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Ornitorinco

ornitorinco-in-cinque-passi_400

di Lorenzo Mari

Ornitorinco II

Ornitorinco, svìtati.

Ritorna papera o coniglio,
che poi nella ramaglia

corri a vedere ciò che non puoi
in ogni tratto, in ogni sbaglio:

immagine-immagine / immagine-parola / parola-parola

scorgi, ovvero discerni

(dormi)

Conto a mente delle guerre perse, mai combattute,
mai organizzate, e a scanso di ogni possibile dichia-
razione. Non compare nessuna Caporetto, nessuna
pasciuta linea gotica, nessuna foiba fonetica con fo-
bia, nessuna Marna. Conta che ti riconta, ci sono dei
numeri, li vedo, fuggono via. Ripassa bene con il fer-
ro caldo sulla ferita, per uncinarla, ma non inventare
fasci: questo è, nel giro del possibile, vederli, toccarli,
scambiarli con mazzi di cartavaluta. Lasciare, per con-
tro, una certa dose di soprannumero, quanto all’ansia.
Succede così, a un dipresso, nelle spiagge libere. Navi
di ferro, imbarcazioni di lattice, costruzioni incredibili,
nate in un soffio: ci sono comunque dei numeri, ma
a rigor di logica, o per volontà di incidere con lo stilo,
non c’è mai stato uno smacco tale per cui
questa poesia non possa esistere.

 

 

 

L’habitat dell’ornitorinco
si costituisce come spazio inventato

ma reale più del reale,
sempre prima della fine

o dell’ultima svolta – costituito,
è cosa ultima, è cosa certa

e cos’altro si può dire dell’impero
e del suo arco più potente

da una forma netta di silenzio
e da uno sguardo di sguincio.

L’habitat dell’ornitorinco
è più reale del reale

ma è stato costruito per un animale
che non parla, non è mai presente.

 

 

 

Le abitudini alimentari dell’ornitorinco
non cambiano da secoli, si ritorcono

contro lo stesso cibo, o la merce,
benché l’elettrolocazione possa ora

dar luogo ad alcuni progressi particolari –
per esempio, stanare più vittime, sul fondo,

muoversi meglio, nel reticolo,
e non soltanto buttare il becco a papera,

usare gli artigli di qualcun altro,
ghermire piccoli pesci colorati

(e altre biglie).

L’ornitorinco che si nutre solo in superficie
non sfrutta il potenziale concesso, e talvolta

chiama, con voce di papera, qualità
ciò che, per il coniglio, resta valore.

 

 

 

L’occhio dell’ornitorinco, se tace,
non si debilita, non sfarina:

soprattutto non accusa la retina,
che sia post o contro immagine…

Si chiude – lo segue l’orecchio –
perché a cosa serve ormai la musica,

non appena entrato in acqua?
Pelo più chiaro attorno all’incavo

e l’occhio resta per tutti un mezzo
aperto, a intimare lontananza

ma è questo l’unico indovino, in fondo,
per elettrolocazione e padronanza.

Gli insetti prede acquatiche lo irridono,
ma è già tutto distinto, non si vede critica:

lui – forse lei, per dimorfismo –
rinasce dall’acqua al fango all’aria,

lei – forse lui –
crede ancora, fermamente, nella dialettica.

 

 

 

*

 

Lorenzo Mari, Ornitorinco – in cinque passi, Prufrock 2016

 

Per cominciare: Ornitorinco in cinque passi non è un trattato di zoologia. È piuttosto un libro su quello che è rimasto dell’impero, che siano arnie, tunnel o archi a tutti sesto; oppure: è la guerra dei topi e delle api, ultimi superstiti tra le macerie. Così, nelle poesie che lo compongono, Lorenzo Mari cerca di sbrogliare la matassa (o quello che della matassa è rimasto) andando a cercare il senso dell’ornitorinco – che in fondo a tutti par bene d’averlo letto o sentito – che per stavolta non è la Bestia de Il Conte di Kevenhüller, e non è nemmeno lo snark. Allora, messe da parte l’ipocondria e le guerre perse, sì che se ne esce –/ lo dice di una crisi che non è affatto distinzione,/ parola che accende, resta sempre uguale –/ c’è sempre una via di uscita. Forse.

 

[Lorenzo Mari vive e lavora a Bologna. Ha pubblicato alcuni libri di poesia, tra cui Minuta di silenzio (L’Arcolaio, 2009) e Nel debito di affiliazione (L’Arcolaio, 2013). Insieme a Luigi Bosco, Davide Castiglione e Michele Ortore ha fondato il sito di critica letteraria IRLP. Traduce dallo spagnolo e dall’inglese.]

 

Una presentazione del libro avverrà

Mercoledì 25 maggio, ore 18.00
IBS.it Bookshop, Piazza dei Martiri, 5 – Bologna

a cura di Sergio Rotino

introduce Stefano Colangelo

 

*

 

 

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