Quel vizio ancora impunito che fa perdere la vista. Appunti sulla lettura

di Roberto Lapia

Il marito di Candida morì all’improvviso: adesso nessuno poteva più interromperla durante le sue letture. Col passare degli anni però il suo corpo cominciò ad indebolirsi, così Candida decise di andare a vivere in una casa di riposo: aveva ormai più di novant’anni. Il nipote, ad ogni visita, le portava delle casse piene di libri, «soprattutto romanzi e poesie». Candida in poco tempo esaurì quella piccola biblioteca, eppure, durante l’ultima visita, disse al nipote di non volere più libri, e di portare via tutti quelli che aveva nella sua stanza: «I medici le avevano detto che stava perdendo la vista. In pochi mesi sarebbe diventata completamente cieca. E più leggeva più l’evoluzione della cecità sarebbe stata rapida».

Candida è la protagonista della pièce By Heart. Apprendre par coeur (Les Solitaires Intempestifs, 2015), scritta e portata in scena dal portoghese Tiago Rodrigues. Candida è anche la nonna di Tiago, il narratore. Dopo una vita passata dietro i libri adesso Candida se ne vuole liberare, per ritardare la perdita definitiva della vista. Ma ha anche un’altra richiesta da fare al nipote: difatti vorrebbe consacrare «ciò che le resta della sua vista ad imparare un libro a memoria». O meglio: par cœur. By heart. Il libro definitivo, quello che resterà impresso nella sua testa; il libro che potrà leggere mentalmente quando gli occhi non funzioneranno più. E dovrà essere proprio suo nipote a sceglierlo: «Torchiato dal tempo devo compiere questa terribile missione» afferma un inqueto Tiago.

Candida si è ritrovata nella stessa condizione di uno dei lettori più persuasivi che conosciamo: Jorge Luis Borges. «C’è una foto in cui si vede Borges che tenta di decifrare le parole di un libro che tiene in mano, attaccato alla faccia. Si trova in una delle gallerie alte della Biblioteca nazionale di calle México, accovacciato, lo sguardo contro la pagina aperta»: in questo breve e malinconico ritratto, Ricardo Piglia (L’ultimo lettore, Feltrinelli, 2007) ci racconta di un Borges ormai cieco ma mai domo, che nonostante tutto non sembra voler rinunciare alla lettura; ed è lecito ipotizzare che sia stata proprio la lettura la causa della sua cecità. Quelle di Candida e di Borges appaiono allora come delle figure archetipiche del cosiddetto “ultimo lettore”: quel lettore che ha passato la vita leggendo, che ha bruciato i propri occhi nella luce della lampada. «Ora sono un lettore di pagine che già non vedo più» diceva Borges di se stesso, e giustamente Piglia ci ricordava che «nella chirurgica arte di leggere non sempre chi ha la vista migliore legge meglio».

Borges conosceva numerosi, forse innumerevoli, testi a memoria. A Candida invece bastava impararne uno: l’ultimo. L’arte d’imparare a memoria viene considerata fondamentale da George Steiner, che sosteneva che «imparare a memoria significa essere in un rapporto stretto e attivo con il fondamento stesso della nostra essenza» (Le silence des livres, Arlea, 2006). E non è un caso che Tiago si rivolga proprio a Steiner, cui spedisce una lettera manoscritta nel suo studio di Cambridge, per dirimere la gravosa questione dell’ultimo libro da consegnare agli occhi di Candida. Tiago difatti si era appassionato ad una conferenza dal titolo Bellezza e consolazione (Beauty & Desolation), vista su Youtube, nella quale Steiner parlava dell’apprendimento a memoria come atto di resistenza. Resistenza alle dittature, ma anche resistenza alla morte e all’oblio. In questo discorso viene evocata, tra le altre, la storia di Nadejda Mandelstam, che riuniva nella sua cucina dieci persone per imparare a memoria una poesia del marito, Ossip Mandelstam, perseguitato e torturato dal regime stalinista; per ogni poema dieci persone; al sessantesimo poema erano già in seicento ad aver imparato a memoria quei versi. In seguito quelle poesie avrebbero dovuto essere trasmesse ad altre dieci persone, e poi altre dieci ancora, e così via: una catena indispensabile agli occhi di Nadedja (che in russo significa “speranza”), perché bisognava «affidare alla memoria ciò che non si poteva affidare alla carta».

