A un bivio interpretativo

 di Fabrizio Miliucci

Dei cerchi

 

A volte compaiono dei cerchi nell’aria, delle dolci sfere.
Hanno una superficie lucida, cangiante, specchiante. Sono le bolle di sapone, scoppiano.

Se invece fanno scoppiare l’incauto osservatore, essi sono gli alieni, sono provvisti di spietate armi laser.

Ci si trova a un bivio interpretativo.

(M. Giovenale, da Il paziente crede di essere)

 

* * *

 

 

Già dall’esergo Il paziente crede di essere (Gorilla Sapiens 2016) indirizza il lettore sul crinale della decostruzione. Anche lo statuto narrativo di questi quarantasette pezzi organizzati in tre sezioni (Sequenza, Differenze, Ultima) è un’approssimazione da cui bisogna ricavare l’idea di una forma nuova o rinnovata attraverso cui l’autore prova a penetrare una realtà che rimane sullo sfondo di una serie di frammenti; si tratta dunque di racconti, ma anche forme intermedie, prose (in prosa), inconvenienti, dissipazioni dopo.

La forma di partenza è quella narrativa, addirittura di fiction, ma il modo è quello di una logorazione che entra in conflitto con le trame del narrato (trama, p. 19; de finesse, p. 51) e del reale (Progressio 1, p. 57) cercando l’elemento di disturbo che rompa o disarticoli il sacro vincolo su cui ogni trama si fonda, ovvero il cosiddetto patto narrativo o patto con il lettore. Giovenale gioca con la sospensione dell’incredulità e prova a portarla in una zona paradossale in cui prendere coscienza e contrario della nostra grande credulità di fruitori di storie. Come è scritto nella conclusione di uno dei pezzi più incisivi (Dei cerchi, p. 97) spesso, di fronte a questi brevi racconti, “ci si trova a un bivio interpretativo”.

Giovenale conosce e interpreta l’orrore della sceneggiatura diffusa che si impone anche attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e le peggiori filiazioni seriali di un intrattenimento artistico fatto di personaggi che lui parodia, ad es. descrivendo la mattina tipo di un personaggio da horror (Il primo, p. 61) che ha come priorità quella di indossare le pantofole appena sveglio perché il pavimento è cosparso di ossa, poi si deve arrampicare su una montagna di cadaveri per prendere il caffè in cucina, e infine, prima di andare al lavoro, si trova davanti a un rubinetto che inevitabilmente, matematicamente, farà scorrere sangue.

Ma si diminuirebbe di molto il valore de Il paziente se ci si fermasse solo alla polemica metanarrativa, perché essa è simbolo o sintomo di una critica, per quanto dissimulata, che si rivolge ad una interpretazione della realtà chiusa ad ogni possibile alternativa. Dallo spiraglio di un “libro di libri” Giovenale guarda fuori della fiction e vede eserciti di medici-zombies che visitano inermi pazienti fino allo smembramento, (Carme norreno, p. 99) cioè vede l’invadenza morbosa e apocalittica di quanto sarebbe utile alla vita.

Nel Paziente viene accolta e riutilizzata la lingua straziata e non-sense delle istruzioni IKEA, la paccottiglia dei notiziari e della pubblicità, fino all’orrore (horror, appunto) della reificazione di questi linguaggi-non morti: lo scarto forte di queste prose scatta nel momento in cui ci si rende conto che quel parlare mercificato e massificato evoca una realtà probabile: “All’inizio erano solo notizie alla tv, poi all’improvviso erano in strada, ovunque”: (p. 99) di quante cose ci toccherà prima o dopo fare una constatazione simile?

Per raggiungere questo livello di significazione nel più vasto ragionamento sulla realtà infarcita di fiction commerciale e propagandistica, l’autore pone la crepa della sua discrasia fra oggetto e soggetto, ribaltando come nel già citato Dei cerchi, una prospettiva di preferenza doppia, speculare, in cui le dimensioni piatte si sovrappongono a creare il sospetto o l’illusione del vortice, della tridimensionalità (Interni, p. 133). Queste prose sono popolate di scene che sembrano essere tolte da un film (Filmetto ma solo una scena) e compongono un lungo blob dello scarto reale in un tripudio di gesti estremi e violenti dal senso deflazionato (abbondano gli smembramenti, le esplosioni, i colpi di scena fuori contesto) come in un cartoon senza limiti e senza confini. Uno degli espedienti più efficaci per calare il suo lettore in un solido sistema di non-referenze è quello dell’elenco, o delle istruzioni. (1-14, p.125)

Gli elenchi hanno la misura di una ellissi provocatoria, sono potenzialmente infiniti, come “infinite” sono le possibilità della vita che conosciamo, ma al tempo stesso il forte umore grottesco che li pervade mette in luce e in ridicolo l’insistenza di possibilità che non sono tali (nessuna di esse è davvero realizzabile, sono tutte perdibili, autoriferite, pubblicitarie). L’ellissi è dunque una ellissi inutile, del vano, del vacuo. Gli oggetti elencati da Giovenale sembrano situarsi esattamente all’opposto degli “oggetti desueti” descritti da Francesco Orlando, non sono un rimosso della nuova industrializzazione, ma ne rappresentano il volto più riconoscibile, ammesso senza alcun giudizio critico.

Allo stesso modo funziona la burocrazia, nell’immanenza di una realtà allucinante, distopica, in cui aderire al non-senso con altrettanto non senso. Nelle pagine del Paziente vediamo la costruzione di intere burocrazie del nulla in cui eserciti di impiegati condividono una realtà basata su fondamenti misteriosi (Ammi, p. 75), irrazionali e in cui ci si trova scaraventati come in un racconto di fantascienza ma senza la protezione o lo schermo di un autore che si mette fra chi legge e la rappresentazione. Giovenale vuole calarci in alcuni lacerti distopici senza preavviso o filtro per toccare la corda del nostro disorientamento e per suggerirci che non si tratta affatto di una rappresentazione fantastica (“A ogni ora le terrazze sono troppo alte per vedere esattamente chi stiamo acclamando”).

Come ha detto giustamente Guido Mazzoni, dalla lettura di queste pagine ci si rende sensibilmente conto di un evento accaduto che costituisce lo spartiacque per definire una prospettiva del “post”. Molti degli scenari del Paziente avvengono prima e dopo un evento che non si può né conoscere né nominare e intorno a questo, come in un racconto di Cortázar, si scandisce un ansioso conto delle ore.

La misura di questo libro è la dismisura, una specie di catalogo delle apocalissi possibili e quotidiane. In esso troviamo una ironia oscillante fra il grottesco ed una comicità a volte sinceramente divertita ma spesso anche dolente, qualcosa che non può fare a meno di ricorrere al grande statuto sovversivo dell’ironia per mantenere in sé quel contatto con la realtà che l’autore nelle sue pagine salva come un segreto del mondo in fiamme.

 

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Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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