Tito Maniacco: “Il guardiano del faro” (poeti friulani # 4.3)

14 agosto 2015
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II

Oh quanto a me somigli

nella tua solida inutilità

faro dismesso dalla mutevole catena del moderno

quando radar satelliti locali

satelliti orbitali

segreti satelliti

del cupo poliremo militare

hanno ri-messo nel bric à brac

del magazzino dell’antiquario de La peau de chagrin

questo relitto d’epoca pre fordista

per le perdute navi di un perduto impero

costruito infilando cemento e pietre

fra il ruggito nero della bora

e il belante groviglio dei giorni immoti

chiatte a vapore e marinai di gomena

insieme a marinai di malta e cazzuola

e argano gabbiano

mese dopo mese

superando l’ipotetica misura

dell’ipotetica massima onda

che la memoria ricavi

sempre più in alto

circondato da concentriche scogliere

dismosse e accumulate

su letti di cemento

e punte nere rissose

a fendere le compatte onde

Fadófadó o tanto tempo fa

se allora fossi stato là

allora non sarei qua[1]

a scrivere per niente

nel vecchio faro cadente

ponendo la mano destra

sull’asimmetrica mano sinistra

un destino di pietra morente

contro un destino cadente

 

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intermezzo

Gerico

Dal tempo in cui i muratori

accatastarono pietre

e mattoni

impastati a malta e cemento

da quel tempo non remoto

guardiani del faro

pronubo l’imperativo

Tagethoff   Wilhelm von

furono il calco esatto

di Rahab di Gerico[2]

perché la loro luce per le navi

è come la cordicella di color scarlatto

che dondola sulle secche mura di Gerico

al vento

che porta i sudori del Mar Morto

e indica la strada

come concordarono i due fumosi spetsnatz[3] di Giosuè

con la maglietta a righe di Kronstadt[4]

così

ogni cigolante nave

alla lontana

veee de

la finestra di Rahab

e prende le sue misure

dalla cordicella di color scarlatto

per valutare

tempo

stagione

marea

sarà

dice la vecchia talpa del Diamat[5]

ma quando la polvere coprì il capo di Giosuè

e le sue trombe spiritual suonarono

cenere e ossa calcinate dai secoli

coprivano le dissolte e morte mura di Gerico[6]

e in quegli anfratti di sterpi e serpi

posero le loro coperte gli habiru[7]

 

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VIII

 

Ma quel che resta

altro non sono che informi scheletri

incagliati fra i cariati degli scogli

e altro non sovvien che non somigli

a salate alghe and the salt-surf weeds

of bitterness di spuma

dell’amarezza[8]

En escripvant ceste parolle

A peu que le cuer ne me fent[9]

E Maria Teresa s’è venuta

e San Marco se ne è ito

lasciando leoni di pietra sulle porte

e il moderato cantabile

delle voci dei pescatori della costa

simile alla scintillante striscia che stria le isole

come usa la lentocalcificata lumaca

segnando di puro argento il suo passaggio

e

Grillparzer camminando fra una birra e l’altra

lungo il Kahlenberg[10]

ha inventato

così come sempre si suole

da chi comanda

la tradizione

tessendo da sé e per sé gli eventi

e soffiando affinché seguendo la rotta prestabilita

vadano

intanto

le stesse burrasche avvolto

ogni vecchio fumando il suo sigaro

dice all’ospite

che tutto è cambiato

e niente è come prima

da secoli rammentando

tempi migliori ai tempi antichi

eppure

ne dicas non dire non

come mai quid putas causa est

quod come mai i giorni di prima priora tempora

meliora fuere erano migliori di questi

quam nunc sunt?

perché non è una domanda interrogatio

stulta enim est huiuscemodi intelligente[11]

ma

ugualmente

fatalmente

per la caduta dei gravi

tu ovunque sia

tu lo dirai

 

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NOTA: Questi frammenti sono tratti da Il guardiano del faro, poemetto postumo di Tito Maniacco, pubblicato dalla Biblioteca Civica V. Joppi (Udine, 2014). Scrive Luigi Reitani nell’introduzione:

“Fin dai suoi esordi, la produzione in versi di Maniacco s’inscrive nel genere della «poesia di pensiero» che, pur non essendo molto praticata, ha nel Novecento italiano un illustre esempio nelle Ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini.

Anche Il guardiano del faro segue questa linea e rimanda più volte proprio al componimento di Pasolini, a partire dalla citazione della celebre Ode sopra un’urna greca di Keats, che costituisce una sorta di trait d’union delle due opere. Tuttavia, nell’ultima parte del proprio poemetto Maniacco sembra passare a un linguaggio più lirico. La riflessione sulla storia lascia posto a una più esistenziale meditazione sul tempo:

e in questa raggelata visione

solo di atomi è

l’esis-

         tenza

e il resto che sospirava davanti al nulla

è puro vuoto

Democrito dixit

e allora

                                   di che ti lamenti

 tormenti

ti?

di che ti attorcigli fra sudore e sudari?

Sì che se d’un tratto spunta l’aurora

la crediamo un’ombra di morte

e così camminiamo nelle tenebre come se fossero luce

Quest’immagine di ascendenza biblica è fra le più amate in Maniacco, che la adopera frequentemente in molteplici variazioni in tutta la sua opera, a partire dagli anni Settanta. La stessa condizione umana, si potrebbe affermare, è per lui sospesa tra le tenebre e la luce. Ma l’attesa messianica del nuovo giorno, che nella fede marxista degli anni Settanta appariva come una promessa di redenzione dalle atrocità della storia e di restituzione di un senso delle cose, si capovolge ora nell’idea che l’alba non potrà che essere la pagina bianca della morte, come accade nella poesia della raccolta in friulano Oltris. Non rimane, dunque, che camminare nella tenebre. Senza false consolazioni, e tuttavia con l’orgoglio di un’irriducibile dignità. E, soprattutto, con quella gentile ironia che rendeva Tito un prezioso maestro di vita.”

 

Tito Maniacco  accanto alla lapide di 'Danil'_rid

 

Lapide in memoria di Danjl Verfeolumeevič Avdeev “Danil” capitano della cavalleria dell’Armata Rossa, comandante del battaglione “Stalin”, garibaldino, caduto combattendo contro i fascisti a San Francesco Val d’Arzino, prealpi carniche l’11 novembre 1944, sepolto all’esterno del cimitero di Clauzetto il 21 novembre 1944


 in this neglected spot
qui
negletto giace
oltre lo sgretolato muro di un cimitero di montagna
un forte cavaliere
di un paese perduto nel tempo della storia

indifferente la sua polvere
avvolge la nostra cupa memoria
malinconico retaggio dei viventi



Sta l'uomo dal bianco crine in cima
all'ondoso faro
e contempla con le chiare correnti
il tempo che scorre
dal moto immoto delle stelle
i cui fiori alla finestra dei parsec  
        appassss 
              siscono
                    e
              muo
                    iono
come gli imperi
           come il pettirosso
che
portato da un battello
i suoi morituri colori
       es
            pone 
come la bandiera di un tempo che fu

                                                       

26 luglio 2005 – 25 aprile 2007

 

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Le immagini che accompagnano i testi sono, in ordine di apparizione:

1) Foto di Danilo De Marco

2) Merre Merre Tekel Ufarsim – collage e china su carta 1997 di T. M.

3) L’occhio di Pasolini – collage su carta fotocopia e china 1998 di T. M.

4) Senza titolo – collage fotocopia e china di T. M.

5) Senza titolo collage fotocopia e china di T. M.

6) Per chi? Collage e china su tela 1994 di T. M.

7) Genesi 11: (1) -fotocopia e china…dettaglio di T. M.

8) Collage fotografico di Danilo De Marco”

 

Questa è la terza parte della quarta tappa di un itinerario ideato da Danilo De Marco riguardante alcuni poeti friulani attuali non conosciuti dal grande pubblico, e cominciato con Federico Tavan e continuato con Ida Vallerugo (prima parte e seconda parte) e Novella Cantarutti. Con il suo consueto modo di operare/fotografare, e di concepire la fotografia, De Marco ha ritratto questi autori, non tutti facili da avvicinare, solo dopo averne una conoscenza intima, e con una grande empatia, seppure non priva forse di qualche venatura ironica. GS

 

[1] Ritornello celtico

[2] Giosuè, 2,1-21

[3] Spetsnatz, J Keats, Ode sopra un’urna greca, II

[4] Si allude ai marinai della flotta sovietica del Baltico

[5] Acronimo in uso nel linguaggio filosofico ideologico sovietico, sta per materialismo storico e dialettico

[6] cfr. M Liverani, Oltre la Bibbia. Storia antica di Israele, II,B,316 Laterza. “Le risultanze degli scavi archeologici hanno dimostrato che le mura di Gerico erano assai più antiche dell’epoca di Giosuè, epoca in cui la città era stata abbandonata.”

[7] Nome con cui erano noti gli ebrei nel tempo del Medio Bronzo come gente estraniata dal proprio contesto sociale di origine, cfr. Liverani, ct.31-79. Habiru è definizione accadica.

[8] Byron, Manfred,II,1.

[9]Villon, Testament, XXVI (e nello scrivere queste parole mi sento il cuore rompersi già).

[10] Collina da cui i viennesi poterono vedere la sconfitta dell’armata turca nel 1863

[11] Il frammento è un incastro fra Qhaélete nella traduzione di cerobt

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