Ma la resistenza steineriana è anche un rimedio contro il fuoco: chi non si ricorda di Guy Montag, il pompiere di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (Mondadori, 1966)? A quel tempo i pompieri non spegnevano i fuochi, ma li accendevano: più precisamente bruciavano i libri vietati. Un giorno, mentre mettevano al rogo libri e giornali nella casa di una vecchia signora, un libro cadde tra le mani di Montag, e il pompiere non riuscì più a liberarsene. Da quel momento in poi iniziò a svilupparsi il suo amore per i libri, che lo portò alla fine a raggiungere la cosiddetta resistenza. Ma che cos’era la resistenza? Erano uomini e donne che imparavano i testi vietati a memoria. Poi li bruciavano, per non essere presi in flagrante, e aspettavano; aspettavano il momento in cui avrebbero dovuto recitare quei libri affinché venissero ristampati. Quando Candida chiede al nipote il favore di scegliere il testo che dovrà imparare a memoria, Tiago sta leggendo proprio Fahrenheit 451, e quella vecchia signora della casa presa d’assalto dai pompieri incendiari, gli fa venire in mente sua nonna: perché anche lei, la vecchia signora, guardava con gli occhi ormai vuoti i propri libri morire, e la sua vita scivolare via dentro il fuoco dell’oscurità.

Sempre George Steiner, in un saggio dal titolo Quelli che bruciano i libri (in I libri hanno bisogno di noi, Garzanti, 2013), ritorna sulla annosa questione dell’inquisizione libresca: «Quelli che bruciano i libri, che mettono al bando e uccidono i poeti, sono ben consapevoli di ciò che fanno. È incalcolabile il potere indeterminato dei libri. Ed è tale proprio perché il medesimo libro, la medesima pagina può avere sui lettori gli effetti più disparati». È interessante notare come Steiner, che qui evoca la forza illimitata dei libri, in Le silence des livres insista sul fatto che oggi ci stiamo dimenticando che i libri sono vulnerabili, e che, come ogni produzione umana, possono essere distrutti; un rischio ben riassunto proprio da Borges: «Le cose, su Tlön, si duplicano; ma tendono anche a cancellarsi e a perdere i dettagli quando la gente le dimentichi» (Finzioni, Einaudi, 1955). L’educazione moderna agli occhi di Steiner non contribuirebbe di certo a superare quest’oblio, anzi: essa «svuota lo spirito del bambino, sostituendo all’apprendimento “a memoria” un caleidoscopio transitorio di saperi sempre più effimeri. Installando, financo nei sogni, il magma dell’omogeneità e della pigrizia». La stessa visione pessimistica la ritroviamo in Luigi Meneghello, che nel testo Le valenze della lettura (in Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte, Garzanti, 1987) pone l’accento su come a scuola «si privilegiano lo scrivere e il parlare nei confronti della lettura». Secondo l’autore veneto «l’idea di far leggere dei libri per intero per semplice curiosità» mancherebbe del tutto nella scuola, mentre sarebbe necessaria una contro-educazione fondata sulla lettura, «un’attività formativa e cordiale, […] nella quale il mondo prevale su di te, e quest’effetto anziché mortificarti ti esalta. Più ti appaiono diverse e plurime le cose con cui non c’entri, e più ti senti a tuo agio, […] e l’idea che sia tu il tuo custode svanisce».

