Gabicce Mare

29 aprile 2017
Pubblicato da

di Giovanni Bitetto

 

Vibra un poco la plafoniera sull’autobus che ci porta da Cattolica a Gabicce Mare. E i lampioni disegnano quadrati di luce che attraversiamo per stamparci sulle vetrine. Niente a che vedere con il calore esitante della lampadina sul mio comodino, mentre fisso il volto di mia madre, dei miei zii, delle cugine che ridono. Già più grandi di me – che ho solo nove anni – sono prese dal desiderio: reclamano un paio di scarpe, un nuovo vestito. Gli adulti le accontentano, spendiamo la serata affannandoci nell’ingenuo shopping delle ferie estive. Questo ricordo corre veloce, se distolgo lo sguardo mi perdo la passeggiata, le chiacchiere, ritrovo macchie verdi a pulsare sulle pupille.
I neon sovrastano l’animatore, al centro della pista impugna il microfono e si spende nell’ennesimo monologo. Di solito lo vediamo in calzoncini a bordo piscina, mentre chiama a gran voce i bambini o smanaccia coi padri dai petti villosi, con le madri in bikini ammuffiti. Noi paghiamo l’hotel, paghiamo soprattutto lui per farci divertire. Adesso la sua faccia riempie il locale che sembra una discoteca per signori, un posto sobrio e casereccio in cui far schiantare le comitive di famiglie che ogni anno accompagna nella gita a Gabicce Mare.
A Cattolica non si fa niente, si mangia la piadina e si prende il sole, basta una manciata di giorni per farsi cogliere dalla sonnolenza, se non fosse per la gita le notti scivolerebbero tutte uguali (sono tutte uguali le serate come questa in cui mi ritiro ubriaco nell’umido appartamento di universitari in cui vivo, le notti in cui accendo il lume e medito mezzo nudo o riverso sul comodino). E dunque giriamo per le vie di Gabicce Mare, ci lasciamo spingere nello squallido locale e ridiamo del cabaret, ci scuotiamo sulle sedie mentre il capo animatore esorta a ballare.

