cinéDIMANCHE #28 ORSOLA PUECHER Cucù di Robert Desnos

6 novembre 2016
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di Orsola Puecher

L’incontro fortuito con Robert Desnos [Parigi, 4 luglio 1900 – campo di concentramento di Theresienstadt, 8 giugno 1945] avviene tramite L’étoile de mer di Man Ray, che, ispirandosi a una sua breve omonima poesia, nel 1928 gira un film delicato e misterioso di evanescenze, filtrato da un vetro smerigliato che a tratti copre l’obbiettivo, nel non dover dire, spiegare simboli e mostrare tutto per forza.
 

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Desnos stesso vi appare in veste di attore, solo per pochi attimi sfocati, verso la fine, il viso semi coperto dalla tesa di un cappello di feltro: è il vago e fatale Un autre homme che sopraggiunge e porta via Une femme, Alice (Kiki) Prin, l’amore incompiuto di Un homme, André de la Rivière, nelle uniche immagini cinematografiche esistenti di un uomo che tanto amava il cinema da dire:
 
Pour nous, pour nous seuls, les frères Lumière inventèrent le cinéma. Là, nous étions chez nous. Cette obscurité était celle de notre chambre avant de nous endormir. L’écran pouvait égaler nos rêves.1

Paris-Journal Le rayon d’ombre [1923]


 
Come ⇨ il piccolo Marcel Proust che, insonne, ingrandiva sullo schermo delle pareti della sua stanza da letto a Combray le immagini tremolanti proiettate dalla lanterna magica, trasformandole in una vetrata vacillante e momentanea e inquietante.
 
Anche l’incontro con Coucou avviene per caso, cercando ⇨ i testi di Desnos disponibili in rete, e la folla di immagini, di riferimenti evocati dalla favola-sogno in versi, si trasforma nel desiderio, sempre rimandato, di dare vita a questa piccola rêverie, a questo sogno a occhi aperti, che ha trovato un compimento solo nel settembre di un’estate difficile, piena di ennesime prove da superare, ma che sì è tenacemente scavata una piccola isola di serenità nella realizzazione in stop motion, nel ritaglio di immagini, nella minuziosa composizione fotogramma per fotogramma. Così la Luna con il cilindro a otto riflessi, il fantasma che fuma il sigaro, i gatti, la cornacchia indovina e profetica, l’incendio e le sagome dei pompieri, il castello di una strana bella addormentata circondata da ragni e prelibatezze, il ladro di galline, la bambina sperduta fra neve e stelle, lo sciame di rose celesti che premieranno il piu bel sogno, hanno pian piano cominciato a prendere vita.
Benjamin Franklin inventore della Glass Harmonica [1761]

Benjamin Franklin inventore della Glass Harmonica [1761]

Ad accompaganarli la musica di uno dei piu strani quintetti di Mozart, il KV 617 in Do minore per Flauto, Oboe, Viola, Violoncello e ⇨ Glass Harmonica, un curioso strumento, inventato, oltre al parafulmine, da Benjamin Franklin nel 1761, composto di coppe di cristallo di dimensioni diverse, a scalare, messe in successione di toni e semitoni come una tastiera, che si suona accarezzando il vetro con le dita bagnate. Leggenda, fra le tante mozartiane, vuole che il musicista, oltre a comporre per lo strumento, la suonasse talmente spesso negli ultimi tempi della sua vita da aver assorbito tramite i polpastrelli il piombo, contenuto all’epoca in grande percentuale nel cristallo, e che all’origine della misteriosa malattia che lo portò alla morte a soli 36 anni ci fosse proprio il Saturnismo, letale avvelenamento da piombo. Chissà: delizia e croce. Il suo suono è alonato, quasi impreciso, al limite della dissonanza, oscillante, leggermente lamentoso e strascicato come un organetto da fiera, ma insieme angelico e tintinnante. Un suono malinconico con una lieve nota di allarme. Verso la fine la bambina fra le stelle balla sulle note distese e sognanti della Serenata, interludio notturno tratto dall’operina ⇨ Brundibàr di Hans Kràsa, che come Desnos passò per il campo di concentramento di Theresienstadt, prima di essere deportato ad Auschwitz dove morì il 17 Ottobre 1944, e che veniva rappresentata dai bambini del campo in occasione delle ispezioni della Croce Rossa.
 
