L’umanità generica, Kant e i rifugiati: un collage e qualche riflessione

3 settembre 2014
Pubblicato da

profughi italiani in_fuga-caporetto Di Andrea Inglese

1.
Il profugo è un uomo?
pròfugo s. m. (f. -a) e agg. [dal lat. profŭgus, der. di profugĕre «cercare scampo», comp. di pro-1 e fugĕre «fuggire»] (pl. m. -ghi). – Persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali, oppure a cataclismi come eruzioni vulcaniche, terremoti, alluvioni, ecc. (in questi ultimi casi è oggi più com. il termine sfollato).”

Cosa fa sì che il profugo sia un uomo, e non un peso morto, e non una quantità di umanità residua, destinata a cadere – il cui destino fatale è la caduta? Cosa fa sì che un profugo non debba inevitabilmente e più facilmente morire, di chi non è profugo? Perché un profugo non dovrebbe suscitare, quando muore, le lacrime che gli altri esseri umani, morendo ingiustamente, suscitano? È possibile che l’umanità sporga da quell’essere fuggitivo, senza scampo, che è il profugo?

Ama il prossimo tuo come te stesso. Se una qualsiasi forma di etica universalistica ha senso, se gli ideali illuministici hanno senso, se il marxismo ha senso, questo precetto evangelico deve avere senso. Ed esso dice questo: l’uomo che tu vedi, e che sembra non rassomigliarti, che non assomiglia a te stesso oggi, ti ha assomigliato ieri o ti assomiglierà domani. Perché io ami qualcuno come me stesso, debbo poterlo vedere come fosse me stesso. Non c’è universalismo etico senza questa reciprocità di visione, mi sembra. Perché quest’uomo mi assomigli, perché sia riconosciuto come un uomo, e come un uomo quale sono io, ossia importante, in quanto portatore di una serie densa e intrecciata di valori: io sono i miei diritti, le mie proprietà, la mia cittadinanza, la mia bellezza, la mia lingua, la mia cultura, ecc., perché quest’uomo che viene dai barconi, che ha le tasche vuote, gli occhi spenti, la voce rotta dalla fatica, dalla fame e dalla sete, perché quest’uomo che non è lavato e profumato, che spesso galleggia inerte in mezzo alle acque, sia considerato ugualmente uomo come me, lo stesso uomo, io devo vedermi come rifugiato. E non ho bisogno di inventare un sogno o una favola. Posso cominciare con il chiedere ai padri e alle madri di mia madre e di mio padre. Loro questa verità la conoscono, questa nostra identità non più ricordata.

L’umanità oscena del profugo
Il profugo non è un cittadino, non è più un cittadino, non è più riconducibile a un gruppo umano determinato, non porta con sé gli emblemi di un’appartenenza particolare che lo situano “naturalmente” dentro i confini di una certa nazione, al riparo dalle istituzioni di uno Stato. Privo di appartenenze certe, senza istituzioni che lo difendano, senza un luogo “naturale” che gli spetti come membro di una nazione particolare, il profugo non porta con sé che la sua generica umanità, quella sola che ha valenza universale. Non si sa bene dove si debba metterlo, quale nazionalità riconoscergli, che statuto fornirgli di fronte alla legge, ma non si può negargli la sua generica appartenenza all’umanità. Il profugo, anche quando deve interamente la sua condizione di sradicato e di esule al fatto di appartenere a una minoranza etnica o politica o religiosa, è comunque testimone dell’umanità universale. Il profugo non può essere inserito nella rete di diritti dell’individualismo liberale né nel cerchio comunitario della cultura d’origine. Ci presenta semplicemente, oscenamente, la sua umanità. Si muove, dorme, mangia, ragiona, ha un passato, potrebbe avere un futuro, ma gli è negato il presente, non ha un presente reale. Se ancora esiste una qualche forma di universalismo, esso dovrà prendere le mosse dal profugo, da colui che è sul punto di diventare apolide, ossia un essere umano superfluo, ingombrante, ingiustificato, spettrale. Se siamo in grado di riconoscerlo, se siamo in grado di avvicinarci a lui, e di parlargli come faremmo a un cittadino che paga le tasse, che è dotato di diritti e possiede una carta d’identità, allora è ancora possibile una forma di universalismo dell’essere umano in quanto tale.

Il profugo è fuorilegge
Se l’umanità esiste in un senso universale, se l’umanità non è una semplice costruzione mitica, che poggi sull’irriducibile molteplicità e dispersione dei popoli e delle loro nazioni, allora essa deve essere riconoscibile proprio nei profughi, i quali presentano a noi e ai nostri criteri di legittimazione una fisionomia spaventosa ed esorbitante: la povertà radicale. La mancanza non solo di un lavoro e di una casa, ma di un paese, di una terra, di un naturale insediamento dentro una popolazione e una legge.