La luce del fusibile trema, forse è la mia immaginazione. Le nostre gambe tremano, nel mio ricordo trema tutto, nella sala si allarga uno spiraglio di tensione. Parte la musica, è un vecchio twist che può piacere alle pelli abbronzate, ai vecchi adulti sessantenni soporiferi che lo ballavano da giovani, ai nuovi adulti quarantenni e generalisti che – solo per il fatto di essere lì a Gabicce piuttosto che in qualche viaggio esotico, in qualche capitale – balleranno una musica poco pertinente alla loro generazione. Quel twist impastato, anonimo, forse un vecchio pezzo di Vianello, quelle note che potrebbero piacere anche ai giovani imbronciati, ai bambini esagitati vogliosi di correre in pista, eppure trattenuti dai genitori…
Pulsa la muffa verdognola delle luci da discoteca, non si alza nessuno, non ancora. Rivedo un’ombra, una forma dall’aspetto familiare. É il corpo di mia madre, la sagoma di cinquantenne che si erge accanto a me e viene condotta in pista dal braccio del capo animatore. Mia madre non di certo attraente, con le guance un po’ arrossate perché due minuti prima ha cercato di rifiutare. Mia madre è stata scelta dal capo animatore per dare il via alle danze. Perché lei? Perché ha scelto lei che ne stava quieta sulla sedia – la borsa appena comprata sulle ginocchia – perché mia madre che adesso si scuote, sorride e scopre le gengive macchiate di rossetto. Sì, mia madre sorride all’uomo che l’ha condotta in pista, un bell’uomo alto e abbronzato, un uomo che lei – costretta in un costume a un pezzo solo, un solo pezzo per coprire la pancia prominente – ha visto dimenarsi in boxer, ogni giorno, per una settimana. L’uomo si muove dolcemente, è elegante, sotto la camicia guizza un corpo da atletico giullare, lei penetra l’aria negli spazi della danza, si accorda al ritmo del corpo altrui, nel ballo spensierato. Nonostante l’estraneità, le gambe di mia madre si armonizzano, formano angoli perfetti, la gonna sfiora le ginocchia dell’omone.
Dal bordo della pista guardo incuriosito, confronto la madre scatenata con la figura dalle movenze quotidiane. Paragono l’estasi sul suo volto alla noia di casa nostra, le mani – ora puntate il cielo – con le dita molli che di solito si abbandonano al telecomando.
La osservo e non so cosa pensare, non penso niente e non immagino nulla di ciò che sto immaginando e ricordando stasera.
Gli zii ridono, le cugine vogliono applaudire. Meravigliato mi abbevero di una madre colta di sorpresa, del sospiro che le sfugge mentre si risiede. Il ballo è finito, la complicità dell’animatore si sfalda per ricompattarsi nel solito fascino guascone, adesso gira fra i tavoli, è l’uomo di tutte le signore, è la proiezione del giovane aitante e bonaccione. Mia madre si rassetta perché non è più abituata, nella sua mole c’è già l’ombra del sudore. Lei torna a parlare con mia zia come se non fosse successo niente, riprendere la padronanza di chi non ha visto sparire la gioventù in un gorgo, di chi ha fresca memoria di come si balla, e sul viso non farà più capolino l’illusione di un flirt fugace. Mia madre non si cura di suo figlio, suo figlio gioca con le ginocchia, si tocca svogliato le cicatrici infantili. Non guardo mia madre con astio e non corro – come d’altronde non sono mai solito fare – insieme ai bambini che affollano la pista e che trascinano i genitori nell’atmosfera finalmente rilassata.
Ma adesso, nella luce che quasi mi brucia la retina perché la fisso da tempo indefinibile – o forse da un secondo, forse solo dall’istante in cui il ricordo arriva e svanisce – in questa frazione io la scruto con astio, la guardo come a imputarla di colpe che non può avere, davvero non ne ha la povera madre colta alla sprovvista, davvero è tutto innocente, tutto sulla superficie.
E il me che ha nove anni lo sa, lo intuisce, se ne frega. Il me che ne ha diciannove vuole approfondire, ricollegarsi a un disagio, suggerire una forma di dolore.
Nella mia mente, in questa luce, il disagio e l’astio ci sono, c’è il peso e ci sono le presunte colpe della madre, c’è tutta la vita messa sul piatto, stringata in quel ricordo, in mille altri che arrivano come un treno. Guardo la madre come avrebbe dovuto farlo il padre, la guardo rifratto e lontano, col fare sprezzante del marito ideale.

È probabile che quel giorno il padre se ne stesse raggomitolato sotto le coperte, è probabile che avesse accampato una scusa per non partecipare alla gita. Lei l’aveva lasciato fare. Perché il padre covava un’espressione triste e cercava di dormire. Dormiva già rincoglionito dagli psicofarmaci che assumeva da qualche mese – mentre lei a dire il vero cercava di fermarlo – dormiva quando la madre ballava maliziosamente con il capo animatore. Mio padre che da lì a cinque anni si spegnerà nei deliqui di una depressione capace di intaccare il corpo oltre lo spirito, il padre che è morto da cinque anni, cinque anni stanotte? No, non proprio, le date e le meccaniche del tempo non funzionano così bene. Le dinamiche della memoria sono male oliate, così come quelle dello spazio che non è saturo dello sguardo di astio di mio padre, perché non c’è mai stato il suo volto al margine della pista in cui ballava mia madre. E nemmeno il mio sguardo del tempo era astioso, irritato come è ora, lattiginoso e bruciato dalla luce neutra di una lampadina.
Mio padre era assente perché dormiva schiaffeggiato dall’aria condizionata in una camera d’albergo a Cattolica, mentre io lì – io qui e ora – guardo Gabicce Mare, sempre da lontanissimo, sempre immerso nell’oscurità che preme non appena dico addio spegnendo questo lume.

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