NApolinaire Sud: Luigi Cinque + Jean-Charles Vegliante

Composizione
di Luigi Cinque

Kostro, Ungà, e bisbidis

di

Jean Charles Vegliante

Quivi babbuini,

Romei, peregrini,

Giudei, saracini,

Vedrai capitare.

(Immanu’el ben Shelomoh, Bisbidis, post 1313)

Quale, ammesso che ci debba proprio essere, il vero luogo della poesia? A parte quello mentale, delle “chiare, fresche et dolci acque” liriche (tra l’altro, probabili onde di un fiumiciattolo straniero, La Sorgue) da sempre straniato, e in realtà di “gnessulógo” reale financo nel piccolo paese del neologico scrivente (Zanzotto): ciò sia dato per scontato. Ab origine. E scontiamo pure, da subito, il nostro contemporaneo generico “non-luogo” di oggi, stazioni aeroporti empori centri commerciali e altri spazi inabitabili – salvo per chi ci sia di già in transito, in attesa, in latitanza più o meno nomade, va da sé. Addirittura banale, ormai, basti vedere tutto il folto sottobosco di pseudo-eredi del grande Ungà italofrancese: pullulanti. Da dimora a controra. Tra questi due estremi, pur sempre vigenti, comincia forse con Marino – il “miglior fabbro” barocco checché se ne dica, “le chevalier Marin” insomma, capace di farsi finanziare dal re di Francia i ben 40984 versi dell’indigeribile Adone (hai detto niente) –, comincia dunque, una volta conciato il Concini e ridimensionata – si direbbe oggi – l’influenza eccessiva della “grossa banchiera” Maria de’ Medici, comincia e tuttora continua il grande dispatrio (termine

Palimpseste_Traduire en autobus (Jean-Charles Vegliante)

opportunamente coniato da Meneghello in Gran Bretagna qualche secolo dopo) e la soluzione definitiva del legame con la terra matria, nella poesia post: fino a quella del Carnevali, della Rosselli, di Portante con la sua “étrange langue”, dell’amico Forlani… e di quanti cercano di cavarsela, dove il dente batte, anzi la lingua langue. Zac, fine dell’appartenenza. Diremmo quasi col pericolo (secondario) della volgarmoda, quasi. E allora, oggi, bisognerebbe essere invece apollinamente quasi “indifferenti al fatto di non esser moderni” (Roland Barthes, 1977).

Cotale poesia moderna però c’è, o ci fa. E nasce forse, volendo schematizzare al massimo, dall’incrocio alquanto innaturale, all’inizio del “secol breve”, tra mal di vivere pascoliano e allegria – ma altrettanto innovativa sul piano metrico – del figlio di Apollo, o comunque teoforo apollino Kostro Apollinaire. E si sarà notato come, nelle due espressioni scelte, intendevo adombrare l’ombra portata, la “ombre aveugle” de L’émigrant de Landor Road (“je ne reviendrai jamais…”), proiettata però molto più in là, e dopo, sul caro Ungaretti e obliquamente su Montale. Non vorrei scomodare la terza ombra – ché tre piedi ci vogliono sempre, come minimo, per reggersi da soli – esattamente coetanea dell’egiziano lucchese (di sei mesi più giovane per l’esattezza), Thomas Stearns Eliot, futuro premio Nobel; come Montale il senatore (“e Ungaretti fa all’amore”) del resto. I conti tornano. Senza scomodare Apelle (figlio d’Apollo, ecc.) per il momento. Comunque vadano le stelle, buone o cattive, ci si innalza dalle stalle, assai decisamente, salvo poi a soccombere – ma quanto indebolito già l’omo dal grande primo macello mondiale – alla prima invasione del virus H1N1 e congestione polmonare. Virus post-pallottola. Già. Come molti sanno, credo, Ungaretti non fece in tempo a visitarlo vivo e rimase fortemente scosso dal rapido susseguirsi di segni oscuri (folle parigine sfilano al grido di “À mort Guillaume!” – alludendo certo al Kaiser Guglielmo II, ma “l’equivoco del grido era atrocissimo” –, mentre appena tre anni prima si era suicidato l’amico libanese “marcel”, Mohammed Sceab). Lo stesso Ungà doveva fare a Parigi la vita dell’immigrato postbellico, collaborando tra l’altro al quotidiano di Luigi Campolonghi Don Quichotte e anelando, come già il suo Kostro, naturalizzato solo nel 1916, alla “patria ideale”, vista ancora come “pays innocent” (La Guerre – Une poésie, suo primo libro “in proprio” a tutti gli effetti, francese). Beati loro! Fantasma forse della lingua lattante, lingua tra i denti di latte – qualcosa come il petèl, ma i “denti di latte” sono stati pure di Majorino – con nìole bianche, nàiva di panna e nâ rinnovata (come in Audiberti), e giù nüvie genovesi, eterne nüvie che van a-o mâ… che va al mare, donca. Già sparita. Sic transit ecc. e insomma lingua che dal latte si scompagni (Leopardi). I luoghi, se così vogliamo dire, si spostano o svaniscono o sbiadiscono, comuni. Referente cosmos indifferente neutrale. Solo il dolore rimane. E infatti, “Je demeure”, con tanto di Je declamava Apollinaire nella straordinaria Pont Mirabeau, poesia di cui si ha una versione con la sua voce leggermente in falsetto, stridula a volte, commovente in un omone qual era lui, quasi “uno dei barbari imperatori di Roma educati da Seneca” (G. Ungaretti, 1919). Sic bisbiglia bisbidis. Almeno fino al ’22, al ’33 (eh sì, magia dei numeri: controllate le date, che son quelle).

