Senza figli? No, Lunàdiga

19 aprile 2017
Pubblicato da

di Francesca Matteoni

Lunàdiga è la pecora che, pur fertile, non si riproduce. Singolare, strana, anticonformista, lunatica, dove è la luna più misteriosa con il suo aspetto imprevedibile a prevalere sulla luna crescente prima e piena poi. “Ha la luna di traverso”, si dice di qualcuna o qualcuno il cui umore non è armonizzato con gli altri – è giallo quando intorno tutto è fuxia, è storto quando il mondo è dritto, fa perdere la pazienza o fare spallucce, o forse è solo che la sintonia è altrove, non con l’esterno, ma con il sé, l’interno? Che l’armonia non è qualcosa di predeterminato e fisso, ma piuttosto un concetto o un sentimento fluido, ricco e quindi vario?

Con in testa questo desiderio di varietà, ma anche la pecora che non ci sta, la luna che sparisce o mostra una faccia di fondo enigmatica, o più semplicemente con in testa e nel corpo la mia vita, mi sono avvicinata alla visione di Lunàdigas, film documentario realizzato da Nicoletta Nesler e Marilisa Piga che ha al centro proprio le storie di donne senza figli, raccolte in quasi dieci anni di incontri e video-interviste: donne note e meno note, dai mondi dell’attivismo politico, culturale, sociale, della scienza, della scrittura e dell’associazionismo, varie per esperienza e provenienza geografica, che si alternano ai Monologhi impossibili, scritti da Carlo A. Borghi e interpretati da Monica Trettel, dove parlano donne dal mito, dalla storia, dalla moda e perfino qualcuna piuttosto famosa dal microcosmo delle Bambole.  Dunque Lunàdigas fa subito due cose molto importanti: primo colma un vuoto imbarazzante, affrontando con ironia, curiosità e la giusta delicatezza l’essere donna dal punto di vista di chi non diventa madre (per scelta o per destino); secondo dà un nome che finalmente afferma. Trovarsi definite per negazione o assenza di qualcosa porta sempre con sé il bisogno di giustificarsi, come se ci fosse una colpa non detta nella nostra scelta, come se il materno dovesse per forza coincidere con il divenire madre biologica, mentre chiunque si interroghi sul suo significato con quel briciolo di intelligenza e onestà necessarie, saprà molto bene che il materno è l’aver cura, la spinta nel mondo e l’abbraccio che suggeriscono a chiunque, al più piccolo come al più grande, che non siamo soli, anche se da soli dobbiamo imparare a camminare. Vi sono molteplici modi di sperimentare il materno senza fare figli: lavorando coi bambini, curando un parente malato o bisognoso, un’amica o un amico, facendo crescere un giardino, nutrendo un animale. In poche parole: non abbandonando coloro che amiamo. Questo va tenuto presente quando ci troviamo con le nostre semplici vite davanti agli altisonanti Luoghi Comuni. Ed ecco come fra questi due poli si sviluppa il documentario.

Da una parte, in fila brontolona come alle poste, tutti gli stereotipi, alcuni scioccherelli, altri offensivi, per la lunàdiga: egoista, immatura, una che preferisce viaggiare, che ha tanto tempo libero, che alleva gatti e cani (o criceti o, con una punta d’esotismo, pappagalli caraibici), che non ha mai smesso di sentirsi figlia, che rifugge l’impegno, che vuol mantenere il corpo atletico di un’adolescente e così via… Ma dall’altra le storie autentiche, che mostrano allo spettatore il vero cuore del film, ovvero la possibilità di scegliere come essere donna – con figli, senza figli, con pappagalli o con piante rampicanti, con cappello o senza, con la bicicletta o a piedi, con lo smalto o il cacciavite o tutti e due e in una stessa mano, di decidere per sé fuori dalle convenzioni sociali, dalle imposizioni implicite e sgradevoli di un pensiero dominante che mai interroga se stesso. Perché invece quando si tratta di scegliere consapevolmente le domande aumentano in modo esponenziale e allo potremmo parlare non solo di donne con figli biologici o senza, ma di donne che adottano, che prendono minori in affido, che fanno volontariato, che non fanno nulla di tutto ciò e stanno proprio bene e, con buona pace di qualche moralista di troppo, non si sentono affatto responsabili dell’imminente estinzione del genere umano. Potremmo parlare delle donne che imparano a difendere le loro scelte e a condividerle con gli altri umani, di chi non ha affatto paura di essere differente e semmai prova un po’ di pena per chi la differenza in sé l’ha soppressa. Ma ancora, Lunàdigas è un film pieno di leggerezza e perfino gioia: gruppi di donne che non puntano il dito l’una contro l’altra, caroselli delle due documentariste alle prese con perfette bambole di carta (le stesse con cui anche io, da bambina ho giocato per ore) e un finale-bambino, bambina, che non vi anticipo, ma che ha tutta la bellezza dell’esserci e dell’infanzia senza età, lasciata essere, senza ricatto o costrizione.  A chi vorrei far vedere questo documentario? Alle donne, certo, ma anche agli uomini – a tutti coloro che hanno sete della loro differenza e di un nome per dirla. A mia nonna che a figli e nipoti ha dedicato tutta la vita, alla severità di mia madre che è stata la prima persona a dirmi in tutti i modi immaginabili: pensa fuori dalla scatola, impara, vai e sii libera – sempre. Ed essendo tutto tranne che una tenerona, lo ha fatto, sì, spingendomi alla poesia, ai viaggi, alle esplorazioni, ma condendo il tutto con regole ferree e sfuriate ogni volta che, pensando sfrenatamente fuori dalla scatola, ne combinavo una delle mie. Vorrei mostrarlo alle mie amiche, le donne con cui lavoro e porto avanti la rivoluzione dei lenti e dei fragili, perché lì dentro, figli o non figli, ci siamo noi. Ad Azzurra con cui conduco laboratori di poesia e condivido una montagna intera, e mi sfogo delle fortune e delle sfortune dell’italica scena culturale; a Emanuela con cui abbiamo portato un progetto artistico ispirato ad Alice nelle scuole e nei centri educativi della nostra città, diventando consapevoli di noi in mezzo agli altri con i  bambini; a Cecilia con cui condivido il fato di strega e parliamo alle donne attraverso saperi erboristici, interpretazione dei tarocchi, scrittura dal bosco. Potrei certo aggiungere che Azzurra è mamma della bambina Bianca, Emanuela del bambino Pietro e Cecilia di Eva e Bambi, che sono cani; ma cosa cambia? Poco, molto poco, quando le donne scelgono e condividono liberamente. Parola mia, madre di quattro gatti, amica di diversi bambini, sorella delle erbacce per pigrizia. Lunàdiga.

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2 Responses to Senza figli? No, Lunàdiga

  1. Valeria Bianchi Mian il 19 aprile 2017 alle 12:28

    Ho avuto il grandissimo piacere di conoscere Nicoletta dal vivo (Marilisa solo telefonicamente) e di poter riflettere con le registe sul significato di madre – che non è solo quella che produce figli fisici. Grazie per questo articolo.

  2. Luino il 22 aprile 2017 alle 15:52

    Luna storta sta per Luna in quadratura astrologicamente

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