Glossario dei tempi

di Giorgio Mascitelli

Con la fine del secolo breve e della guerra fredda ossia dell’ordine nato dalla seconda guerra mondiale, l’epiteto ‘nazista’, usato espressamente oppure richiamato per allusione, ha conosciuto una seconda giovinezza in ragione direttamente proporzionale alla crescita della depoliticizzazione nella società.  Sdoganato all’inizio degli anni novanta dall’apparato mediatico con la funzione di propaganda bellica ( all’epoca della prima guerra del Golfo era Saddam Hussein a essere il nuovo Hitler), essa è ormai diventato una componente essenziale di qualsiasi comunicazione tesa a stigmatizzare un comportamento considerato a vario titolo inaccettabile e irrappresentabile. In questo senso l’aspetto significativo di questo fenomeno non è tanto l’accusa di nazismo in situazioni per così dire codificate e classiche di polemica politica, per esempio l’accusa rivolta a Putin e ai separatisti russi durante la guerra civile in Ucraina verosimilmente per nascondere la presenza predominante dell’estrema destra  nei ‘rivoluzionari’ ucraini o la lunga serie di scambi di accuse reciproche nel conflitto israelo-palestinese, ma il suo passaggio alla dimensione quotidiana. Ne ha fornito un esempio autorevole alcune settimane or sono il Santo Padre quando ha definito espressamente l’aborto selettivo una forma di nazismo in guanti bianchi.

E’ chiaro che la generalizzazione dell’uso del termine da parte degli operatori mediatici è stata possibile solo nel quadro di una fondamentale depoliticizzazione che consente di evitare di prendere quelle misure cautelative che un giudizio politico del genere imporrebbe a chi lo formulasse: ecco allora che diventa credibile, come è successo nei mesi scorsi, denunciare come fondatore di lager il precedente ministro degli interni Minniti e contestualmente chiedergli provvedimenti contro organizzazioni in odore di neofascismo.

Il passaggio decisivo si ha quando questa modalità viene ripresa sui social in rete da parte di utenti comuni e diventa un fenomeno di massa, assumendo un carattere fortemente aggressivo. Allora veramente ognuno può diventare il nazista di qualcun altro in qualsiasi momento per qualsiasi motivo. Tale trasformazione è connessa con quella che il filosofo Byung-Chul Han ha chiamato la società dell’indignazione, tipica dell’epoca della rete, ossia una società in cui dominano insistenza, isteria e riottosità che “non ammettono nessuna comunicazione discreta, obiettiva, nessun dialogo, nessun discorso” ( Nello sciame trad.it 2015 p.18).  Ma l’allusione al nazismo può trovare posto anche in una discussione pacata, ce ne sono perfino sui social, non contrassegnata da quello che i tedeschi chiamano shitstorm, ossia la tipica aggressione verbale nella rete, a segnalare una sua trasformazione in un repertorio argomentativo naturale e ovvio, una sorta di seconda natura ideologica. Per esempio un paio di mesi fa, nel commentare uno stato di politica su facebook, uso l’espressione ‘scelte delle èlite finanziarie’ e mi viene risposto inopinatamente se sono convinto che le èlite finanziarie siano composte da ebrei. Il ragionamento è interessante, il mio interlocutore, che è democratico di sinistra antirazzista ed è una persona colta, teme che io sia un antisemita perché nella sua convinzione per parlare di élite finanziarie si deve essere per forza antisemiti, in quanto va da sé che esse siano composte da ebrei e chiunque non sia un antisemita non parlerà mai di èlite finanziarie. Qui vediamo come addirittura un tipico stereotipo antisemita ( l’alta finanza è costituita da ebrei) riviva in una forma antirazzista nella persuasione che chiunque parli di élite finanziarie non possa  farlo che per esternare i propri sentimenti antisemiti e pertanto un sincero democratico non debba parlarne mai. Eloquente in proposito la reazione di smarrimento e di incomprensione del mio interlocutore quando finalmente si è convinto che avevo citato le èlite finanziarie non per motivi complottistici antisemiti, ma per parlare effettivamente di queste.

Questo episodio, che testimonia di una mentalità diffusa, non è spiegabile senza quello che Jonathan Friedman ha chiamato associazionismo, ossia la tendenza a valutare  una tesi non per quello che sostiene effettivamente ma per il modo in cui si colloca in un determinato immaginario sociale, di modo che diventa pressoché naturale associare a una certa affermazione tutta una serie di altre affermazioni, anche se la prima non le implica affatto logicamente. Questo tipo di logica è praticata non soltanto nelle conversazioni private, ma anche in una dimensione pubblica, essendo caratteristica del politicamente corretto, ed è sicuramente uno dei meccanismi alla base della rapida moltiplicazione delle accuse di nazismo.

La più ovvia delle conseguenze di questo fenomeno, ma non per questo la meno grave, è che il concetto di nazista e anche quello di fascista, per il quale valgono considerazioni analoghe, sono quasi completamente inutilizzabili per l’inflazionamento e la torsione semantica a cui sono state sottoposte le parole che li indicano. Visto che purtroppo  viviamo in un’epoca in cui qualche segnale oggettivo e pericoloso di fascinazioni nostalgiche c’è, questo è un motivo di preoccupazione in più.

In secondo luogo esso finisce con il creare un sacco di interdetti ossia di argomenti su cui non è possibile discutere perché bollati come sicuro sintomo di nazismo: non è un caso infatti che questa tendenza non sia un fenomeno spontaneo, nato in rete, ma sia l’imitazione di una pratica mediatica della società dello spettacolo, dove è stato introdotta con finalità di propaganda. Il fatto che la pratica dell’interdetto venga replicata a livello di massa rende molto difficile la nascita di un reale discorso di controinformazione e di critica dello stato di cose presenti, in quanto la funzione critica trova uno degli elementi fondamentali nello smascherare ciò che vi è dietro ogni interdetto anziché metterne di nuovi.

Infine, la perdita del valore specificamente politico dell’accusa favorisce una commistione tra una dimensione morale, una politica e quella emotiva che produce confusione e smarrimento, del tutto funzionali ai processi di depoliticizzazione. Che questa commistione sia una caratteristica sia del politicamente corretto sia del linguaggio mediatico, è una considerazione pertinente, che non posso però sviluppare qui, ma che va in ogni caso tenuta a mente.

Viviamo in tempi la misura dei quali ci è stata offerta da un politicante austriaco che ha rispolverato l’espressione asse tra Roma, Berlino e Vienna: e poco importa che quest’asse non si realizzerà mai per l’evidente inconciliabilità geopolitica degli interessi dei contraenti, la misura dei tempi ci è offerta dal fatto che abbia potuto permettersi di usare un’espressione simile, cosa fino al 2001 impensabile. Viviamo in una società in cui la macchina mitologica ha ripreso a funzionare e a offrire le sue vittime sacrificali per nascondere i problemi che non si possono o si vogliono affrontare. In questo contesto l’uso rigoroso di alcuni concetti e termini connotati storicamente non è una questione filologica, ma politica. Infatti, la ragion politica, per quanto parziale e fragile, man mano che passo  ci incamminiamo nella nottata del mito è l’unico strumento che ci resta ( e lo affermo in polemica con tutta una temperie culturale che ha affermato l’importanza dei sentimenti in politica come unica garanzia di autenticità) per provare a orientarci e a non essere del tutto passivi nel buio che ci circonda..