2.
…nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra
Nel 1795, Kant pubblicò la prima edizione di Per la pace perpetua. Un progetto filosofico.
Riporto qui il “terzo articolo” seguito dal suo commento. In questo commento lessi una frase che non mi ha più abbandonato e che riguarda il “diritto al possesso comune della superficie della terra (…) nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra”. C’è molta utopia in questa frase, c’è anche molta ragione, e anche molta dinamite. Vorrei ricollocarla nel contesto più ampio del discorso kantiano.

Terzo articolo definitivo per la pace perpetua:

«Il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni dell’ospitalità universale».

Qui, come negli articoli precedenti, non si tratta di filantropia ma di diritto, e ospitalità significa quindi il diritto di uno straniero che arriva sul territorio altrui, di non essere trattato ostilmente. Può venirne allontanato, se ciò è possibile senza suo danno, ma fino a che dal canto suo si comporta pacificamente, l’altro non deve agire ostilmente contro di lui. Non si tratta di un diritto di ospitalità, cui lo straniero può fare appello (a ciò si richiederebbe un benevolo accordo particolare, col quale si accoglie per un certo tempo un estraneo in casa come coabitante), ma di un diritto di visita spettante a tutti gli uomini, quello cioè di offrirsi alla socievolezza in virtù del diritto al possesso comune della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma devono da ultimo tollerarsi nel vicinato, nessuno avendo in origine maggior diritto di un altro a una porzione determinata della terra. Tratti inabitabili di questa superficie, il mare e i deserti di sabbia, impongono separazioni a questa comunità umana, ma la nave e il cammello (la nave del deserto) rendono possibile che su questi territori di nessuno gli uomini reciprocamente si avvicinino e che il diritto sulla superficie, spettante in comune al genere umano, venga utilizzato per eventuali scambi commerciali. L’inospitalità degli abitanti delle coste (ad esempio dei Barbareschi) che si impadroniscono delle navi nei mari vicini o riducono i naufraghi in schiavitù, l’inospitalità degli abitanti del deserto (ad esempio dei beduini arabi) che si credono in diritto di depredare quelli che si avvicinano alle tribù nomadi è dunque contraria al diritto naturale. Ma questo diritto di ospitalità, cioè questa facoltà degli stranieri sul territorio altrui, non si estende oltre le condizioni che si richiedono per rendere possibile un tentativo di rapporto con gli antichi abitanti. In questo modo parti del mondo lontane possono entrare reciprocamente in pacifici rapporti, e questi diventare col tempo formalmente giuridici ed infine avvicinare sempre più il genere umano ad una costituzione cosmopolitica.

Se si paragona con questo la condotta inospitale degli Stati civili, soprattutto degli Stati commerciali del nostro continente, si rimane inorriditi a vedere l’ingiustizia ch’essi commettono nel visitare terre e popoli stranieri (il che è per essi sinonimo di conquistarli). L’America, i paesi dei negri, le Isole delle spezie, il Capo di buona speranza ecc., all’atto della loro scoperta erano per loro terre di nessuno, non tenendo essi in nessun conto gli indigeni. Nell’India orientale, con il pretesto di stabilire ipotetiche stazioni commerciali, introdussero truppe straniere e ne venne l’oppressione degli indigeni, l’incitamento dei diversi Stati del paese a guerre sempre più estese, carestia, insurrezioni, tradimenti e tutta la rimanente serie dei mali, come li si voglia elencare, che affliggono il genere umano.

La Cina e il Giappone avendo fatto esperienza tali ospiti, hanno perciò saggiamente provveduto, la prima a permettere solo l’accesso, ma non l’ingresso agli stranieri, il secondo a permettere anche l’accesso ad un solo popolo europeo, agli olandesi, che però sono, quasi come prigionieri, esclusi da qualsiasi contatto con gli indigeni. II peggio (o il meglio, se si considera la cosa dal punto di vista di un giudice morale) è che tali Stati non traggono poi nemmeno vantaggio da queste violenze che tutte queste società commerciali sono sull’orlo della rovina, che le Isole dello zucchero sedi della schiavitù più crudele e raffinata, non danno alcun reddito reale ma lo danno solo indirettamente e per di più per uno scopo non molto lodevole poiché servono a fornire marinai per le flotte militari e quindi di bel nuovo a intraprendere guerre in Europa; e questo fanno gli Stati che ostentano una grande religiosità: e mentre commettono ingiustizie con la stessa facilità con cui si beve un bicchiere d’acqua, vogliono farsi passare per nazioni elette in fatto di ortodossa osservanza del diritto.

Siccome ora in fatto di associazione (più o meno stretta o larga che sia) di popoli della terra si è progressivamente pervenuti a tal segno, che la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti, così l’idea di un diritto cosmopolitico non è una rappresentazione fantastica di menti esaltate, ma una necessaria integrazione del codice non scritto, così del diritto pubblico interno come del diritto internazionale, al fine di fondare un diritto pubblico in generale e quindi attuare la pace perpetua alla quale solo a questa condizione possiamo lusingarci di approssimarci continuamente.”

