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Lo straniero è colui che viene. Una nota al margine di Edmond Jabès

di Giorgiomaria Cornelio

-Qual è l’idea che l’immigrato si fa dell’autoctono?

Quello di un patriota che lo incita a essergli somigliante affinché sia pienamente integrato nella collettività che il patriota stesso rappresenta; e questo, sia nel caso gli rinfacci la presenza, sia in quello che sia mosso dalla buona volontà più sincera. Per lo straniero, ebreo o scrittore, ma ciò vale per tutti gli emarginati (…) che la società, a suo dire per la propria salvezza, condanna in blocco, anche se loda o festeggia qualcuno di loro in nome del pensiero, dell’arte o della scienza, pensando in questo modo di darcela a intendere; ebbene, per lo straniero, quella società è la somiglianza della sua propria differenza, nella separazione, volontaria o temuta, che lo rafforza.

L’immigrato che è ansioso di non essere più considerato come uno straniero, sa che, una volta esaudito il suo desiderio, cessa di colpo di essere se stesso, non essendo ormai altro che una cattiva copia di un modello sospetto?

Lo straniero è forse colui che acconsente di pagare, modesto o esorbitante che sia, il prezzo della propria estraneità.

Dunque, il prezzo pagato per rimanere straniero; per ciascuno di noi, il prezzo pagato per essere se stessi.

Ti ricordi la storia, ad un tempo comica e drammatica, di quell’africano, entusiasta, sentimentale, il cui amore per la Francia era talmente espansivo, che la notte si coricava sulla nostra bandiera, fino al giorno in cui fu vilmente denunciato alle autorità di polizia da parte di alcuni vicini che avevano interpretato questo gesto come un oltraggio alla patria?

Ma, più che dell’immigrato, prototipo della più grossolana idea che si potrebbe avere dello straniero, è prima di tutto di noi che si tratta. […]

Edmond Jabès, “Uno straniero con, sotto il braccio, un libro di piccolo formato”

 

Intanto lo studio delle strutture cave.

Se scrivo questa nota sul greto della pagina è per prendere congedo da un doppio fraintendimento sulla parola straniero, e per vivificarne il senso attraverso la scrittura di Edmond Jabès.

Integrazione: non sappiamo più che farcene dell’inquieta dolcezza di questa definizione. L’abuso ne ha soffocato la lateralità, e il groviglio di radici. Ugualmente per l’immigrato o l’emarginato, essa si è risolta con una duplice congiura alla sua estraneità: il rifiuto o l’assimilazione sociale.

Eppure lo straniero sembrava essere giunto soltanto per ribadire che l’identità è una regione disabitata, o piuttosto quanto perdura a trattenersi come dissomiglianza.

Per lo straniero che ha appreso la sua totale estraneità, e dunque il continuo divenire altro, fingere un’amnesia non è abbastanza quando tutto tradisce il marchio d’una antica registrazione. Ma è proprio l’obbligo a ricordare a costituire, per lui, un’esortazione alla dimenticanza.

Così, rivolgendosi ad esempio alla razza e al genere– questi toni dell’essere da lui dismessi e che tuttavia non zittiscono l’umore tumultuante della loro superficie – egli si chiede: che farne ora del loro perimetro ancora bruciante di riconfigurazioni e di fermenti, di formicolii tellurici e archetipici?

Risponde: giochiamoli come protesi per inventare la vita, come tinte da sviluppare in luogo di una trascolorazione, cioè come esperienza acrobatica e schizofrenica del bordo, dal quale sempre non si fa altro che partire e congedarsi.

Così, vigilando una concentrazione di visitazioni e sopravvivenze, lo straniero –perpetua sorgente di conversioni- va montando la propria modellatura vivente come fosse un praticabile per un corpo a venire, limine e “metafora di un inaccessibile”, di un infigurabile:

“-Lo straniero è colui che viene.
-È sempre colui che è sul punto di venire.”

1 commento

  1. Se si pensa al concetto di intersezionalità, si capisce quanto i discorsi sulle razze siano vaghi, non è proprio il fatto di essere diversi ciò che ci rende umani, altrimenti saremmo endogamici (sesso tra parenti)? Forse la razza si allaccia di piú all’etnia, che dovrebbe, ed in fondo è, anche vissuta personalmente, nel senso che siamo tutti uno, ognuno separato ed allo stesso tempo sociale, anche quando cerchiamo la solitudine che è un esempio di distacco dalle masse e forse anche dagli stereotipi siamo sociali distaccatamente, da lontano. Come diceva Bukowski, chi non impazzisce mai è il vero pazzo… Forse le razze non esistono, e siamo forzatamente diversi, ma con una testa, due mani, due occhi, eccetera, fondamentalmente simili, osservando un poco…

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