Humus

di Bianca Bonavita

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Io non ho nessuna storia da raccontare, non avrò mai nessuna storia da raccontare. Perché non so raccontare né tantomeno inventare storie. La maggior parte delle storie non sono necessarie ed io riesco a scrivere soltanto ciò che ritengo necessario. Certo, ci sono alcune storie necessarie e ci sono persone che le sanno raccontare. Io non sono tra loro.

E comunque ci vuole molto più coraggio a dipingere che a scrivere. Scrivendo non si può che migliorare le parole, dipingendo non si può che peggiorare le cose. Scrivendo si aggiustano i danni della parola parlata, dipingendo si guasta la visione. Scrivendo non si può che abbellire le storpiature della parola, dipingendo non si può che storpiare la bellezza dell’esistente.

Chi scrive plasma una materia già contraffatta, il suo pennello si muove entro una cornice prestabilita. Per quanto temeraria, la scrittura sarà sempre questione di una manciata di lettere combinate e ricombinate tra loro.

Dipingere significa invece scontrarsi con la realtà sul suo stesso campo; il mondo è l’unica cornice a disposizione. Una cosa è parlare della materia avendo tutto il tempo di soppesare ogni parola, altro è plasmare la materia per fornire alla realtà un lago increspato in cui specchiarsi.

È per questo che scrivo.

Scrivo perché non so dipingere. Scrivo della terra che mi lavora, che rivolta la mia anima ogni giorno di più. Scrivo di quei pochi centimetri di terra che sono il mio humus, la mia umanità, la mia casa, il mio rifugio, il mio esilio e la mia diserzione. Scrivo delle stagioni smembrate che vado in me ricomponendo a fatica per restituire un senso al mio morire.

Guardo fuori da questa finestra che dà sulla campagna e so che oltre la nebbia che tutto ammanta, attutisce e acceca, ci sono i campi lavorati, c’è il grano appena germogliato, c’è la terra umida di un altro autunno, c’è la mia speranza di primavera; so che fuori da questa cabina, oltre il bianco lattiginoso, c’è un oceano su misura, un oceano alla mia portata, un oceano che mi aspetta.

Un diario di terra è ciò che scrivo. Null’altro che un diario di terra.

 

….

….

 

Eppure sono rimasta sola tra questi velleitari muri di campagna. Siamo rimasti in pochi su questa collina a inseguire le stagioni. Guardo fuori attraverso le feritoie del mio esilio e vedo in fondo alla valle le armate che avanzano, sento il fragore dei loro metalli, i miasmi portati dal vento.

La strada è da questa terra un boato ininterrotto, un fiume non così lontano in piena, che dilava, e l’impietoso inconsapevole accavallarsi dei giorni trascina a mare, senza possibili ritorni. La strada è da questa terra un grido straziato, una promessa rinnovata di rovine.

Non so se chiamarla resa o resistenza questa mia solitudine, quest’assenza di dialoghi, la mia fede irrazionale nelle colline, in questi pochi centimetri di terra.

Se è ancora possibile una qualche forma di rivolta al putridume che cinge i nostri fianchi, essa non può che trovare rifugio tra le montagne, perché è ormai evidente che anche le mie colline stanno per essere espugnate. È evidente che è soltanto vana ostinazione questo mio presidiare una lingua di terra affacciata sulla grande valle della morte, là dove hanno i loro accampamenti i legionari della ricostruzione. Che tutto distruggono per poter ricostruire ogni volta. Così funziona.

I loro gelidi fuochi violentano le tenebre e si esita a chiamare cielo il grigiore plumbeo dei loro miasmi. Il loro dilagare sulle colline, come un fiume di lava al contrario, è ormai alle porte e questo mio bastione solitario sarà tra i primi a cadere nelle loro mani.

Se esistono degli eroi in questa carneficina sono quegli umani, che circondati dalle armate del Grande Pescatore e sperduti in mezzo alla pianura straziata e trasformata in fabbrica a cielo aperto di putridume, non hanno ancora consegnato il loro piccolo pezzo di terra.

Come è già stato nei secoli passati, è solo dalle montagne che sarà possibile organizzare una qualche forma comune di rivolta. Da sempre sono le montagne il luogo del grande rifiuto. Da sempre chi vuole fare a pugni con il proprio tempo elegge i boschi a proprio rifugio.

Ma il ‘noi’ ha da tempo abdicato, e disperso la propria malta in un recipiente senza confini.

E non bastano le montagne a frenare l’avanzata delle armate. Non bastano a contenere la loro furia devastatrice. Non esistono armi o strumenti in grado di arginare la piena dei loro rigurgiti: le armate sono da sempre molto più e molto meglio equipaggiate di qualunque impossibile noi che cerchi di contrastarle. Non c’è trofallassi nei nostri alveari.

La loro forza non sta solamente nella potenza di fuoco ma soprattutto nella capillarità del loro dominio. Non sta solamente nelle armi che restano nelle loro mani, le armi che uccidono, ma sta soprattutto in quelle che a buon prezzo finiscono nelle nostre, le armi della gloria e dell’illusione. Le strategie sono cambiate, ordini e divieti si godono la pensione in qualche paese tropicale ancora fermo a un grado primordiale di terrore. Ora sono le nostre armi giocattolo, protesi delle nostre dita antiquate, a tenderci imboscate e a ucciderci ogni giorno di più.

Si è quasi felici quando ci si imbatte nel muro di un ordine o di un divieto: si riscopre in noi la sopravvivenza di una possibile disobbedienza.