3.
I profughi che siamo stati

“Oggi l’immaginario collettivo fa riferimento a uomini e donne che sbarcano sulle coste italiane in fuga da guerre e persecuzioni; ma quasi un secolo fa i profughi erano gli europei.
(…)
Siamo nel 1922 e Federico Nansen, primo presidente dell’Alto Commissario per i Rifugiati della Società delle Nazioni, crea il primo passaporto internazionale che riconosce lo status di apolide principalmente ai profughi della guerra civile in Russia.
(…)
Ventitré anni dopo, nel 1945, con la fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa conosce il primo enorme spostamento di masse umane: sono almeno 10 milioni i profughi mossi dal conflitto.”
(da I profughi:schiuma della terra)

Rifugiati:
La pratica internazionale del primo e del secondo dopoguerra ha coniato due termini, che coprono, con un notevole grado di approssimazione, le varie categorie di profughi che dànno luogo ad un problema internazionale: i rifugiati o profughi (refugees); e le displaced persons (DP). I refugees sono i profughi internazionali in senso proprio e cioè “tutti coloro che si trovino fuori del loro paese” e che, per essere stati perseguitati, o per timore di persecuzioni per ragione di nazionalità, religione, razza o opinioni politiche, non vogliano o non possano far ritorno in patria o valersi all’estero della protezione diplomatica dei rappresentanti del loro paese. Nella categoria sono inclusi anche coloro che non desiderino ritornare nel loro paese per avversione al regime politico in esso esistente. Displaced persons sono invece coloro che non per loro volontà, ma per effetto dell’azione diretta o indiretta delle autorità civili o militari dei paesi belligeranti si siano trovati a guerra finita fuori del loro paese di origine.
(…)
Entrambe le categorie di profughi, fra le quali prima della seconda Guerra mondiale non si faceva una distinzione, hanno formato oggetto di attività internazionale sin dall’altro dopoguerra. I gruppi più importanti di profughi che si contavano subito dopo la prima Guerra mondiale erano i varî milioni di Russi allontanati dal loro paese dalla rivoluzione del 1917, gli Armeni, ed altri gruppi (Greci, Bulgari, Siriani) ai quali si dovevano aggiungere, negli anni successivi, le vittime della persecuzione nazista e fascista: profughi politici d’Italia e di Germania; vittime della persecuzione antisemita condotta dal nazifascismo prima in Germania e poi via via nei paesi occupati prima dello scoppio della seconda Guerra mondiale (Austria e Cecoslovacchia); e i repubblicani spagnoli.
(…)
L’effetto principale determinato dalla seconda Guerra mondiale è stato innanzi tutto lo straordinario aumento numerico dei rifugiati. Da un lato, come conseguenza diretta delle operazioni di guerra, le forze alleate si trovavano fra le braccia milioni e milioni di persone che erano state deportate dai Tedeschi o costrette ad abbandonare il loro paese (displaced persons). Dall’altro, al venir meno dei regimi totalitarî nazi-fascisti – e quindi del problema dei fuorusciti dai rispettivi paesi – faceva riscontro l’affermarsi di regimi nuovi in una buona metà dell’Europa, e quindi una nuova “fonte” di profughi politici. E ciò mentre rimaneva ancora da risolvere, per una buona parte, lo stesso problema di tutti quei profughi ante- e durante-guerra.
(…)
La necessità di porre su nuove basi il problema dei profughi venne riconosciuta dalla maggioranza delle delegazioni alla prima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Il problema, così come si presentava a guerra ultimata, si riassumeva in un totale impressionante. Nonostante la notevole riduzione del numero di displaced persons rimpatriate dalle forze alleate e dall’UNRRA (circa 7.000.000), si calcolava che all’inizio del 1947 il numero dei profughi sarebbe ammontato a circa 2.000.000 di persone, temporaneamente stabilite in Europa – e specialmente in Germania, in Austria e in Italia – nel Medio Oriente, in Africa nell’Estremo Oriente. Esse erano ripartite grosso modo, come segue: 1) 300.000 rifugiati russi anteguerra (cosiddetti profughi Nansen), in Francia, Cina, ‛Irāq, Siria e nelle zone occidentali della Germania e dell’Austria; 2) 150.000 Tedeschi e Austriaci, per la maggior parte ebrei sfuggiti alle persecuzioni naziste, nel Regno Unito, Francia, Svezia, Svizzera, e Cina; 3) un milione e mezzo di displaced persons dissidenti, cioè persone deportate durante la guerra dalle forze dell’Asse o rifugiatesi all’estero, e contrarie al rimpatrio per ragioni politiche o per timore di nuove persecuzioni: fra i quali circa mezzo milione di Polacchi (in Germania, Austria, Italia e nel Medio Oriente); circa 300.000 fra Lituani, Lettoni, Estoni, Ucraini e Iugoslavi (in Germania, Austria, Svezia e anche in Italia, specialmente gli Iugoslavi); 4) nuovi profughi politici dai paesi dell’Europa orientale, fra i quali Ebrei polacchi (Germania, Austria e Italia), e cittadini Iugoslavi e Albanesi dissidenti (Austria e Italia) calcolati in circa 300.000, ma in continuo aumento a causa dei nuovi esodi.”
(da voce “rifugiati” enciclopedia treccani)