COUCOU
Robert Desnos
da Les Sans Cou in FORTUNES [1934]

Tout était comme dans une image enfantine.
La lune avait un chapeau claque dont les huit reflets se répercutaient à la surface des étangs,
Un revenant dans un linceul de la meilleure coupe
Fumait un cigare à la fenêtre de son logis,
Au dernier étage d’un donjon
Où la très savante corneille disait la bonne aventure aux chats.
Il y avait l’enfant en chemise perdue dans des sentiers de neige
Pour avoir cherché dans ses souliers l’éventail de soie et les chaussures à hauts talons.
Il y avait l’incendie sur lequel, immenses,
Se détachaient les ombres des pompiers,
Mais, surtout, il y avait le voleur courant, un grand sac sur le dos,
Sur la route blanchie par la lune,
Escorté par les abois des chiens dans les villages endormis
Et le caquet des poules éveillées en sursaut.
Je ne suis pas riche, dit le fantôme en secouant la cendre de son cigare, je ne suis pas riche
Mais je parie cent francs
Qu’il ira loin s’il continue.
Vanité tout n’est que vanité, répondit la corneille.
Et ta sœur ? demandèrent les chats.
Ma sœur a de beaux bijoux et de belles araignées
Dans son château de nuit. Une foule innombrable de serviteurs
Viennent chaque soir la porter dans son lit.
Au réveil, elle a du nanan, du chiendent, et une petite trompette
Pour souffler dedans
La lune posa son chapeau haut de forme sur la terre.
Et cela fit une nuit épaisse
Où le revenant fondit comme un morceau de sucre dans du café.
Le voleur chercha longtemps son chemin perdu
Et finit par s’endormir
Et il ne resta plus au-delà de la terre
Qu’un ciel bleu fumée où la lune s’épongeait le front
Et l’enfant perdue qui marchait dans les étoiles.
Voici ton bel éventail
Et tes souliers de bal,
Le corset de ta grand-mère
Et du rouge pour tes lèvres
Tu peux danser parmi les étoiles
Tu peux danser devant les belles dames
À travers les massifs de roses célestes
Dont l’une tombe chaque nuit
Pour récompenser le dormeur qui a fait le plus beau rêve.
Chausse tes souliers et lace ton corset
Mets une de ces roses à ton corsage
Et du rose à tes lèvres
Et maintenant balance ton éventail
Pour qu’il y ait encore sur la terre
Des nuits après les jours
Des jours après les nuits.

Tutto era come nei disegni dei bambini.
La luna aveva un cilindro a molla a otto riflessi che si specchiavano sulla superficie degli stagni,
Un fantasma in un lenzuolo dal taglio perfetto
Fumava un sigaro alla finestra della sua casa,
All’ultimo piano di una torre di vedetta,
Dove la molto saggia cornacchia prediceva il futuro ai gatti.
C’era la bambina in camicia da notte e babbucce sperduta nei sentieri di neve
Alla ricerca del ventaglio di seta e delle scarpe con il tacco alto.
C’era l’incendio dove, immense, si stagliavano le ombre dei pompieri,
Ma, soprattutto, c’era lo il ladro che correva, un gran sacco sulle spalle,
Sulla strada imbiancata dalla Luna,
Scortato dall’abbaiare dei cani nei villaggi addormentati
e dal coccodè delle galline svegliate di soprassalto.
Io non sono ricco, dice il fantasma, scrollando la cenere del suo sigaro, non sono ricco
Ma scommetto cento franchi
Che andrà lontano, se continua così.
Vanità tutto non è che vanità, rispose la cornacchia
E tua sorella? Domandarono i gatti.
Mia sorella di notte nel suo castello
Ha dei bei gioielli e dei bei ragni.
Una folla sterminata di servitori
Viene ogni sera a metterla a nanna.
Al suo risveglio,troverà leccornìe, gramigne, e una piccola trombetta
Per soffiarci dentro.
La Luna posò il suo cappello a cilindro sulla terra.
E calò una spessa notte,
Dove il fantasma si sciolse come una zolletta di zucchero nel caffè.
Il ladro cercando a lungo il suo sentiero perduto
Finì per addormentarsi
E non restò oltre la terra
Che un cielo blu affumicato dove la luna si detergeva la fronte.
E la bambina sperduta che camminava fra le stelle.
Ecco il tuo bel ventaglio
E le scarpette da ballo,
Il corsetto della nonna
E il rossetto per le labbra
Puoi danzare fra le stelle
Puoi danzare davanti alle belle dame
Attraverso lo sciame di rose celesti
E una cade ogni notte
Per ricompensare chi ha fatto il sogno più bello.
Indossa le scarpette e allaccia il corsetto
Metti una rosa al corpetto
E del rosa sulle labbra
E poi agita il ventaglio
Perché ci siano ancora sulla terra
Delle notti dopo i giorni
Dei giorni dopo le notti.


 
In un saggio sul pittore Labisse [ OEUVRES, 1944 ] Desnos dispiega un piccolo catalogo di images infantines che sicuramente hanno formato il gusto pittorico di intere generazioni e in/volontariamente ispirato anche la mie scelte iconografiche.
 

