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Lighea

Mariagiorgia Ulbar

 

(Lighea è la sirena del racconto di Tomasi di Lampedusa. Il rimando al nome è un ricordo di quel personaggio incontrato anni addietro, che era una donna e nello stesso tempo non lo era, e veniva raccontato come emblema dell’amore: incomprensibile, inenarrabile, indimenticabile e presto perduto. Qui Lighea entra in una storia inedita: è trasportata in un luogo montano che non le appartiene, sopravvive ma soffre, anela a tornare al luogo da cui proviene e parla con chi l’ha portata via, qualcuno che la ama ma non la comprende e che soffre di ciò che non capisce. Lighea parla la lingua che riesce a formulare nello sforzo di incontrare l’altro, così tenta di spiegarsi, ma la lacuna resta e, con essa, resta l’incomprensione. In quanto sirena, personaggio intermedio tra bestia e mito, Lighea si salva mentre l’altro, l’umano, per cui l’amore sembra essere un sistema di conquista e di possesso, soccombe alle leggi di natura e in quest’ultima scompare. Tutte le serie di testi che compongono il libro e convergono nel poemetto “Lighea” raccontano la stessa storia di luoghi abitati, spazi rarefatti, indistinzione, semplici e infinite solitudini, amore grandissimo e malcerto, tesori rilucenti o nascosti e cose che non si spiegano e non si possiedono mai.)

*

 

 

 

Sale in montagna la sirena,
lei è abissale è trascinata in alto
dalla mano di qualcuno che è invisibile
che al suo canto da lontano aveva riso.
Era diversa. Era un essere sapiente
e fingente di dimenticare tutto.

 

 

 

[…]

Iniziarono a parlare su uno stagno
dove lei poteva rotolarsi
e respirare
a filo d’acqua di giada ripiegata
e sotto toccava con la coda
il fondo di limaccia
che smagava la sua forza la prendeva come un pianto.

 

 

 

Scopri i denti, Lighea, apri
la bocca e mostrami il destino.
Io ti tengo qui finché mi piace.
Senti il caldo che sale dalla terra
senti il sole che brucia nelle altezze
vanno insieme le farfalle color lilla
verso il giorno che finisce ed è la fine
del loro unico giorno.

 

 

 

Qui tra noi ci sono i cani bianchi
che impazziscono nel tempo
che difendono.
Ti ho presa per amare i tuoi segreti
aprirli nel palmo come noci
nutrirmene affinché diventi innocua.

 

 

 

I tuoi denti mi pungono di notte
sono te e uguale a te io nuoto
vedo il sole dal fondale come luccica
e tutto è freddo, interno, e freddo
e per te giusto perché per me segreto.

Nella veglia, Lighea, io ti odio,
perché i denti ti toccano la bocca
e il tesoro con nessuno non dividi.

 

 

 

Smette di parlare con un soffio
le cicale nel ginepro si interrompono
e si sente sull’argine soltanto
Lighea che rantola in affanno
ma vive dentro il brodo dello stagno.
Le scaglie della coda sono buie
un brivido le sale dalla nuca
si abbassa con il naso sotto il pelo
dell’acqua, ingoia bolle e infine parla.

 

 

 

Bastare mai niente può te mai
pago di minuscolo tu devi
ascendi non timore questo abisso
sprofonda tu sempre al cielo alto.
Io so tutto di me di sempre braccia
e mente scendente a fondo in coda
mente veloce tanto e gambe niente
.

 

 

 

[…]

Io non so un motivo apre in testa
prende canta sempre prende e spegne
poi tutto spegne tutto zitto tutto niente
e sale luce di me sola
la voglia non vedere poi un sole
io sono quando tutto posso fare
poi spegne e buio e non posso niente
.

 

 

 

[…]

 

*

Da Mariagiorgia Ulbar, Lighea (elliot 2011)

 

 

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4 Commenti

  1. Nuova e affascinante poesia, tra mito e interrogazione interiore. Finalmente si respira !Brava Maria Giorgia.

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