4.
Oggi, non tutti i rifugiati vengono in Italia (2013)
“Veniamo ai rifugiati. Qui il senso comune (e molta politica) sostiene che «ne arrivano troppi, l’Europa non ci aiuta». Vediamo i dati più recenti. Nel 2013 in Italia si sono registrate 27.800 nuove domande di asilo. (1) Un dato nettamente inferiore al numero degli sbarcati (circa 43mila), perché in tanti preferiscono non presentare domanda in Italia e cercare invece di raggiungere la Germania, la Svezia, la Francia o i Paesi Bassi. Difatti l’Italia, pur registrando una sensibile crescita relativa delle domande di asilo (+60 per cento), è soltanto sesta in Europa come paese di accoglienza dei richiedenti. La Germania rimane in testa alla classifica, con 109.600 domande, seguita a distanza dalla Francia con 60.100 e dalla Svezia con 54.300. Entra poi in classifica la Turchia, con 44.800, per effetto soprattutto del tragico conflitto siriano. Ma anche il Regno Unito, lontano dalle zone calde del Medio Oriente, ci precede con 29.200 domande.

Bisogna poi tenere conto del fatto che anche i nuovi paesi membri dell’Unione, di certo meno attrezzati dell’Italia, hanno conosciuto un notevole aumento delle domande di asilo: 18mila in Ungheria (contro le 2mila del 2012), 14mila in Polonia, 7mila in Bulgaria. In definitiva, se vi fosse più solidarietà europea sul dossier rifugiati, difficilmente sarebbe l’Italia a beneficiarne.”
(da L’Italia non è ancora un paese di rifugiati)

5.
Oggi, non tutti i rifugiati vengono in Europa (2014)
“I rifugiati siriani nel mondo hanno superato i tre milioni. Lo ha affermato in una nota l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, precisando che, in questa cifra, non sono incluse le centinaia di migliaia di persone in fuga che non è stato possibile registrare come rifugiati.

A questi tre milioni di rifugiati siriani bisogna aggiungere i 6,5 milioni di sfollati che vivono nel Paese. Questa situazione ha fatto sì che “quasi la metà dei siriani siano stati forzati ad abbandonare le loro case e fuggire per sopravvivere”, ha sottolineato il rapporto dell’Unhcr. La stragrande maggioranza della popolazione in fuga ha trovato rifugio nei Paesi vicini, soprattutto in Libano (1,14 milioni), Turchia (815mila) e Giordania (608mila). Altri 215mila sono stati contati in Iraq, mentre il resto è stato registrato in Egitto o in altri Paesi.”
(da ONU: nel mondo tre milioni di profughi siriani)

“Complessivamente, gli afghani, i siriani e i somali – che insieme rappresentano oltre la metà del totale dei rifugiati a livello mondiale – costituiscono le nazionalità maggiormente rappresentate tra le persone di cui l’Unhcr si prende cura.

Intanto paesi come il Pakistan, l’Iran e il Libano hanno ospitato un maggior numero di rifugiati rispetto ad altri Stati. Se si guarda alle diverse regioni, l’Asia e il Pacifico hanno ospitato il maggior numero di rifugiati, complessivamente 3,5 milioni di persone. L’Africa sub-sahariana ha accolto 2,9 milioni di persone, mentre il Medio Oriente e il Nord Africa hanno visto arrivare sui loro territori 2,6 milioni di migranti forzati.”
(da Superati i 50 milioni di profughi nel mondo)

“Nonostante il numero crescente di persone bisognose di protezione in arrivo via mare, è importante sottolineare che l’86% dei rifugiati rimane nei paesi del sud del mondo. Il numero dei rifugiati eritrei è raddoppiato negli ultimi anni a causa del perdurare delle violazioni dei diritti umani nel paese e la maggior parte di loro risiede in Sudan (110mila) ed in Etiopia (84mila), mentre il 20% (65mila) ha trovato protezione in Europa.

Per quanto riguarda la Siria, sono 2.9milioni le persone costrette alla fuga che hanno trovato protezione nei paesi confinanti (Libano 1.1milioni, Giordania 610mila, Turchia 823mila, Iraq 218mila e Egitto 138mila), mentre 123mila si trovano in Europa.”
(da Raggiunti i 100mila arrivi via mare in Italia)

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[Immagine: Profughi italiani in fuga dopo Caporetto]

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21 Responses to L’umanità generica, Kant e i rifugiati: un collage e qualche riflessione