J. Verne "Robur il conquistatore" ill. di George Roux

J. Verne “Robur il conquistatore” illustrazione di George Roux

A che pro redigere qui il catalogo dei simboli che il mondo, ai primi anni del secolo, offriva all’appetito e alla perspicacia dei bambini? Eppure come non evocare gli elementi pittorici a loro disposizione? C’erano le insegne dei negozi piccoli e grandi, i volantini pubblicitari distribuiti porta a porta insieme a palloncini, e che raffiguravano generalmente le avventure fantastiche, in scenografie teatrali, di personaggi vestiti di sete e velluti, immaginette di indovinelli, buoni sconto di drogherie… c’erano i manifesti che il vento e la pioggia inglobavano a poco a poco nel legno delle palizzate, che, fra le feritoie, lasciavano intravedere quegli strani terreni incolti ora scomparsi da Parigi. Le sovrapposizioni combinavano imprevedibili incontri fra il boxeur e l’automobile, fra il romanzo d’appendice e gli avvisi di gite di piacere in treno. C’erano gli intelligenti disegnatori di Belles Images, di Jeudi, di La Jeunesse, L’Epatant e L’Intrepide, dove G. riesplorava il ventre dorato del pianeta e le gioiellerie del cielo, dove Forton, con i suoi Pieds-Nicklés, creava una nuova trinità. C’erano le copertine di Nick Carter, di Buffalo Bill, di Fantomas, e dei supplementi illustrati del Petit Parisien e del Petit Journal. C’erano le illustrazioni di Jules Verne e di Paul d’Ivoi, illustrazioni che a poco a poco, uscivano dai volumi consunti, dalle rilegature esauste e cominciavano a vivere una vita propria carica di mistero. I cataloghi di strenne d’altronde, avevavo dato il via riproducendo qualcuna di queste illustrazioni, con le didascalie divenute illeggibili. C’erano infine i cataloghi dove un bambino poteva contemplare la biancheria femminile, che pareva vestire i suoi fantasmi. Un gran museo delle cere dilatava così le ore della sera.


 
"Les Belles Images" 15 Giugno 1911

“Les Belles Images” 15 Giugno 1911


 
Il surrealismo di Desnos si avvale della tipica contrapposizione fra oggetti, personaggi e luoghi improbabili, la rencontre fortuite sur une table de dissection d’une machine à coudre et d’un parapluie2 definita da Max Ernst, citato da André Breton nella conferenza Situation surréaliste de l’objet [1935]:
 

Una realtà bell’e fatta, la cui ingenua destinazione sembra esser stata fissata una volta per tutte (un ombrello), trovandosi improvvisamente in presenza di un’altra realtà molto distante e non meno assurda (una macchina da cucire) in un luogo ove entrambe devono sentirsi spaesate (su un tavolo operatorio), sfuggirà perciò stesso alla sua destinazione ingenua e alla sua identità; essa passerà dal suo carattere falsamente assoluto, attraverso una relativizzazione, a un nuovo assoluto, vero e poetico: l’ombrello e la macchina da cucire faranno l’amore.


 
In Desnos con enorme talento di invenzione verbale, di immagini verbali, questa sfumatura di innamoramento fra gli oggetti e di amore in generale, si accentua in un lirismo onirico, pieno di bellezza e di speranza che, malgrado tutto, solo grazie al prodigio senza regole dei sogni e della fantasia ci saranno sempre sulla terra delle notti dopo i giorni, ma soprattutto dei giorni dopo le notti, perché la liberazione dell’uomo passa anche e soprattutto attraverso la poesia, la favola, l’amore, il sogno, l’inatteso e il meraviglioso.

Dopo una frenetica carriera poetica e letteraria, attraversata da molteplici e diverse esperienze, dall’adesione al Surrelismo, al successivo abbandono, dalla radio, alla pubblicità, al cinema, alla critica, musicale, teatrale e cinematografica, durante l’occupazione nazista Desnos sceglie di impegnarsi nella Resistenza, con scritti clandestini, ma anche con coraggiosi articoli sul giornale Aujourd’hui con la rubrica La revance des médiocres in cui scriveva contro Petain, la dittatura e l’antisemitismo, che attirarono l’attenzione della Polizia Segreta. Verrà arrestato il 22 febbraio 1944 e dopo un periodo a Compiègne, il campo di smistamento francese, deportato ad Auschwitz, poi a Flossenbürg, infine a Flöha in Sassonia, dove rimarrà per un anno, fino alla morte sopravvenuta a causa degli stenti e del tifo pochi giorni dopo la liberazione del campo di Theresienstadt, in Cecoslovacchia, la sua ultima destinazione.

Su di un taccuino ceduto a un compagno di prigionia a Compiègne per qualche sigaretta la sua ultima poesia:

Printemps
6.4.44

Tu, Rrose Sélavy, hors de ces bornes erres
Dans un printemps en proie aux sueurs de l’amour,
Aux parfums de la rose éclose aux murs des tours,
à la fermentation des eaux et de la terre.
 