Ciò che sottolinea Meneghello, e con lui Steiner, è che il sistema, in primis quello educativo, senza più bisogno di roghi pubblici, tiene in ostaggio libri e potenziali lettori, facendo dei primi degli hrönir, per ritornare alla Tlön borgesiana, ovvero oggetti secondari, «creature della dimenticanza e della distrazione». Michel Crépu, critico letterario francese, ritiene che in un contesto come quello odierno, nel quale il silenzio della lettura è ormai connotato come il più strano degli esotismi, quella esperienza capitale, sorta di iniziazione al mondo, «venga impedita o addirittura vietata».  Ma allora in che modo è possibile salvaguardare l’esercizio della lettura (e della letteratura)? Lo stesso Michel Crépu propone una soluzione-rimedio: in un testo in appendice a Les silence des livres di George Steiner (Ce vice encore impuni), Crépu parla della “clandestinità della lettura”: «Vi giuro, quando penso ai libri non vedo dei roghi, vedo un ragazzo seduto nel fondo di un giardino con un libro sulle ginocchia. È là e non è là; lo chiamano, è la famiglia. […] Andare o no? Il libro o la famiglia? Scegliere il vizio (impunito) o la virtù (ricompensata)?». Il ragazzo decide di rispondere al richiamo della famiglia, ma la lettura, come sostiene Crépu, gode di una certa impunità, per cui si può stare in mezzo agli altri continuando clandestinamente le proprie operazioni. Il giovane ragazzo ha obbedito all’ingiunzione, fa finta di ascoltare, ma nel frattempo nella sua mente scorrono le immagini di Michel Strogoff che corre nella steppa: «Egli continua a tradire pensando ad altro. Non si legge a tavola? Non fa niente, il libro continua a leggersi in lui». Si rivela dunque necessario seguire l’esempio del ragazzo nel giardino (e quello di Nadejda e di Montag): bisogna tornare alla clandestinità affinché il vizio sopravviva impunito.

Ma c’è un’altra componente da prendere in considerazione: oggi ci troviamo in un’epoca caotica, una realtà che è stata profondamente modificata dal dilagare di internet e delle nuove tecnologie, nella quale il sapere è teoricamente aperto e accessibile a tutti come mai lo era stato prima. Eppure, secondo Crépu, «non è mai stato così difficile trasformare questo sapere in arte». Perché manca qualcosa di essenziale: la pazienza, il silenzio, «ovverossia il tempo, quindi la noia». La domanda che ne consegue è abbastanza ovvia: qual è l’effetto di questa nuova realtà sulla lettura e sulla funzione dei libri? Forse una risposta in tal senso ce l’ha data Pierre Bayard: non c’è tempo né ci sono le condizioni per leggere. Bisogna semplicemente parlare dei libri senza averli letti (Comment parler des livres que l’on n’a pas lus?, Minuit, 2006). Perché «la lettura non è solamente conoscenza di un testo o acquisizione di un sapere. Essa è anche, a partire dal momento in cui ha inizio, coinvolta in un irreprensibile movimento di oblio». E mentre cominciamo a leggere stiamo già iniziando a dimenticare.

Bayard in questo saggio-finzione dal tono ironico e provocatorio, parla «in qualità di non-lettore» e vista la sua approfondita esperienza in materia decide di addentrarsi in una riflessione a proposito di quello che è a tutti gli effetti un tabù: perché è quasi impossibile parlare di non-lettura «visti i numerosi divieti da infrangere» (come quello per esempio di non aver letto i testi considerati canonici). L’intento dell’autore appare in realtà quello di smascherare una certa ipocrisia che ruota attorno ai libri, e in particolare di desacralizzare il rapporto lettore – testo (e quindi anche quello non-lettore – testo). Agli occhi di Bayard la nostra relazione con i libri non è un processo continuo e omogeneo, e nemmeno il luogo di una conoscenza trasparente di noi stessi, «ma uno spazio oscuro infestato da brandelli di ricordi, e il cui valore, compreso quello creativo, è legato agli imprecisi fantasmi che vi circolano». In sostanza la non-lettura è un atto di creazione che ci libera dal peso di una certa cultura, e che si pratica anch’essa in una sorta di clandestinità. Un’evoluzione necessaria secondo Bayard, «per sbarazzarci di tutta una serie di divieti, spesso incoscienti, che pesano sulla nostra rappresentazione dei libri e ci conducono a pensarli, fin dai nostri anni scolastici, come degli oggetti intangibili, e dunque a sentirci in colpa ogni qualvolta gli facciamo subire delle trasformazioni».