  1. Lorenzo Mari il 3 settembre 2014 alle 10:05

    Grazie ad Andrea Inglese per aver posto la questione in termini molto interessanti e approfonditi, partendo, paradossalmente, da questioni apparentemente elementari, e che tali spesso non sono, come quelle esposte ai punti 4 e 5: “oggi non tutti i rifugiati vengono in Italia” e “oggi non tutti i rifugiati vengono in Europa”. Quel “non tutti” potrebbe essere tranquillamente sostituito con “pochi”, nel caso italiano, specie se si parla di trattenersi volontariamente sul suolo italiano; lo sottolineava già Nuruddin Farah a proposito dei rifugiati somali in “RifugiatI” (Meltemi)in riferimento agli anni Novanta.
    Resta da capire, però, in quali termini si declina l’etica universalistica di cui si parla, a un certo punto, forzando l'”ama prossimo tuo come stesso” a minimo comune denominatore, o tratto comune, tanto dei precetti evangelici come di quelli illuministi o marxisti. E questo non è, nè può essere, chiaro, limpido e unilaterale, purtroppo.
    Così come si è rivelata perdente la retorica del “quando gli immigrati eravamo noi”: persa nei meandri della memoria, non è più un terreno di argomentazione condiviso, neanche ai livelli elementari verso i quali tende, giustamente, l’autore.
    Da ultimo, trovo interessante invece la lettura un po’ materialista di Kant, ha un non so che di bizzarro e induce quindi a ulteriore riflessione.

    Lorenzo

  2. andrea inglese il 3 settembre 2014 alle 10:28

    Sì, Lorenzo, i titoletti “Non tutti…” erano amaramente ironici. E comunque mi sembra un primo dato fondamentale da cui partire, quando si lanciano, da noi europei, segnali di catastrofe per la crescita dei richiedenti asilo.
    Quanto alle tue perplessità sulla questione della memoria – quando eravamo noi immigrati e rifugiati – come sul precetto evangelico, le comprendo bene. E non trovo particolarmente soddisfacenti le mie riflessioni. C’è un punto però che mi preme… senza una qualche forme di etica universalistica, che faccia perno non sull’idea astratta, ma sull’esperienza dell’umanità generica (il profugo, l’apolide), mi dico che per i rifugiati non solo ci sarà sempre meno pietà, ma non ci saranno più nemmeno argomenti, parole, immagini, per suscitarne. Ci saranno sempre più i cittadini (delle società liberali o dei Califatti) e poi il resto, l’umanità superflua, di scarto.

  3. diamonds il 3 settembre 2014 alle 11:29
  4. [h] il 3 settembre 2014 alle 12:08

    Penso che il problema principale di queste riflessioni sia proprio che “l’umanità” è una costruzione mitica e che gli ideali illuministici non hanno molto senso e che l’etica universale non esiste. L’etica non abita le alte sfere metafisiche, ma proprio perché il marxismo un qualche senso ce l’ha (non tutto), le nostre pance.

    Kant è lo stesso che mentre fantasticava sul nulla classificava come inferiori gli altri popoli. Lo stesso fece il pur bravo Hume, lo stesso fece il pur valoroso Voltaire.

    Consiglio invece il bel testo Noismo e razzismo, un dialogo fra Daniela Padoan e Cavalli-Sforza.

    La questione è demografica.

    • girolamo de michele il 9 settembre 2014 alle 14:56

      @ [h]
      Potresti dire a quale testo di Kant fai riferimento? Non sarà per caso la “Teoria del cielo”?

      • [h] il 9 settembre 2014 alle 17:44

        Girolamo,

        per correttezza dico che non ho letto di persona. Cito il passo di Daniela Padoan, contenuto nel libro razzismo e noismo:

        “Immanuel Kant, pur affermando che c’è una singola natura comune a tutti gli esseri umani, ed esponendo l’ideale regolativo dell’eguaglianza tra gli uomini contro il sistema del privilegio nobiliare, nei suoi scritti antropologici parla di una diseguaglianza innata tra i popoli visibile dalle caratteristiche fisiche ( Antropologia pragmatica 1798), e nel 1775 fonda una teoria delle razze che prevedeva una suddivisione tra bianchi, negri, unni e indù (Delle diverse razze degli uomini, in Scritti di storia, politica e diritto), dove, nei fatti, la pigmentazione della pelle produceva una gerarchia estetica e morale.”

        il dialogo prosegue e Cavalli-Sforza ricorda che non tutti coloro che accolsero il concetto di razza potevano definirsi razzisti, che bisogna tener conto del contesto, aggiungendo che anche allora si mossero voci contrarie, tipo tale Buffon, che appoggiava la teoria monogenista dell’origine unitaria dell’uomo; e il filosofo Herder, pare in polemica con Kant. Daniela Padoan fa anche riferimento al filosofo Beattie che rigettò la posizione di Hume, sull’inferiorità degli altri uomini di altre specie.

        Che poi il punto di tutto il libro è sulle conseguenze della differenza. Perché come pare dicano le recenti scoperte per molti anni specie umane diverse convissero, su questo rimando a qualche video di Telmo Pievani che si trova su youtube.