Sanglant, la rose au flanc, le danseur, corps de pierre
Paraît sur le théâtre au milieu des labours.
Un peuple de muets d’aveugles et de sourds
applaudira sa danse et sa mort printanière.
 
C’est dit. Mais la parole inscrite dans la suie
S’efface au gré des vents sous les doigts de la pluie
Pourtant nous l’entendons et lui obéissons.
 
Au lavoir où l’eau coule un nuage simule
À la fois le savon, la tempête et recule
l’instant où le soleil fleurira les buissons.

Tu, Rrose Sélavy, vaghi oltre questi confini
in una primavera in preda al sudar freddo d’amore
ai profumi della rosa sbocciata sui muri delle torri,
alla fermentazione delle acque e della terra.
 
Sanguinante, la rosa al fianco, il danzatore, corpo di pietra
Sembrava in un teatro in mezzo ai campi.
Un popolo di muti di ciechi e di sordi
applaudirà la sua danza e la sua morte primaverile.
 
Così è scritto. Ma la parola incisa nella fuliggine
si cancella in balia dei venti sotto le dita della pioggia
eppure noi la sentiamo e le teniamo fede.
 
Al lavatoio l’acqua che cola assomiglia a una nuvola
e insieme al sapone alla tempesta e rinvia
l’istante in cui il sole farà fiorire i cespugli.


 
Youki e Robert Desnos [1944]

Youki e Robert Desnos [1944]


 
Nell’ultima lettera spedita da Flöha alla moglie Youki il suo testamento poetico:
 

Pour le reste je trouve un abri dans la poésie. Elle est réellement le cheval qui court au-dessus des montagnes dont Rrose Sélavy parle dans un de ses poèmes et qui pour moi se justifie mot pour mot.3

Gennaio 1945, Flöha

 

Rrose Sélavy peut revêtir la bure du bagne,
elle a une monture qui franchit les montagnes
4
da Rrose Sélavy [1922]


 
 
 

  1. “Per noi, solo per noi, i fratelli Lumiére inventarono il cinema. Là ci sentiamo a casa. Quell’ oscurità è la stessa della nostra camera prima di addormentarci. Lo schermo può uguagliare i nostri sogni.” []
  2. “l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello” [Lautréamont Canti di Maldoror canto VI] []
  3. Quanto al resto trovo rifugio nella poesia. Essa è realmente il cavallo che corre al di sopra delle montagne, di cui Rrose Sélavy parla in una delle sue poesie e che per me è giustificata parola per parola. []
  4. Rrose Sélavy può indossare l’accapatoio da bagno,
    ha una cavalcatura che oltrepassa le montagne []

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8 Responses to cinéDIMANCHE #28 ORSOLA PUECHER Cucù di Robert Desnos

  1. Davide il 6 novembre 2016 alle 14:50

    Ti ringrazio, Orsola, di quanto, dalla prima volta che ho conosciuto la tua opera, hai saputo arricchirmi.

    • orsola puecher il 8 novembre 2016 alle 13:49

      grazie a te Davide, questo è un commento che mi fa particolarmente piacere, compresa la parola “opera”.

  2. viola il 6 novembre 2016 alle 19:56

    semplicemente, eroicamente, sulla parola:

    eppure noi la sentiamo e le teniamo fede

    • orsola puecher il 8 novembre 2016 alle 13:56

      Eh sì… peccato che dei tanti versi che Desnos scrisse nei vari campi, fino al momento verso la fine in cui ruppe gli occhiali, “l’unica cosa che mi è rimasta”, si sia perso tutto. Laddove parla di “parola incisa nella fuliggine” probabilmente allude ai mezzi di fortuna con cui era costretto a scrivere, sottraendo qualche pezzetto di carta. Quando gli chiedevano la professione, dichiarava sempre orgogliosamente “Io sono un poeta” e invece di “guadagnarsi” un posto in fabbrica veniva regolarmente destinato ai lavori più tremendi…

  3. iula il 7 novembre 2016 alle 23:48

    bello….bell’articolo

  4. giacomo sartori il 8 novembre 2016 alle 09:49

    magnifico Orsola, ancora migliore della versione che hai mostrato (deformata, con tuo grande scorno) a Torino; fra il resto la mia connessione funziona male, e allora mi ha “imposto” delle pause che me l’hanno fatto apprezzare ancora di più, facendomi cogliere i dettagli;
    e bellissimo il “testo” di accompagnamento;
    Desnos sarà certo molto contento! (ah, delizioso Desnos …)
    g.

  5. orsola puecher il 8 novembre 2016 alle 14:05

    la visione in 4/3 al posto degli originali 16/9, dopo la iniziale disperazione, invece ha messo in evidenza alcuni difetti… a cui ho rilavorato poi.
    Grazie

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