Inutilità del concorsone #2

22 aprile 2016
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Come se non bastasse l’Inutilità del concorsone #1 gli avvenimenti dei giorni scorsi consentono una Inutilità del concorsone #2. Esse (le inutilità), nella mia testa, si armonizzano in una gigantesca Inutilità globale che finisce, tra le altre cose, per rivelare il graduale infiltrarsi dell’impolitica laddove meno te la aspetti, ovvero nella politica governativa. Che certe scelte del Governo in carica siano politicamente suicidali (sia a breve che a lungo termine) mi sembra ovvio, ma di questo mi importa relativamente. Che la politica italiana non sia in grado di uscire dal pantano in cui siamo immersi da tanto (mixando débâcle della Prima Repubblica, ventennio berlusconiano, avvento dei populismi, ecc.), giocando pericolosamente con l’ideale democratico, mi preoccupa assai di più. Prima delle riflessioni generali, però, la hit parade delle Inutilità del concorsone della settimana.

In testa alla classifica rimane l’Inutilità di organizzare un concorso riservato a candidati già abilitati, molti già ripetutamente selezionati e valutati, già impiegati a scuola, già in possesso di due/tre abilitazioni, con già molta esperienza, e via aggiungendo altri ‘già’. Il Sottosegretario Faraone li ha liquidati (il 20 aprile, sulla sua pagina Facebook) come persone che “non hanno fatto un concorso, ma hanno realizzato un’abilitazione” (sic), dimenticando che il valore consorsuale non discende dal diritto divino ma dal legislatore (tanto che una manciata di anni fa a scuola si entrava, appunto, con i corsi abilitanti con validità di concorso, quelli delle cosiddette SSIS, le scuole di specializzazione all’insegnamento). Fa impressione, poi, osservare i dati sugli iscritti. Essi, sorprendentemente, ci informano che in alcuni casi i posti a disposizione sono addirittura superiori ai candidati (in Veneto, ci sono 528 posti in matematica e scienze per 525 candidati; in Toscana, in 590 si contendono 644 posti in lettere; ancora in Veneto 61 candidati per 61 posti in discipline meccaniche, ecc.) Sono poche le situazioni del genere, ma viene da chiedersi: perché tanto dispendio di energie allora? Considerato che, anche laddove i candidati sono molti di più dei posti banditi, i bocciati rimarranno comunque in graduatoria, saranno, cioè, comunque i primi tra i supplenti, saranno, pur bocciati, chiamati a finire quest’anno scolastico, a portare gli alunni all’esame di stato o a quello di qualifica, a promuovere o bocciare a loro volta, ecco che la somma Inutilità del concorsone diventa auto-evidente. (Il concorso poteva essere, sì, utile, se fosse stato aperto a tutti, anche ai non abilitati, cioè a tutti coloro che potrebbero, proprio perché outsiders, insegnare mossi da passioni, esperienze e saperi non strettamente legati, per esempio, alla pletora di teorie didattiche con cui vengono ammorbati gli abilitandi.)

Al secondo posto il migliore amico della nostra burocrazia: il ricorso. Ovvero le migliaia di ricorsi in atto e a venire, che rischiano di stravolgere il senso del concorso. Non solo alcuni non abilitati (prof di ruolo e dottori di ricerca) hanno avuto dal TAR il permesso di partecipare, ma a breve si attende il responso circa i laureati, che se dovessero poter accedere ingolferebbero una logistica già intasata. Che la situazione organizzativa sia a dir poco critica lo dimostrano le gaffe ministeriali recenti. Su tutte: gli elenchi con i candidati divisi per sede e data, che legalmente dovevano apparire almeno 15 giorni prima della prova, sono stati – ehm, sì – sbagliati. Ovvero compilati per ordine di età invece che alfabetico, come sancito dal bando. In fretta e furia, ma troppo tardi per rientrare nei 15 giorni di anticipo previsti dalla norma, gli Uffici scolastici regionali hanno provveduto alle revisioni: chi provando, maldestramente, a far finta di niente e a truccare la data delle nuove liste; chi riassegnando i partecipanti a una nuova sede, magari a venti chilometri di distanza, a dispetto dei candidati che avevano già prenotato alberghi, treni o voli. Nessuno, a quanto mi è dato sapere, inviando comunicazione personale agli iscritti al concorso, ciascuno dei quali dovrà ringraziare la propria ansia per tornare a controllare sedi e date e accorgersi dell’errore. Anche in questo caso Faraone ha minimizzato, parlando di disguidi e ritardi giustificabili che – giorno più, giorno meno, dai – non fanno la differenza. Sarà, ma dubito che un candidato che si presenti all’ora o alla sede sbagliata sarebbe ammesso a partecipare. Da cui la deduzione: comunque vada il concorso, i suoi esiti si scioglieranno a mo’ di lacrime nella pioggia dei ricorsi.