        • girolamo de michele il 9 settembre 2014 alle 18:56

          Per correttezza, ti faccio notare sommessamente che il testo sulle diverse razze è di vent’anni precedente quello citato da Inglese (ci arrivano persino i manuali a parlare di “periodo pre-critico”), e che l'”Antropologia pragmatica” dice ben altro e ben più che la sola frasetta estrapolata. E che, soprattutto, dalla disuguaglianza dedotta da motivi fisiognomici o climatici (peraltro comune nel pensiero del tempo) Kant non deduce alcuna superiorità politico-sociale, né come legittimazione di uno stato di cose esistente, né come ipotesi da instaurare per un mondo a venire. Attribuire a Kant tendenze razziastiche che si sarebbero manifestate un secolo oltre (cfr. Mosse, Foucault, Arendt) è improvvido per chi lo fa, ingenuo per chi ci crede. A voler essere buoni.

          • [h] il 9 settembre 2014 alle 19:52

            Girolamo, non devi esser buono per forza. Non mi offendo se mi dici se sono ingenuo o peggio (poi perché peggio?). Se io fossi completamente idiota che male ci sarebbe? So di essere ignorante su molte, troppe cose. Se mi sbaglio mi dici dove mi sbaglio e imparo una cosa nuova.

            Nel libro che ho letto non vengono attribuite a Kant volontà egemoniche. Cavalli-Sforza dice appunto che non tutti erano razzisti, pur parlando di razze. Se poi Kant neanche parla di inferiorità o superiorità, bene, si sarà sbagliata Padoan. Andrò a controllare in biblioteca. Però non mi pare che si siano volute attribuire a Kant tendenze razzistiche che poi sarebbero sfociate un secolo dopo. Semmai c’è un discorso che analizza il periodo Illuminista, per vedere come nel tempo, ma c’è anche il riferimento al mondo classico greco, si è declinata la contrapposizione. Per quel che ho capito io, e per questo ho tirato in ballo anche Voltaire e Hume, la tendenza razzistica è sempre stata e sempre sarà in atto, è una funzione che la cultura modula in varie forme, ma che non crea, né tanto meno distrugge. Cavalli-Sforza cerca di mettere dei distinguo fra genetica e cultura, per me cambia poco. Io non penso di essere meno razzista di chicchessia, anche se sono convinto di non esserlo.

  5. andrea inglese il 3 settembre 2014 alle 12:48

    Rispondo ad [h]

    1. C. Castoriadis:
    “Non c’è fotografia né formula chimica né definizione logica possibile della libertà, della giustizia, della bellezza. Sono delle semplici significazioni immaginarie sociali come lo sono quelle veicolate da parole quali totem, tabù, mana, Dio, cittadino, nazione, partito, Sato, ecc. Inversamente, queste significazioni immaginarie sociali, le più importanti di tutte, quelle che incarnate nelle istituzioni tengono insieme ogni società, non esistono che a condizione di essere veicolate ed espresse attraverso delle parole”
    qui: http://www.alfabeta2.it/2014/01/19/la-distruzione-del-senso/
    Certo, l’umanità è una costruazione in parte mitica, è una significazione immaginaria direbbe Castoriadis, e tutti abbiamo letto brillanti decostruzioni tardonovecentesche di questo concetto. Ma i miti muovono l’umanità, quindi si ritorna sempre a farci i conti. L’umanità senza l’illuminismo e senza il marxismo, non era la stessa dell’umanità dopo l’illuminismo e dopo il marxismo.
    Il punto è: se l’umanità universale è un concetto astratto, c’è qualcosa di concreto che rende meno astratto, più vicino, anche più di pancia questo concetto? Ecco, forse il profugo è, paradossalmente, in grado di farci pensare il concetto di umanità…
    Perché Levi ha intitolato il suo resoconto del Lager “Se questo è un uomo?” e non “Se questo è un ebreo?” o “Se questa è una minoranza religiosa perseguitata?”…

    2.”L’etica non abita le alte sfere metafisiche ma abita le nostre pance”. Bè, direi che qualsiasi buon trattato filosofico di etica novecentesca – e non mancano – comincia proprio col cercare di mostrare come qualcosa che si chiama “etica” non dovrebbe né abitare le alte sfere metafisiche né tantomeno le nostre pance.
    Delle nostre pance, in compenso sono specialisti tutti i pensatori di destra, in quanto sostengono che l’uomo non si è mai mosso che spinto dalla propria pancia.

    3. Quanto al Kant fantasticante sul nulla, direi di leggere bene il passo che ho citato. Vi è una tutto sommato precoce condanna senza appello dell’imperialismo e colonialismo occidentale.

    4. “La questione demografica” è frase un po’ sibillina. Per capire a cosa si riferisce, bisognerebbe svilupparla minimamente.