Piglia in L’ultimo lettore, a proposito di Tlön, parlava di un universo saturo di libri, dove tutto sta scritto, solo si può rileggere, leggere in un altro modo. Per questo «una delle chiavi del lettore inventato da Borges è la libertà nell’uso dei testi, la disposizione a leggere secondo i propri interessi e le proprie necessità». Questa arbitrarietà borgesiana, una certa inclinazione a leggere male, è il marchio del lettore di Borges, assolutamente autonomo. Per Bayard invece, nell’universo odierno saturo di libri e di segni, non solo si può rileggere: si può anche non-leggere, perché la finzione non dipende solo da chi la scrive o da chi la legge, ma anche da chi non la legge, parlandone. Senza sensi di colpa. «Ora sono un lettore di pagine che già non vedo più» diceva Borges, e ben presto lo dirà anche Candida. Attraverso una forzatura potremmo considerarli, con Bayard, non più l’archetipo dell’ultimo lettore, ma l’archetipo dei primi non-lettori, legati solo ai loro ricordi. Che i libri li portano dentro di sé, per cui impunibili nel loro vizio.

Una questione rimane ancora irrisolta: quale sarà l’ultimo libro di Candida? Steiner in Beauty & Desolation raccontava questo aneddoto: «1937, congresso degli scrittori sovietici. L’anno peggiore. Le persone cadevano come mosche, tutti i giorni. Gli amici di Boris Pasternak si riunirono attorno a lui e gli dissero: “Se parli durante il congresso ti arresteranno. E se non parli ti arresteranno lo stesso, per insubordinazione ironica”». Il congresso durò tre giorni, e Pasternak non proferì parola. Ancora Steiner: «Al terzo giorno fu preso da parte dai suoi amici: “Qualunque cosa tu faccia ti arresteranno. Per favore, dovresti dire qualcosa. Qualcosa che potremo conservare in noi, quando sarai in prigione”. Pasternak era un uomo incredibilmente bello. Misurava più di un metro e ottanta. […] Pasternak si alzò, mi dissero che il silenzio si sentiva fino a Vladivostok. E quando Pasternak salì sul palco gridò un numero. Un numero e duemila persone si alzarono in piedi». Si trattava del numero di un sonetto di Shakespeare tradotto da Pasternak, il trenta, un sonetto sulla memoria. Duemila persone si alzarono in piedi e recitarono il sonetto a memoria. Che cosa voleva dire quel gesto? Voleva dire: «Voi non potete toccarci, non potete distruggere il fatto che conosciamo a memoria ciò che Pasternak ci ha dato». Pasternak non venne arrestato.

Perché siamo quello che ricordiamo, come dice George Steiner, e quello che è in noi nessuno ce lo può prendere. «Ho offerto i sonetti di Shakespeare a Candida» afferma Tiago alla fine della pièce. Candida li ha accettati senza fare domande. Era contenta di ricevere delle poesie, perché sono senza fine, «e in questo momento preferisco le cose senza fine». Il giorno del novantaquattresimo compleanno di Candida, Tiago decise di farle una sorpresa: si recò con dieci persone alla casa di riposo, di modo che potessero imparare da Candida un sonetto a memoria. Si sedettero di fronte a lei: «Non era ancora cieca, ci poteva vedere, ma non ci riconobbe. Ignorava chi fossero quelle persone davanti a lei. E quando le parlai non capì chi stava parlando. Le chiesi “E i sonetti? Ti ricordi un sonetto?”». Candida, come la vecchia di Bradbury, aveva gli occhi vuoti che guardavano il muro. Sembrava non ricordasse più niente. Dopo un leggero movimento degli occhi iniziò a parlare. A recitare: un sonetto di Shakespeare, il numero trenta. La vista volava via, il vizio invece era rimasto impunito.