 

 

NdR: I due passi sono tratti rispettivamente dall’introduzione e dal capitolo “Primavera” di “Humus – Diario di una terra” di Bianca Bonavita, edito dalla bellissima Pentagora, all’interno della collana Narrativa

 

Questa la presentazione del libro della casa editrice:

Sulle colline una donna ricerca nella terra il suo humus perduto, la sua umanità, la sua rivolta. Nel suo diario ritrae la meraviglia per il lavorio delle stagioni. Diventa contadina. Ma l’elegia si distorce in invettiva, l’incanto in disincanto. Della cultura contadina non restano che macerie e la campagna è stata trasformata in una fabbrica a cielo aperto. Dal suo esilio si accorge che tutto, anche il suo ‘ritorno alla terra’ è avvolto nella rete del destino o di una divina indifferenza. La comunità è dispersa e lei si sente condannata a una solitudine irreparabile. Questo è il suo testamento. O la sua semina.

 

E questa la presentazione dell’autrice:

Bianca Bonavita vive con la terra sulle prime colline dell’Appennino Bolognese. Quando può, scrive. Per queste sue parole è in debito con Virginia Woolf, Thomas Bernhard, Giorgio Agamben e con un gruppetto di uccelli senza nome coi quali è solita fare colazione.

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7 Commenti

  1. un testo (troppo smaliziato e intelligente, e bello, attenzione alle apparenze, per essere bollato come “diario”, alias sfogo personale …), che con tutte le sue imperfezioni mi ha dato grande piacere, cosa che non mi capita con molte cose “da pubblicare”, e che anzi imperversano in luoghi “di questo livello”;

    un po’ come certi vini dei quali non si conosce la storia, e che si portano dietro un’impronta artigialnale, ma che ci danno sensazioni che i vini rinomati, e cari, non ci danno, nella loro formattazione (questo è il vero problema) e nobile scontatezza;

    personalmente sono fiero che su Nazione Indiana si parli di testi come questo, al quale potrebbero essere affiancati nomi di scrittori “veraci” che non hanno la reputazione che si meritano;

    • Si ritiene forse la scrittura un’arte minore, solo per la facilità con cui ciascuno può impugnare una penna e dire ciò che gli pare (o imitare male qualche maestro)?
      Al contrario, per quanto mi riguarda la scrittura è l’arte suprema e mai mai mai un consolatorio ripiego. Ovviamente, io mi baso su quanto letto nella presentazione.
      Introduzioni simili mi fanno immediatamente desistere dal proseguire la lettura. Parafrasando Pamuk, ad oggi neanche lettori “ingenui” dovrebbero digerire certe cose (e qui casca non solo l’asino), figuriamoci l’intera schiera dei “sentimentali”.
      Tutta la retorica trita e rifritta della preterizione e, sempre in tono minore e specioso, della captatio benevolentiae dello scrittore che non osa proclamarsi tale; l’imperdonabile statuizione di giudizi e gerarchie di valore tra pittura e scrittura (irritante, stucchevole, non vera); quel fingersi scrittori quasi per caso o cattivo accidente o, peggio, per necessità ecc ecc. Francamente, certe cose non si possono più tollerare, giammai “fingere” (e trovo siano persino offensive, nocive e delegittimanti per l’arte dello scrivere — non meno di tanta cattiva letteratura o paraletteratura che da troppo tempo infesta e serve il non-mercato smerdato da inutili copie).
      Certo, non è una novità, ma almeno si eviti di farlo su blog consimili, che sembrano
      porre invece una certa attenzione al vaglio e all’autenticità degli scritti.
      E spero proprio di non essere l’unico a pensarla così. Un saluto

      • solo una riflessione, per evitare che diventi un battibecco tra due voci (e assurdo, perchè basato solo due estratti); mi accorgo, e ammetto, di essere molto indulgente nei confronti di testi che pur avendo innegabili o anche clamorose debolezze, riescono poi a prendermi per la forza del “discorso”, dello sguardo, della lingua, o meglio ancora per un inestricabile cocktail di questi; le reticenze iniziali diventano allora anzi un di più, e i difetti mi appaiono quasi “simpatici”, o comunque non gravi; e proprio questo mi è successo con il testo di Bonavita; anch’io coglievo elementi che mi rendevano diffidente, e poi sono stato catturato; è un atteggiamento forse di lettore poco oggettivo, e egoisticamente centrato sul suo piacere, quale sono io;

        e confesso anche che per me non c’è invece niente di peggio della medietà di moltissimi testi attuali (perchè quello deve essere il paragone, è chiaro che se andiamo a scomodare Leopardi o Goethe o Rousseau, o anche solo certi grandissimi del 900, ogni testo appare minuscolo e imperfetto, ma quanti potrebbero reggere il confronto?); non c’è nulla di veramente “rédhibitoire”, o inapellabilmente stupido, eppure l’impressione complessiva è di totale scontatezza, di inutilità del testo; e parlo di nomi anche molto conosciuti della nostra narrativa, e di quella internazionale, che si decantano su “blog consimimili”; proprio per questo sono molto contento quando in un testo trovo invece qualcosa di potente, anche se magari marezzato di difetti;

        detto questo capisco poco la sicumera, che mi sembra l’attitudine forse più aliena al piacere sottile che trovo nei testi che amo, alla vertigine che possono darmi le opere letterarie;

  2. p.s.: del resto 80% dei testi che vengono giudicati, visto che si pubblicano, “da pubblicare”, io non li pubblicherei, quindi ci sarebbe da discutere anche lì

    • Però nessuno si sognerebbe di discutere sulla validità di un Goethe, di un Leopardi, o di uno Shakespeare ;)

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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