 

  6 comments for “Glossario dei tempi

  1. carlo carlucci
    20 luglio 2018 at 09:23

    Nazismo contrazione da nazional socialismo, evidente recupero dell’ideologia del sociale….(idem con social fascismo e fascismo dai fasci littori adottati da Mussolini nella coreografia della Roma Imperiale). Fascismo é poi passato a indicare genericamente la destra, mentre nazimo, epiteto dispregiativo (meglio nazista) viene usato di volta in volta o per certi metodi di estrema brutalitá o (vedi articolo di Mescitelli) quando ci sono di mezzo ebrei (per ragioni ovvie…). Mescitelli nel suo intervento tira un po´per i capelli il lemma obbrobrioso.

  2. gian piero fiorillo
    20 luglio 2018 at 09:37

    è la cosiddetta “reductio ad Hitlerum”, che ahimè funziona sempre, anche di segno opposto – Berlusconi fondò la sua fortuna politica con una campagna forsennata contro “i comunisti” quando i comunisti erano scomparsi dall’Europa (era la metà degli anni ’90) – oggi il nemico sono “gli invasori” i “deportati da Soros” – formule con cui si perdono di vista le dinamiche reali della globalizzazione sotto il segno del capitale, e spesso si diventa ciechi anche davanti ai fatti concreti più drammatici; d’altra parte quando i fenomeni sono difficili da interpretare, e ancor di più da modificare, si tende spontaneamente a formarsi delle mappe approssimative entro i cui confini ci si orienta più facilmente, senza andare poi a verificare la reale consistenza di queste mappe; condivido le riserve sui sentimenti in politica, ma ci sarebbe anche da esplorare le “percezioni” della realtà, che indipendentemente dalla corrispondenza al reale, tendono ad assumere un forte carattere di “evidenza” e difficilmente vengono messe in crisi nonostante siano, molte volte, veri e propri stati di allucinazione e producano dissociazioni in chi li vive (come nel caso dell’interlocutore democratico di sinistra ecc.)

  3. Filippobruschi@hotmail.com
    20 luglio 2018 at 16:41

    Ottima analisi. E necessaria. Da chiedersi in che modo tutto ciò sia legato alla progressiva abolizione della democrazia. Semplice riflesso?

    • Giorgio Mascitelli
      22 luglio 2018 at 20:38

      Domanda a cui è difficile rispondere in breve. Diciamo che questi fenomeni linguistici sono tracce eloquenti della depoliticizzaxione, che è il brodo di cultura della crisi della democrazia.

  4. rmorresi
    26 luglio 2018 at 09:49

    “la perdita del valore specificamente politico dell’accusa favorisce una commistione tra una dimensione morale, una politica e quella emotiva che produce confusione e smarrimento, del tutto funzionali ai processi di depoliticizzazione”
    – un’ottima riflessione, anche se mi sembra difficile liberare la politica dalle sue dimensioni affettive ed etiche (sennò cosa ne rimane? tecnica?), direi che ormai lo schiacciamento alla reazione legata a delle nuvole di aspettativa identitarie (ma spesso meramente individualistiche) è dominante, a prescindere dall’oggetto del discorso, sempre più astratto, imprendibile.

    “Che questa commistione sia una caratteristica sia del politicamente corretto sia del linguaggio mediatico, è una considerazione pertinente, che non posso però sviluppare qui, ma che va in ogni caso tenuta a mente.” – ti pregherei, se possibile, quando potrai, di tornare su questo invece, ché non capisco bene l’evocazione del “politicamente corretto”; mi sembra anzi che in Italia lo spettro del p.c. sia stato sempre evocato e demonizzato senza aver mai vissuto una stagione dominante.

    • Giorgio Mascitelli
      26 luglio 2018 at 17:26

      Cara Renata, nella politica le passioni hanno un grande ruolo e positivo, perché sono alla base degli ideali, qui però alludevo a una dimensione emotiva in senso immediato e negativo, possiamo definirle, se vuoi, emozioni da poco.
      Sul p.c. qualcosa ho scritto nel pezzo intitolato Il paralogismo di Coco’ , poi è chiaro che dovrò tornarci. In Italia esso ha caratteri diversi dai paesi protestanti, ma c’ è come dimostra la vicenda del senatore nero della Lega.

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