cinéDIMANCHE #01 FRANCO PIAVOLI “Al primo soffio di vento”

cd Nella pausa delle domeniche, in pomeriggi verso il buio sempre più vicino, fra equinozi e solstizi, mentre avanza Autunno e verrà Inverno, poi “Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera“, riscoprire film rari, amati e importanti. Scelti di volta in volta da alcuni di noi, con criteri sempre diversi, trasversali e atemporali.
 

soffiodiventoErano muti, senza parole, l’uno accanto all’altra,
come le querce e i grandi pini che hanno radici nei monti,
e stanno, senza vento, vicini e immobili,
ma poi al primo soffio di vento si agitano
e sussurrano senza fine: così a quel modo
stavano per parlare a lungo, ispirati da Amore.

Apollonio Rodio Argonautiche LIBRO III [967-972]


 

 
Antonio Sparzani

Comincia con le solenni cicale Al primo soffio di vento di Franco Piavoli. E poi lo sguardo trasognato ma intensissimo del regista, che è anche fotografo, su poche vite semplici. Come sempre nei film di Piavoli non avvengono fatti notevoli, avviene però la vita genuina, quella di tutti i giorni, qui ripresa con quella lenta acutezza che te la fa gustare in ogni dettaglio: le rughe dei volti, gli occhi della civetta, le formiche su un caco. Stavolta anche qualche dialogo, molto elementare, e qualche fantasia di Antonio, il protagonista principale; e poi la danza in riva al fiume dei lavoranti africani, un vero pezzo di bravura, tra i tanti.

caco
danza

 
gatto
piano

Mariasole Ariot

Poi, come nel Nocturama di Sebald, tutto diventa sguardo, e lo sguardo diventa rumore.
E’ domenica ed è agosto.
Gli occhi degli animali restano fissi come gli occhi degli uomini alle finestre : i primi calori, una pittrice di foglie, i corpi nudi dei lavoratori di campagna, un amore ormai spento di quercia.
Piavoli si fa sguardo e ce ne rimanda la voce.
Non accade nulla ma tutto è registrato in una memoria che non ha memoria.
Ed è allora Satie, suonato di spalle, a parlare la voce di questo silenzio : la Gnossienne diventa l’unico volto privato degli occhi, che si stacca dal resto per farsi traccia e contenuto : un capovolgimento. Non il sonoro ad accompagnare il visivo, ma una musica che, diventata protagonista, fa da sottofondo a questo nostro muto rumore umano.

 

Franco Piavoli
Una giornata con Franco Piavoli

 

4 Commenti

  1. nei primi anni novanta, “il” mio insegnante organizzò a scuola un cineforum e dei pomeriggi di ascolto musicale (a settimane alterne)

    i primi titoli furono proprio “il pianeta azzurro” di piavoli, che avrò rivisto nel tempo chi sa quante altre volte, e “vermisàt” di brenta… (e poi, verso la fine dell’anno, la ciliegina sulla torta: una piccola retrospettiva di fassbinder, che fece incazzare a morte il fascioclericalume locale che impose la cancellazione totale di quell’esperienza)

    grazie per questo bellissimo post e per i ricordi che mi ha richiamato

    lc

  2. Quasi sottotraccia le angosce dal mondo si insinuano nell’animo di personaggi problematici aggrappati ad quotidianità fuori dal tempo, inadeguata. Le riprese hanno lo spessore di chi non si accontenta di vedere ma GUARDA e TRASFIGURA per cogliere l’essenza della vita.

  3. AL PRIMO SOFFIO DI VENTO è una storia di solitudini, dove pare che tutti “si spiino” dalle porte. Ma c’è un aprirsi, c’è l’approcciarsi di un nuovo mondo, nel decadente incedere di uomini e donne chiusi nelle loro gabbie di silenzio.
    Ci sono i corpi neri dei lavoranti extracomunitari delle nostre aziende agricole che camminano vitali contro l’oro di grano dei campi o tra i volumi delle cascine, nitide e nette come i profili dei quadri di Carrà; c’è la loro musica che nenia la sera.
    I volti femminili ci restituiscono il senso dell’appartenenza al centro del mondo: grembo della terra, le donne del film vecchie o giovani che siano abitano le emozioni, vestono ogni sfumatura del cuore e dell’anima. I volti maschili s’interrogano, “pensano il mondo”, ma non conoscono forse il senso dell’”esserci”. Hanno protesi: i loro occhi guardano il mondo attraverso lo schermo; l’avvicendarsi delle cose e l’ansia del tempo procedono in uno zapping televisivo; i libri, i ritratti d’antiche iconografie, il cursore mobile sul video d’un computer declinano riflessioni. Lampeggiano domande, eterni dubbi, paure ancestrali che poi s’incarnano in un onirico a singhiozzo: la pagina dell’incubo del protagonista maschile è una grande pagina di cinema.
    La minaccia del nuovo mondo, vergine e curioso, entra per un attimo: il sognare dell’”uomo vecchio” fa ondeggiare nel suo studio i corpi ingombranti del lavoranti negri che toccano con mani avide gli oggetti, i libri, le cose…
    Il film ha la dolenza d’un universo che finisce. E insieme la forza d’un testamento: il possibile ricominciare del mondo.

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,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.