 

Quando alle Assise del muto e gentil pensiero

convoco memorie di cose passate,

sospiro per ciò che invano ho ricercato,

e per antiche pene piango ancora lo spreco del mio tempo amato;

posso allora annegare gli occhi (non usi a sgorgare)

per amici preziosi nascosti nella notte infinita della morte,

e piango ancora pene d’amore da tempo condonate,

e lamento la perdita di molte viste svanite.

E soffro per passate sofferenze,

e di dolore stanco riconto

la triste lista di lamenti lamentati,

che pago ancora come se non pagati.

   Ma se per caso ti penso (caro amico)

   ogni perdita è risarcita, e ha fine ogni tormento.

(Trad.: Dario Calimani. Cfr. Dario Calimani, William Shakespeare: i sonetti della menzogna, Roma, Carocci, 2009, pp. 70-71)

Print Friendly, PDF & Email

2 Commenti

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

La nuda

di Sara Sermini (testi) e Elena Gargaglia (fotografie)
Entra da destra nel quadro, la zampa levata, l’occhio giallo (si intuisce) acuto nella pelle tesa: una capra d’ossa appesa accanto alla porta di una cella. Una capra nomade, fuori e dentro due pupille a penzoloni.

Branchi di cani

di Laura Mancini
Non so quando fu che iniziai a pensare ai branchi di cani. Branchi, di, cani, sarei tentata di scandire per ricordare come singoli elementi possano compattarsi in un simbolo monolitico e depositarsi nella mente fino a produrre calcare e ruggine, fino al totale squagliamento in un immondo pantano.

L’ultima gita al faro

di Francesco Segoni
Qualche anno più tardi, al momento di spingere la lama nella coscia, Ursula ripensa a quel venerdì di fine marzo in cui avrebbe dovuto morire e invece era morto suo padre. Aveva dodici anni e se lo ricorda come un pomeriggio di sole: una cosa buona, perché aveva scelto un posto all’aria aperta per suicidarsi. Intorno al faro di Alnes c’erano solo mare e cielo.

Sessantacinque anni

di Daniele Comberiati
. Ero passato dal Dépanneur un venerdì pomeriggio, pensando di trovarlo chiuso. Il classico atto mancato, mi dicevo parcheggiando la macchina.

Termini senza mezzi

di Laura Mancini
Se a ossessionarmi non fosse la morte ma l’enigmistica troverei gustosa Termini senza mezzi. Prenderei nota della coincidenza idiomatica – che cos’è, una crittografia, un indovinello, un’inversione? –  e scatterei una foto di piazza dei Cinquecento nella sua inconsueta nudità

Le foglie di Adamo

di Laura Mancini
La voce brusca dello zio e quella fioca del nonno riscossero Adamo dalla sua beatitudine. Si voltò e li vide sbracciarsi oltre il cancello mentre un uomo vestito di lenzuola sbatacchiava il lucchetto. Adà, sfiatava il nonno, Adamo! tuonava lo zio. Adamo fece un nodo al respiro.
silvia contarini
silvia contarini
Vivo a Parigi e insegno all’Université Paris Nanterre. Ho pubblicato, anni fa, testi teatrali, racconti, romanzi (l’ultimo: I veri delinquenti, Fazi, 2005). Ho tradotto dal francese saggi e romanzi. In ambito accademico mi occupo di avanguardie/neoavanguardie, letteratura italiana ipercontemporanea, studi femminili e di genere, studi postcoloniali e della migrazione (ultima monografia: Scrivere al tempo della globalizzazione. Narrativa italiana dei primi anni Duemila, Cesati, 2019). Dirigo la rivista Narrativa (http://presses.parisnanterre.fr/?page_id=1301). Leggo i testi che ricevo via Nazione Indiana; se mi piacciono e intendo pubblicarli contatto l’autore, altrimenti no. Non me ne vogliate.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: