Cangura [2 prose inedite]

8 dicembre 2017
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di Alessandra Carnaroli

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dice che non sa dov’è mio padre, dice che forse gira con la macchina sempre nei soliti posti quelli che conosce a memoria tutti gli stop, dove si può superare, dove bisogna stare attenti perché ci mettono gli autovelox proprio quando torni a casa dal lavoro.
dice che porta ancora il cappellino con la scritta di versace e gli occhiali neri, se c’è il sole abbassa la capotta dice che così vede meglio le ragazze e si fa vedere, sorride fa ciao con la mano.
dice che gli piace anche se è ridicolo quando mette la polo sui pantaloni di stoffa e le scarpe da ginnastica sono troppo bianche si vede che le ha comprate da poco le mette solo per andarci in giro venire da me dice che sembra come se è sempre un turista
dice che a mia madre gli viene la nausea quando lo vede vestito come uno che va al liceo, dice che è come se lo vede che si nasconde nei bagni per fumare come se lo vede baciarsi con la ragazzina che c’ha lo scooter argento gli mette una mano nelle mutandine di monella vagabonda gli parla di vasco rossi gli fa gli squilletti nel cellulare
dice che forse all’inizio non la tradiva e che ha cominciato dopo a riportargli a casa i boxer fatti come il cemento, le tasche piene di scontrini del campari, i colletti affilati col rossetto
dice che non devo essere depressa, che non sono l’unica ad averci un padre che va a puttane e una madre che si cuce gli occhi con un filo di perline.
dice che secondo lei scopava anche con la ludmilla quando mandavano in onda l’albero azzurro dice che la ludmilla denti di ferro trascinava la sua lama pelosa tra le gambe del mio babbo, faceva come l’aglio quando salta tutto caldo nella sua padella di ossi
dice che anche lei si farebbe mio padre. dice che come mette le all star fuori dalla macchina se lo fotte. dice che come la vede a lui i gli vibrano i pantaloni come se lo chiamano in centomila col cellulare dice che lui la fa sicuramente entrare in casa, che gira la maniglia del portone come se sta per tagliare una gran fetta di mortadella.
dice che lei allora subito comincia a toccargli i tagli del rasoio che gli sono rimasti sopra come le conchiglie della preistoria, dice che gli si mette sopra e comincia a svuotarlo come si fa con le seppie e il nero gli va dappertutto sul muro sugli occhi sulla foto di me che tagliavo la torta della comunione con la paletta d’argento (dice se ho presente quella foto dove si vede anche lei però poco perché gli faceva ombra mia cugina che stava dietro a farci ridere a farci le facce ridicole e le corna), dice che a mio padre comincia a cascargli la faccia, gli occhi diventano il campari che gli cola sulle poccie e fa il fumo, la bocca gli si impasta con la lingua e le tonsille e le narici e tutto comincia a girare come un disco umido, che invece di suonare sbava e lava via tutta l’aria e s’impunta sulle ossa e sui nei e ripete così così così così. dice che la bacia dappertutto perché è tutta nuda. dice che è insabbiata tra le sue gambe che sanno di alga e mare vecchissimo, che è l’uovo che gli spunta tra le chiappe e comincia a cantare per chiamare il contadino che viene e li stacca. dice che la castra come una castagna con il coltellino svizzero e poi scoppia sulla stufa. dice se mi ricordo quando nonna metteva le castagne sulla stufa e ci diceva state lontane che se scoppiano vi rovinate e io pensavo che le castagne quando scoppiavano erano più forti dei petardi e lei delle bombe e io allora dicevo che erano più forti della bomba atomica e lei della bomba a idrogeno e io che erano più forti della bomba al plutonio e vincevo perché lei non conosceva dell’esistenza di altre bombe dice che gli si attacca alla pelle come una lingua che dice solo elle, la sussurra alla sua fica sorda per cancellare ogni traccia
dice che se lo è portato a letto anche lei, dice che forse l’ha solo sognato,
dice che adesso gli è venuta voglia dice che adesso mi bacia, mi apre la bocca e mi mette dentro il fringuello mi mette dentro dio e la moto e un dente d’oro
-miranda
le sue labbra mi schizzano tutta, dice che ha appena lavato i denti con az forte dice che verrò alla menta come quella saporita di mia madre perchè al paese la chiamano così la chiamano la saporita come se è un tipo di focaccia che vendono negli autogrill vicino al panino col prosciutto

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io e la laura eravamo sole nella panda gialla, la chiamavamo il cimitero degli insetti perché nei finestrini chiusi ci morivano le mosche e molte vespe. noi ci giocavamo che era una astronave e il parasole era il computer e il freno a mano era il pulsante che sparava i razzi missili e il volante era il volante. i ruoli erano che lei era il capo che guidava fino alla luna, dalla luna agli anelli di saturno il capo ero io, al ritorno si faceva al contrario, chi non guidava lavorava al computer, chiamava la base sparava ai nemici.
a turno ci chiamavamo: va va principessa aurora superstar, gordon che negli spazi va, kitty la terra aiuterà, che erano le parole che ci ricordavamo della sigla di un cartone animato spaziale che andava in onda su tv centro marche.
se c’erano dei feriti durante gli scontri finivano sul sedile dietro dove si poteva stare sdraiati o si poteva fare l’amore.
quello era il secondo gioco preferito, lo avevamo scoperto a casa di mio cugino che teneva i giornalini sotto il materasso. noi li leggevamo: prima ci facevano ridere e dicevamo ma cos’è sta roba, poi più li leggevi e più ti veniva una strana sensazione proprio lì sotto, che non era pipì che scappava ma era come se ti ci batteva il cuore, e capivi che non stava bene fare quella cosa di leggere e sentire quella cosa tra le gambe, come un ciambellone che si gonfiava e diventava zucchero e poi diventava liquido e bolliva. ma più leggevi e meno ti fermavi ci siamo abbracciate come nelle figure nere per calmare la talpa tozza e calda che ci scavava tra le gambe, si costruiva la tana in mezzo al niente, portava peli e rametti faceva una chiesa enorme di vetro e di carne lei stava sotto e io sopra, io ero il maschio e lei la femmina. aveva giurato che teneva la mano davanti alla bocca perché i baci sulla bocca non si potevano dare, stava brutto e portavano le malattie, portavano la carie.
io mi emozionavo e le davo con la lingua sul collo, le davo i bacini sulla pancia e sulle tettine che sembravano due cingomme secche attaccate da molto tempo sotto il banco.
noi facevamo l’amore in un’unica posizione che era quella che io stavo sopra e lei sotto e sudavamo e ci piaceva, ma sempre con le mutande e mai bocca a bocca.
poi una volta abbiamo scoperto la miranda, che ce l’abbiamo tutte ma quella di un altra è come un gusto nuovo del gelato, il puffo per esempio che noi abbiamo scoperto alla gelateria maremio dopo diverso tempo che era stato inventato.
ci strofinavamo la miranda sedute di fianco e io non sapevo neanche che c’era un buco dove ci si poteva anche entrare con le maniche del grembiule.
strofinavo, strofinavo e arrivavo all’osso come con le pesche
quando avevamo finito non ci amavamo più, io tornavo una bambina e lei era una bambina: si giocava a mamme, a prendere, a fare i giornalini.
alla miranda non ci pensavo finchè un altro giorno non ci annoiavamo e ricominciavamo a strofinarci come i fiammiferi e dava gusto per un po’.
poi non so perché ma un giorno abbiamo smesso ci siamo scordate. lei ha cominciato a giocare con la mery, io ero più grande sono andata alle scuole medie, ho conosciuto cristian carloni e ci siamo baciati con la lingua in gita di un giorno a firenze
sda allora mi sono piaciuti sempre i maschi.
proprio alle femmine non ci ho più pensato, magari sì, qualcuna mi può piacere per come veste o per i capelli o per l’intelligenza, ma non mi reputo una persona omosessuale. questa cosa della miranda e della centoventisette mi è venuta in mente adesso che parlo con lei dottoressa e forse può centrare qualcosa col fatto che non riesco ad accettare la mia gravidanza.

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