Référent_Lécorce-des-platanes ( Jean-Charles Vegliante )

C’è un bisbidis infernale, tra Soffici Picasso Marinetti Salmon Modigliani Max Jacob De Chirico Cendrars Savinio Eliot Ungaretti Rilke o Billy, nella Parigi di quell’epoca. E, qualche anno dopo Joyce, Magnelli, Ezra Pound, Stravinsky, tanti altri (compreso Rommarico neapolitanus – in partibus)… e già allora, “des émigrants tendaient vers le port leurs mains lasses” (L’émigrant de Landor Road) mentre su un altro pianeta – o forse anywhere out of the world – un tale Dino Campana senza saperlo aggiunge un tassello transnazionale-provinciale al bailamme parigino: “ma ringhiano feroci gli italiani” (Buenos Aires). In attesa di desistere, davanti agli attacchi via etere (le onde radio Edison, come più tardi Amelia Rosselli davanti a quelle della CIA). Piccolo paese mondo, di nuovo. E siamo giunti così ai più stabili quattro piedi, ormai. Le tour est joué. Al tavolino per il libro (facciamolo: Apollinaire, Ungaretti, Eliot, Campana). O, come avrebbe detto ancora Ungaretti, di lì a poco: al nuovo classico, o “classico moderno”. E l’ossimoro incide più dei due rami della coppia, come non ha capito la critica ufficiale, attenta al dito (anzi qui ai due diti) e non all’oggetto additato (la luna vaga della metrica nuova). Se si vogliono prendere in considerazione i tempi lunghi della cultura, forse veniva a chiudersi allora il periodo iniziato con Une saison en enfer (1873) e la circolante “Lettre du Voyant” (a Paul Demeny). Periodo tragico se non fosse stato comico. Per chi non c’è dentro, s’intende (lontani da Verdun, allora, e oggi da Aleppo). Chissà se l’Apollinaire come nom de plume del neapolitanus non sia stato forgiato invece, a ripensarci, su Apollyon il distruttore (dall’antico greco apóllumi “distruggere”), fosca divinità vicina all’Abaddôn ebraico? Fumo e cenere. Ma già con Vers et prose del 1906, probabilmente una certa quiete prevale; voluta ma non pacificata; ma se andate oggi in cerca di informazioni “apollini” basilari sulla rete, vedrete pure (in un corpo più grande, là, mi raccomando) che: La page Wikipédia [su Apollinaire] est inaccessible aux modifications : “Cette page est l’objet de vandalismes répétés ; et/ou Cette page subit une guerre d’édition”… Ancora. Di nuovo. Sempre. La guerra non finisce di finire, a quanto pare. Meglio comunque chiudere con il “classico moderno” – ossia versi liberati, citazionismo e arcitesto, scelte mistilingui, confusione dei generi… –; sì, meglio del ritorno all’ordine (così dissero) e del conformismo di forme e di opinioni, anche “social”. Ovviamente “social”. Oltrepassato e assimilato il Bisbidis degli inizi eroici o ingenui, eccome. Per quanto mi riguarda, se licito m’è, là in qualche modo ero e sto ancora. E quindi chiudo.

 

(alla “Nouvelle Athènes”, giugno 2018)

francesco forlani

Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017 

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  1 comment for “NApolinaire Sud: Luigi Cinque + Jean-Charles Vegliante

  1. carlo carlucci
    17 Febbraio 2019 at 13:26

    Un frullato Vegliante di tantissime situazioni….Forse non male…..Ma noi ci conoscevamo agli albori, vero?

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