La tragedia del ponte Morandi

di Guido Caserza

LA TRAGEDIA DEL PONTE MORANDI

 

Dio Basko sta lassù meraviglioso,
a pochi passi dalla morte immoto:
il buon dio delle merci conosceva
l’istante e il luogo,
con la pioggia e il tuono:
allora Basko chiamò a sé i suoi buri
e “Spalancate le bocche” a noi disse,
“quest’oggi è il gran saldo di ferragosto”,
coi teschi e i meloni
l’Italia arrosto.
Per un istante sopra il vuoto sotto
il nulla Basko mostrò merci morte
alla fine del viaggio: fu l’orrore
dell’uomo nudo con sé stesso, spenti
la cassa e il tornaconto,
l’uomo nudo con le sue tasche, spenti
gli uomini e il rendiconto,
la cassa nuda con i suoi chiodi: ma ora,
chiuse le bare tra i fischi e gli applausi,
cantato il RIP,
torniam burini a te supplici, o Basko:
orsù, riprendi il moto,
mentre a saldo di offerte 2 x 1
ci recherai la morte ad 1 ad 1.

 

 

 

 

Da L’inganno della rosa (di prossima pubblicazione per la casa editrice Dei Merangoli)

 

 

Le tue calze potrebbero anche

donarmi. Non dire, no no, che io

sia folle, imitare una donna, sai, è arte

dell’amore: a te assomiglia quell’arte.

Che io sia folle

solo perché vado con le parole? Ebbene,

ovunque vado vado per

tam

burellare di te, anche il tuo

battito mi dona, oh sì, quanto mi dona:

bat ti to del tuo cuore, batti batti

tam

burello. Contempla

le mie calze, mio bel donnino,

belle calze di donna, bel

cuoricino a tamburello e piedi di poeta:

al monte di pietà ho lasciato l’elisir di baci,

ora me ne vado coi

tuoi piedini inguainati, sempre in cam

mino sempre in cam

mino e, mamma, quanta strada per

dirti t’amo.

Ma ciancia ciancia che ti passa

mio bel poeta: da seduto è assodato, non

diresti più che l’ami,

e un salice di versi

pianteresti a piangere, cretino,

per non aver capito

da seduto l’amore.

 

  3 comments for “La tragedia del ponte Morandi

  1. gian piero fiorillo
    2 settembre 2018 at 13:21

    due pezzi in musica: classico il primo, cool jazz il secondo – molto densi.

  2. ing
    2 settembre 2018 at 18:12

    ?

  3. Domenico Lombardini
    3 settembre 2018 at 19:14

    Per Genova ferita

    In fondo, a pensarci bene
    non è un posto in cui stare, vivere.
    Ci si potrebbe soggiornare
    forse qualche giorno in vacanza
    una settimana al più
    perché, pur non essendo
    apertamente ostile
    non è nemmeno evidentemente
    accogliente. Né un posto in cui
    far vivere bene i figli,
    mercanteggiare, creare aziende,
    guardare al futuro, porre solide basi
    a una bastevole speranza
    tale da legittimare la quotidiana
    e normale fatica. Eppure,
    cocciutamente,
    noi ci ostiniamo a starci.
    Forse ci basta pensare che sì,
    siamo in fondo a due ore
    da Milano, a pochi chilometri
    dalle spiagge di levante e di ponente,
    a poche curve dal lavoro
    a pochi passi da un mare balneabile.
    Stretti come siamo
    in una lingua di terra
    contrariata e irrequieta
    tra la vicinanza dei monti
    e la precipitosità delle spiagge
    tra la minaccia della terra
    e il gùrgite delle acque,
    ne abbiamo assunto il carattere
    contrariato e irrequieto
    e la bizzosa ironia
    il sogghigno occultato
    l’asprezza dei modi
    l’odio connaturato
    per il politically correct.
    Ma a questa chiusura
    rechiamo assieme
    certo straordinariamente
    la sua inusitata apertura,
    la vocazione al mare aperto,
    le sue vertigini, i suoi barocchi trionfi.
    Talvolta gli uni agli altri vorremmo chiederci
    perché stiamo, perché ci ostiniamo
    ma poi desistiamo, non domandiamo
    e mollemente ci affidiamo a lei
    per uno strano gusto per la disavventura,
    una strenua vocazione al disastro.

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