Essendo il dentro un fuori infinito #11

8 febbraio 2017
Pubblicato da

di Mariasole Ariot

Il signor guantini ha una sedia al posto del corpo, si muove piano, la lentezza delle lumache con il guscio. Le mani ricoperte di cotone bianco, i piedi fasciati, gli zoccoli color fumo : potrebbe incollarsi ovunque, negli ovunque dei territori, diventare territorio per gli altri : gli oggetti, le zampe, le cose scoperchiate dall’interno.
Porta a tavola un cuscino, il suo bicchiere anti colla, il cancellino per eliminare tutte le cose morte, com’è morto lui, da tempo, sotto la superficie terrestre. Il signor guantini mi chiama, ascolta Leonard Cohen da mattino a notte, urlano di addormentarsi, ma il letto è una trappola, potrebbe rimanerci attaccato, le ossa contro la tela bianca.
Qui, nei corridoi del cervello, si eliminano una ad una le ombre per poi riproporsi quando il silenzio si vota all’eterno, all’angolo inclinato del tempo.

“Vorrei una maschera per mascherare il volto, non posso baciare né toccare, posso solo distanziarmi dalle cose immobili, restare fermo, staccare un piede alla volta dalla membrana del pavimento : mi scollo dalla scena del mondo, mi preparo alle parole divise, mi divido”

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Il signor guantini danza lento fino alla sala da pranzo, appoggia una ad una le sue frattaglie, si piega a sinistra, leggermente inclinato per verificare l’inverificabile : che non ci sia colla sul piatto, che il cibo non faccia differenza. Ha suscitato vita nella vita, il punto di incontro tra due superfici : la sua, quella della terra, degli spazi aperti come ali di volatili impazziti. Ma qui dentro, tra la resa e la funzione di una scelta, tutto è già prestabilito. Pile di guanti bianchi nell’armadietto, la sua sopravvivenza. Non dicono niente, non dice niente se non il niente dell’esistenza, lo scarto che sappiamo percepito.

“Cos’è il percepito? Cosa fa metafora di questo rimasuglio di vita che non vive, di volti appesi alle pareti? Ho un foro nel torace da cui entrano serpenti, si dimenano fino a mordere la gola. Cos’è questo dolore che mi attacca alla vita, che mi distacca solo attraverso il bianco? Cos’è questa vita che dice parla e non parla, che dice vuoto e non svuota, che non dice nulla. Le mani bianche si allungano come animali per aggrapparsi ai piccoli cuccioli d’oggetti, le poso ferme, ho i miei orari, le mie torture fissate nella zona occipitale”.

Poi il pavimento si fa muto, ricorda il grado zero per richiamare all’ordine. Ma l’insopportabile è questo sentire, questo sentimento che urla : se il grado è più basso, la vera sofferenza è accorgersi che non c’è alcuno zero, che lo sprofondo è sprofondato, che le mescolanze non sono possibili. E il signor guantini non si mescola, resta confinato in un muro di cotone, avvolto nelle garze, identificato con l’Essere che l’ha disperato.
I dispersi siamo noi che cerchiamo un contatto, che quando lo cerchiamo siamo già nel tattile, nell’agalma denso delle cose.

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Sotto terra, i piccoli bagliori del giorno attraggono per forza di gravità i piedi di G. La condanna di essere ancorati per forza grave alla crosta terrestre, come un mollusco allo scoglio, e non c’è ragione, non c’è alcuna via d’uscita o d’entrata : tutto spinge verso il basso, il suo corpo si muove lento, affaticato da millenni. A volte, nei ritagli di tempo del cervello, si apre una buca, cadono dentro piccoli astri, lumini in forma sonora – e lui li raccoglie con i suoi guanti bianchi, li posa uno a uno sulle teste degli altri, li rovescia nell’incomprensione.
Cos’è dato sapere della notte? Cosa la notte dice della notte?

Il signor guantini allunga e dilata gli spazi come i tempi, ogni movimento, ogni spasmo vagale potrebbe incollarlo agli oggetti come al tempo, come ai territori percorsi dall’immobilità. E dunque non c’è speranza, non c’è sperabile, c’è solo attesa. Che arrivi il giorno, che il giorno sia vestito da giorno, che sia protetto, che arrivi il pasto, che sia risucchiato con la cannuccia perché le labbra non facciano presa col bicchiere, che ci sia vuoto, una zona concava in cui attendersi.

Siamo tutti qui, lo guardiamo, gli scostiamo la sedia perché possa passare il passato, lo cibiamo. Leonard canta un canto d’amore, e il signor Guantini qui dentro è l’unico a saperlo : incollato alle note com’è incollato alla vita. Resta perché è impossibile non restare, perché andare scivola nel deleterio. L’immobilità che siamo, quando ci accorgiamo di essere vivi, sono i guanti di G. La metafora di un non poter partecipare all’esistere, di esistere solo per ancoraggio.

La stanza è piena di cimici, montano sulle teste, scavano piccoli forellini sulle tempie e lì si annidano. Il ronzio è questo nostro mondo che non smette di parlare anche quando tace, che smette quando la parola si fa oggetto e si scolla dalle pareti per entrare nei corpi e farsi corpo. Una ad una cadono,
una ad una restono, resistono il tremare, restituiscono ombra all’ombra.

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“Dove tutto questo immobile è sollievo, dove crolla, dove dice, dove mastica, dove preme, dove angoscia, dove turba, dove grida, dove piange, dove arranca, dove strappa, dove preme, dove si attacca, dove accade, dove non accade, dove mangia, dove impreca, dove morde, dove dice, dove indietreggia, dove fa male, dove fa uno, dove è doppio, dove è stanza, dove è niente, dove ride, dove stride, dove nei mondi del dove. L’imperativo è assoluto : io guido le ripercussioni del passato attraverso i tubicini infilzati a forza. Resta una sanguisuga appoggiata sul ventre. Sotto ipnosi dice : poggiatene sedici : è qui che duole”.

Ma non duole, la disperazione è il grado zero che scende al di sotto, che ribadisce una verità non assoluta. Che lo zero non esiste. Che siamo sottozero, che non siamo.

 

  • fotografie di Klavdij Sluban

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5 Responses to Essendo il dentro un fuori infinito #11

  1. al il 8 febbraio 2017 alle 08:18

    Disperante e insieme quel nero (contro i guanti bianchi) in cui la vita resiste nonostante

  2. Mirfet il 8 febbraio 2017 alle 09:40

    Meraviglioso.

  3. mariasole ariot il 8 febbraio 2017 alle 15:09

    Grazie, Mirfet e Al. Spero anche vi siano piaciute le fotografie che ho scelto.

    Per un’immersione nella poetica del fotografo Sluban, vi posto qui il link al suo sito.
    https://www.sluban.com/

  4. Dark Side il 9 febbraio 2017 alle 14:45

    La psiche umana nelle sue “divergenze” o “patologie”, raccontata con incredibile profondità, con un linguaggio unico e magico che scava nella carne. Bellezza e sofferenza dell’incapacità di porre un limite ad un dentro che è un “fuori infinito”. Questa autrice è una perla rarissima

    • mariasole ariot il 26 febbraio 2017 alle 14:18

      Grazie, Dark Side. Il tentativo è questo: scavare nella carne, nelle caverne della carne.

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