  6. effeffe il 3 settembre 2014 alle 13:03

    “L’etica non abita le alte sfere metafisiche, ma proprio perché il marxismo un qualche senso ce l’ha (non tutto), le nostre pance.”
    scrive H. Sbagliato. L’etica passa prima per la pancia ma poi decide da che parte andare come succedeva nei “banchetti” filosofici dell’antichità. effeffe

  7. [h] il 3 settembre 2014 alle 14:05

    Posso provare ad argomentare, ma non è che posso fare tutto io (Quelo)

    Quanto all’etica e alle pance, spiace per i filosofi del Novecento, I believe in Darwin (and sometimes in Marx), do you remember? Pance comunque è metaforico, e non lo so se i pensatori di destra sono specialisti di pance, reali e metaforiche. Pancia sta anche per ammore…

    • andrea inglese il 3 settembre 2014 alle 14:33

      darwin & marx, pancia & ammore: ok, anche tu hai un bel daffare a mettere insieme i pezzi :)

  8. [h] il 3 settembre 2014 alle 16:01

    Nell’Errore di Cartesio, Damasio racconta di un paziente che si era dovuto operare al cervello. Tale paziente aveva cambiato radicalmente, non riusciva più a lavorare e si sentiva apatico. Nei test psicologici risultava perfettamente in grado di comprendere i concetti di giusto e sbagliato, ma in altri test non era in grado di applicarli. Se giovava a un gioco di carte nel quale non doveva perdere soldi, anche sapendo che continuare a pescare carte da un mazzo piuttosto che da un altro lo avrebbe fatto perdere, continuava a pescare da quello sbagliato. Perché? Perché tutte le nostre scelte sono intrinsecamente legate alla nostra emotività. (io comunque non sono una fonte attendibile quanto ad accuratezza, però questo ho letto). l’operazione aveva danneggiato certe aree cerebrali e il paziente non era più in grado di esercitare la moralità, pur essendo in grado di comprenderla.

    Man mano che i gruppi umani hanno cambiato le loro abitudini e sono diventati sempre più agricoltori e allevatori hanno soppiantato, sterminato e schiavizzato i restanti gruppi di cacciatori-raccoglitori. La trasformazione ha intercorso millenni. Nel frattempo le società divenivano più strutturate e le culture plasmavano quelle che possiamo chiamare ideologie di guerra, dominio, quello che è. Non che la violenza e i conflitti mancassero (e mancano, nei pochi gruppi rimasti ancora oggi sparsi qua e là) nei raccoglitori-cacciatori. E se in larga parte i cacciatori-raccoglitori erano egualitari dovevano comunque affrontare scelte crudeli, come praticare l’infanticidio e smettere di curarsi dei più deboli e anziani. Più le società crescevano e più avevano bisogno di terre e di forza lavoro e in società del genere sviluppare un sentimento di possesso e dominio e superiorità nei confronti degli altri (animali non umani compresi) è stato un passo scontato. Ma tali movimenti umani non sono stati pianificati. Non è che un giorno qualcuno ha deciso di diventare agricoltore. In Armi, acciaio e malattie Jared Diamond offre una tesi e un racconto di ciò che sto dicendo.

    Prendendo in esame vari studi antropologici, etologici e neuro cognitivi si vede come ciò che chiamiamo etica è una nostra astrazione di un qualcosa che appartiene a tutti gli esseri viventi, in varie forme e complessità. Basta leggere gli studi del primatologo De Waal per rendersi conto di come comportamenti morali si possono verificare nelle nostre cugine antropomorfe. Ci sono casi sorprendenti e commoventi di scimmie e ratti in vari esperimenti che messe di fronte alla scelta di mangiare causando scosse elettriche alle loro vicine in gabbia hanno preferito morire di fame. Questo è ciò che rende possibile immaginare l’umanità, l’animalità, l’empatia, quello che si vuole. Concretezza pura. D’altra parte molti esperimenti degli psicologi cognitivisti sono orientati verso la comprensione che le nostre scelte sono contingenti e per lo più inconsapevoli (siamo più freudiani di Freud, dice Jervis). Metti un bravo ragazzo come me in una certa condizione e ci metto niente a compiere qualsiasi atto disumano. La stessa capacità di sentire e pensare un “noi”, come scrive appunto Cavalli-Sforza, ci fa pensare un “loro”. E ciò che condiziona maggiormente pensare l’uno o l’altro sono le condizioni in campo, molto più che qualsiasi tentativo di edificare una pur virtuosa etica universale (quando parlavano di diritto alla felicità a stelle e strisce non erano affatto ironici). Per questo è molto più utile lavorare sulle condizioni in campo. Tutto ciò non esclude affatto che nel frattempo si continueranno a immaginare etiche universali, ci viene spontaneo, però non è da farci troppo affidamento.