Al terzo posto un interessante caso di Inutilità nell’Inutilità, una mise en abyme che mette in una luce tutta nuova le parole d’ordine del pragmatismo e della semplificazione perseguite dall’attuale governo: “abbiamo ereditato una situazione di caos, di norme contraddittorie, di liste e graduatorie”, si è detto, “abbiamo tirato una linea e stiamo mettendo ordine”. Con questo gergo del fare “ordine” ad ogni costo (chi vi ricorda?), si addossano le colpe al passato, glissando però sulla continuità col passato: le università stanno per avviare, infatti, la terza sessione di corsi abilitanti (il TFA 3), che produrranno un’altra serie di aspiranti insegnanti frustrati e costretti a doppi concorsi. L’unica utilità (a voler pensare male) è quella di riuscire a mantenere un ricco bacino di supplenti in circolazione senza dover mai essere costretti ad assumerli. Tutto questo almeno finché non partiranno le lauree a numero chiuso (abilitanti e con anni di tirocinio/lavoro a gratis) che faranno risparmiare tanti quattrini mentre tanti giovani si danno da fare bla, bla, ecc.

Medaglia di legno della settimana, infine, alle inutili invocazioni sul merito, sempre più fievoli da quando, sei mesi fa, il piano di assunzioni del governo Renzi, volto a “mettere ordine” e svuotare le graduatorie, ha fatto entrare nelle scuole persone che da dieci anni facevano altri lavori, non avevano messo mai piede in una classe, e un concorso nazionale non l’hanno mai visto.

Questa proiezione di fattività ad ogni costo, una iperattività degna di un action movie, che anela alla semplificazione, sì, ma alla semplificazione della ghigliottina, per cui alcuni saltano e altri no, alcuni sono dentro e alcuni fuori ma su criteri casuali (scelte fatte nell’anno giusto o sbagliato, nella regione libera o affollata, punti dati o non dati, a distanza di mesi, per gli stessi motivi, ecc.), questa politica del fare per cui la complessità di un comparto così vasto e poroso come la scuola, dalle esigenze così variegate e dall’importanza così decisiva per il futuro, viene definita “caos”, mi riporta alla riflessione con cui ho esordito: ai presupposti fatalmente impolitici di tutta questa grande alacrità. Si comincia con l’idolatrare l’ordine del “fare” – generico, valido a prescindere, teso a produrre prodotti misurabili, fedele agli strumenti, e alla strumentalizzazione del mondo – e si finisce per “condannare l’azione e il discorso come occupazioni vane e chiacchiere oziose” (1), per respingere le critiche come “fantasiose ricostruzioni” (2), per boicottare lo spazio pubblico e le sue attività democratiche in nome del “principio di ‘maggior soddisfazione del maggior numero’” (3).

Alla fine il governo Renzi avrà assunto, tra Piano di assunzioni e Concorso, tante persone, ma dei problemi della formazione dei giovani e delle scuole, e, dirò di più, dei problemi della selezione del personale docente, al momento perseguitato dall’imperativo di dimostrare l’indimostrabile (=che il suo lavoro è ‘utile’? che quegli alunni tra dieci anni saranno autonomi? avranno un lavoro? produrranno e consumeranno merci? pagheranno le tasse? saranno felici?), di tutti i problemi dell’educazione, del sapere e di un futuro che è condiviso tra le generazioni, non avremo neanche cominciato a parlare.

 

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Riferimenti

  1. Arendt in Vita Activa (Bompiani 2008), 153
  2. Faraone sul suo profilo Facebook, 20 Aprile, ore 13:25
  3. Arendt che cita Bentham in Vita Activa (Bompiani 2008), 229

 

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