’altro qualcosa di Pascoli e il settembre dannunziano. Nemmeno una di Giacomo Leopardi. Allora mia madre (ancora mia madre) si stupiva: “Ma come è possibile, è il più grande poeta italiano!”. E io continuavo a non sapere chi fosse né cosa avesse scritto questo misterioso signore che piaceva a una professoressa di matematica, che mi compariva davanti come un leopardo gigantesco nel bel mezzo della cucina, a causa del suo cognome. Poi in prima media mi dettero da imparare L’infinito. Mi esaltai, suscitando l’approvazione materna. La lettura continuò sulle antologie scolastiche, il poeta delle stelle e della luna, (dove per John Keats, stavano i leopardi), diventava sempre di più una questione privata, un uomo in carne e ossa, l’unico italiano nella mia congrega immaginaria di defunti romantici inglesi.

A Recanati da ragazzo aveva imparato due diverse solitudini – quella contemplativa, che gli permetteva di scorgere altri paesaggi oltre il paesaggio definito, e per me lui era il sognatore ideale, colui che attende le rivelazioni e sa che quest’attesa è tutto; e la solitudine dell’isolamento, della mancanza di un individuo solidale nella piccola comunità. Il borgo della sua giovinezza era il sospetto ottuso dei compaesani, ma era anche la prima scoperta di un mondo che esiste – i libri, la sapienza, le parole degli antichi, tutto questo si fa concreto per via di quel mondo. Anche a costo del disprezzo, dell’amarezza di chi, per un paradosso beffardo, si sente fuori posto, sebbene meglio di chiunque altro sappia riconoscere ciò che è casa, dare un nome all’appartenenza.

Tornato nella casa paterna, nell’estate del 1829, Leopardi scriveva Le ricordanze, poemetto sul vivere trascorso, e lo iniziava guardando fuori, pescando i suoi lumi-guida dall’impasto distratto della notte –

Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.

Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne!

Cosa si rimpiange del passato, della vita perfino in un luogo che ci è nemico? Leopardi era in esilio nel suo borgo, e compagno delle stelle. Un esilio interiore, determinato da scherno e occhi diffidenti, ma così tanto prezioso per rafforzare l’essenziale, per mantenere quella rotta, scandita dagli ostacoli, che porta fuori dalla progenie di rane di Yeats, permette infine di guardarla senza rancore.  Sotto gli astri indifferenti, sempre gli stessi sul natio borgo selvaggio, sulla ferocia dello scoprirsi nato,  il rimpianto va all’intensità di una prima stagione che si mostra solo quando è persa, all’andare solitario dei sogni che rallenta quando il guscio è rotto e il tempo ne esce a precipizio, facendosi necessità e ansia, posizione sociale, etichetta. Le stelle sono una porta, mai del tutto chiusa: erano su di noi prima del nascere, tengono oltre di loro ogni discorso remoto, speranza, evento che non possiamo rivivere. Rovesciano la realtà, si oppongono al soggiorno disumano, dove la morte più vera non è certo quella corporale, ma il barattare l’affanno del pensiero con un torpore condiviso, senza domande. Vaghe, le luci della costellazione, come un’insanabile lontananza, l’incertezza in cui ogni volta inventarsi, così come fanno ricordo e desiderio. Solo ciò che è incerto, sfumato, irraggiungibile, ci assicura un tentativo libero dell’esserci, una dignità.

Per stare nelle stelle si dovrebbe essere da molto morti e senza peso. Ammettere l’inutilità umana nell’economia del cosmo. Ritrovarsi disintegrati per percepire sotto le dita i nodi della radice. Fuggire dentro le stelle dall’imbarazzo di stare in mezzo agli altri, dal fraintendimento, dalla continua dislocazione del sé, fatto di cicatrici grossolane. Essere finalmente leggeri. Leopardi ritorna alle stelle ne La Ginestra, si affaccia verso di loro dall’asprezza del Vesuvio, e la condizione umana gli si fa incontro come la meraviglia di essere sparpagliati e invisibili sotto le molte luci che ci ignorano, miriadi di spilli conficcati nella notte. Dal suolo arido del vulcano, dalla spoliazione di sé, dei molti io che fanno un uomo, può venire un moto autentico di fratellanza.

Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo?

Nella pluralità dei mondi siamo dimenticati a ogni istante. Siamo piccole piante ostinate, che devono intrecciarsi in traiettorie sghembe e imperfette, saldarsi a questo vivere perché non ve ne è un altro, né in un altro possiamo apprendere audacia, resistenza, il sollievo che viene infine dalla resa a ciò che ci circonda. Stelle, isole sperdute di un’infanzia, dimore di spiriti freddi e bellissimi. Il poeta le guarda come ne Le ricordanze, ma non è la dimensione del ricordo, dell’anima chiusa interiormente, che adesso esplora, bensì il presente condiviso, dove quello che possiamo chiamare anima sta fuori, si smarrisce, viaggia, perché l’uomo sia finalmente accolto in se stesso. Le fantasticherie di paesi oltre il limite delle siepi, di mari e boscaglie oltre le lune, si restringono a rotule e giunture, ci compattano prima della fine. Cosa mi sembra allora la prole dell’uomo. Quello a cui mi posso opporre, marcando con fatica un territorio di personale immaginazione. Ma poi mi sembra anche quello con cui devo riconciliarmi, aprendo una breccia perché arrivi l’altro, sia disarmante familiarità. Mi sembra tenera e accertata piccolezza, la prole dell’uomo, mi ruba un passo, una parola – ti sono accanto perché ti sono parte. E sono lieve. Una solitudine che si alza dalle pendici di un vulcano e porta tutti in sé, senza fatica, prima del congedo.

——–

***Per la traduzione delle poesie di Yeats ho utilizzato principalmente la versione di  A. L.Johnson, a volte apportando piccole varianti. Le poesie che appaiono nella prima e nella seconda parte sono queste: The Stolen Child, The Wanderings of Oisin, Under Ben Bulben, The Cat and the Moon, The Tower, On Woman, Blood and Moon, A Dialogue of Self and Soul. Le lettere del poeta si trovano qui:  The Letters of W.B.Yeats. a cura di Allan Wade, Rupert Hart-Davis, London 1954.

[1]The Irish Fairies” in WIFLM, pag.8-9.
[2] Lettera a George Russell in W.B.Yeats, La scala a chiocciola e altre poesie, pag. 111-112
[3] Plotino, Enneadi (Milano: Bompiani, 2000), pag. 573;  pag.599

 

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One Response to Stelle, isole, borghi (seconda parte)

  1. carlo carlucci il 21 agosto 2014 alle 14:35

    Riporto una illuminante constatazione di Sri Aurobindo:’Si può chiaramene vedere come la protratta soppressione dello spirito e della cultura celtica, superiore in spiritualità anche se inferiore in certi orientamenti d’ordine pratico al mondo latino e germanico, è stata una perdita non solo per i popoli d’origine celtica ma per il mondo tutto.’ Mi pare dunque che gli interessi e gli esiti di Francesca volti in una certa direzione siano da condividere appieno. Se poi nella parte finale salta fuori il Leopardi che, a differenza di Yeats era di altra cultura, questo rientra nello spirito errabondo e liberissimo di Francesca nulla togliendo, anzi, ad una narratio intensa e partecipata…..



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