  9. diamonds il 3 settembre 2014 alle 18:05

    Forse bisognerebbe tornare alle origini di quella legge del mare non scritta per cui ogni imbarcazione in avaria va soccorsa a prescindere dai propri piani di navigazione. Inoltre mi piacerebbe molto conoscere il punto di vista di alce nero dal momento che i leghisti spesso hanno usato l`espediente neurolinguistico di giustificare la propria ripugnante per lo straniero adducendo l`esperienza dei nativi nordamericani che per non essere riusciti a porre un argine all`invasione dei pionieri si sono ritrovati mezzo sterminati a marcire nelle riserve. Si, glielo chiederei specificando pero` che questi non vengono con i carri, armati, e con i soldati blu a fare da guardiaspalla, ma reggendo l`anima coi denti e portandosi dietro una discreta voglia di vivere e una fede vacillante

    http://www.bigomagazine.com/TRKSA/NYbudokan/NYbudokan210.mp3

  10. andrea inglese il 4 settembre 2014 alle 10:47

    ad h
    a margine dei riferimenti che hai fatto… in Italia, le neuroscienze hanno subito fatto breccia, o un certa vulgata cognitivista, non mi sorprende, siamo stati spesso molto sensibili alle mode intellettuali, per parte mia sono pochissimo affascinato da tali discipline, sopratutto se utilizzate in ambiti come la storia umana e i comportamenti sociali. Per me tutto ciò equivale alla moda del comportamentismo durante gli anni 50 e 60. Anche lì si estrapolavano legittime ricerche settoriali per rinnovare il bagaglio della psicologia, sociologia, ecc. Non ho la competenza per scrivere un bel saggetto dal titolo: “Contro la fascinazione del mondo umanistico e delle discipline storico-sociali per il paradigna cognitivista e le neuro-scienze”. Spero che qualcuno lo faccia.

    in merito a quanto scrivi:
    “Per questo è molto più utile lavorare sulle condizioni in campo. Tutto ciò non esclude affatto che nel frattempo si continueranno a immaginare etiche universali, ci viene spontaneo, però non è da farci troppo affidamento.”
    Le condizioni in campo sono quelle che vediamo. Un profugo è uno straniero che arriva sul nostro territorio nemmeno per cercare di lavorare (immigrazione tradizionale)ma perché sta semplicemente scappando da una qualche situazione intollerabile. Non viene per pagare le tasse e far salire il PIL. E’ un peso morto, una persona da soccorrere, una perdita economica secca. Secondo i parametri dominanti che governano il nostro campo politico e culturale, di noi europei, il profugo è un elemento nocivo, un puro disturbo. Naturalmente, esiste il diritto di asilo, ma tutto ciò è vincolato dal più globale funzionamento dello Stato, che pone tra le ultimisse priorità l’investire risorse per lo straniero-peso-morto.
    Ciò nonostante è proprio la presenza del profugo, nella sua massima concretezza, che pone la questione dell’umanità generica, e di un possibile universalismo etico, come sprone di una diversa politica.

    a diamonds, sono d’accordo su tutta la linea (o su tutte le righe)

  11. andrea inglese il 4 settembre 2014 alle 10:55

    Su questi argomenti (le migrazioni, i milioni di rifigiati, gli apolidi, la reazione degli Sati-nazione, ecc.), segnalo comunque un saggio-dialogo di Judith Butler e G. C. Spivak, che ho letto in versione francese. E’ uscito nel 2007: “Who Sings the Nation-State? Language, Politics, Belonging”.

  12. [h] il 4 settembre 2014 alle 14:34

    Andrea, per quanto riguarda il discorso del profugo ci mancherebbe. Io sono partito dalle tue considerazioni sull’etica. I testi che leggo sono tutti recenti e sono distanti anni luce dal comportamentismo. Capisco che non ti affascinino (ma si dice affascinino?), ma di certo non sono una moda intellettuale. Non conosci la sacher torten? :-)

  13. girolamo de michele il 9 settembre 2014 alle 20:35

    @ [h] – commento delle 17:44
    Solo un chiarimento, poi la finisco perché si rischia l’OT (e mi spiacerebbe distogliere l’attenzione dall’uso che Inglese fa di quella pagina diKant, che è lo stesso che faccio io quando insegno). Puntualizzavo perché negli ultimi tempi su Kant si sono lette affermazioni tirate per i capelli da singole frasi allungate come il chewingum, tipo che Kant credeva negli alieni – e non scherzo. Tutto qui. Poi Cavalli-Sforza resta un grandissimo nel suo campo, sia come autore che come maestro di una scuola di studiosi.

    • [h] il 9 settembre 2014 alle 21:55

      Cioè tu non credi negli alieni????
      Ci mancherebbe, io intervengo un po’ a cazzo e mi fa piacere ricevere ogni tipo di puntualizzazione. Ho usato Kant come potevo usare un altro autore o un’altra autrice.

  14. luisa Esposito il 9 settembre 2014 alle 21:44

    È incredibile leggere Kant e trovarlo, con tutte le “sfumature” possibili sempre tremendamente attuale. L’Universalismo etico potrà non esistere, ma ciò non toglie che – e in virtù di emigranti quali siamo stati – l’ospitalità, come pure gli antichi greci (con le opportune differenze) ritenevano, è un diritto che, chi prima o chi poi, tutti i popoli hanno rivendicato.

  15. an il 23 settembre 2014 alle 10:56

    Grazie per l’articolo, interessantissima base di ricerca. buona giornata a tutti



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