In viaggio con Ci (2/2)

di Paolo Morelli

12 maggio (sera)

Trattandosi di un comportamento molto strano dovrò andarci piano in questa parte della cronaca, essere preciso e circostanziato.
Verso le sette di sera siamo a Villa S. Maria, paesetto sul fiume Sangro, accatastato nella valle e tagliato da una roccia di nome Penna. La casa di mia zia Emilia è disabitata da molti anni, ma ancora non è in rovina. Prendiamo alloggio dopo una faticosa salita di gradoni, durante la quale Pamich rimane indietro e io riguadagno i chilometri di distacco che ho perso in questi due giorni. Seduti davanti casa vedo lo scrittore un po’ svagato, penso sia la stanchezza, però dice che è stata una giornata bellissima.
Poco dopo riscendiamo verso il fiume e l’unico ristorante nel paese.
È necessario che io ricordi e racconti per filo e per segno i discorsi. Parliamo e ascoltiamo un po’ per uno, potrebbe definirsi un dialogo amabile, se non fossimo parecchio stanchi. Si parte da mie domande sui suoi prossimi viaggi in America. Lo scrittore Ci mi racconta che avrà da fare una serie di lezioni e di corsi in Università degli Stati Uniti, tipo Lezioni Americane di Calvino, su una spasa di autori che vanno da Leopardi a Merleau-Ponty.
Quando arriva la pasta passiamo a parlare di cucina, di Villa S. Maria che è conosciuto come il paese dei cuochi, di mio padre e della sua abilità a disegnare sulle torte con il cartoccio di carta oleata ripieno di crema. Lo scrittore Ci dice che pure sua madre sapeva usare quel metodo. Si parla anche della mia abilità di cucina in situazioni difficili, per esempio in galera, con contorno di aneddoti su come accada spesso che l’intera cella ti svegli in piena notte, in preda alla fame nervosa, e su come un buon cuoco di galera deve inventarsi dei piatti con poco. Se è capace di farlo crescerà in considerazione e non avrà niente da temere.
Sorseggiamo una bottiglia di ottimo Moltepulciano d’Abruzzo, Colle Nero barricato eppure un vino semplice e leggero, parlando di donne, degli amori, delle droghe (per dire quanto eravamo vicini).
Poi si va a finire a parlare di Lanciano, un paese non lontano, che possiede un Conservatorio stimatissimo, tanto che ci vengono perfino da Roma, e poi della grande tradizione bandistica della zona. Lo scrittore Ci racconta di aver visto un documentario di un tale, che è solo il montaggio di vari gruppi bandistici di ogni parte del mondo, dal Tibet alla Nigeria.
E il discorso si ferma sul cinema. Ci cita una lettera dell’artista Giacometti, nella quale racconta che una volta era andato al cinema e a un certo punto si era voltato e aveva visto la testa di quello accanto che gli sembrava di non aver mai visto una testa, e poi la sensazione era continuata uscendo dal cinema che gli sembrava di vedere solo cose nuove. Io ricordo le opere di Giacometti numerate col titolo Fallimenti e poi, tornando alle bande, mi viene in mente l’uso fanfarone che ne fa Kusturica, che però Ci non conosce granché.
Cerco di essere il più preciso possibile, ora che scrivo di questa stessa sera, è necessario nonostante l’ora, la stanchezza, e il gran vento. Solo quello che ho visto e sentito, mi sforzo.
E si passa così a Woody Allen, che lo scrittore Ci ama moltissimo, mentre a me piaceva una volta, quando si ispirava ai fratelli Marx e al cosiddetto umorismo yiddish. Ora non mi piace più, dico, perché il suo è solo uno sfoggio di intelligenza. Ci lo vedo subito che si incaponisce su Allen: ha visto, dichiara, un documentario di un suo concerto a Roma: a un certo punto la moglie di uno importante gli si avvicinava dicendo in inglese che era fortunato a essere così intelligente, e lui rispondeva che si, però pesa qui in cima, ha detto Allen e pure Ci, toccandosi la sommità della testa. È proprio questo il punto, ho detto, l’intelligenza può essere un peso, almeno nella sua accezione di accumulo di ragionamento, di calcolo, di furbizia. L’ho detto, ma con la sensazione di non essere riuscito a spiegarmi bene.
Ma lo scrittore Ci non è d’accordo, Allen gli sembra un artista dal poco seguito, che fa film poveri e misconosciuti. Per me gli preferisco Scorsese, ho ribadito, pensando di partecipare a una discussione pacata. Preferisco Scorsese, ho ribadito, che è meno visibilmente intelligente, anzi è perfino un po’ rozzo a volte, ma ha rispetto per la tradizione, invece Allen mi piaceva di più all’inizio, ho ribadito, quando si ispirava ai Marx.
A questo punto lo scrittore Ci si stava alterando, ma io ho equivocato, pensavo di partecipare a una discussione in crescita. Ha affermato che io ero solo un critico cinematografico, pieno di categorie nella testa. Al che io mi sono opposto, sempre nell’ambito di quella che credevo una discussione magari animata che si fa tra amici e compagni di un viaggio appena cominciato. Ho detto e non urlato che non c’entrava nulla il critico cinematografico, che per me l’intelligenza non è controllo, né sovraccarico di cultura, ma perdita e spontaneità. Quell’intelligenza lì è il vizio del mondo, ho ribadito parole precise, diventa un virus morale come la giustizia e la carità. E poi ho detto, per abbassare ancora i toni, che in ogni caso Allen Woody a me piaceva solo agli inizi, quando si affidava alla tradizione yiddish.
Ma non l’avessi mai detto. Lo scrittore Ci ha preso cappello che io non capivo un cazzo di yiddish e di niente, che le mie erano affermazioni degne del gruppo politico dell’Autonomia Operaia, i fratelli Marx erano dei cialtroni e io uguale con in più ero stronzo, così di brutto, ha sbraitato, facendo volare il tovagliolo attraverso il locale a malo modo.
Questo gesto è il solo nella serata, prima e dopo, che mi ha dato una breve emozione. Ho ripercorso la traiettoria del tovagliolo nell’aria con l’indice sinistro, fino a raggiungerlo per terra, a puntarlo, niente di ironico, rivolgendomi a Ci e dicendo, ecco cos’è rimasto per me dell’intelligenza, la maleducazione.
Apriti cielo! Lo scrittore intelligente Ci si è immediatamente alzato, fuori di sé s’è rivoltato urlando che allora da domani ognuno va per la sua strada! e subito precipitandosi alla cassa. Io ho mormorato solo che lo sapevo, molto calmo, mi stava succedendo qualcosa di strano, con intorno una sensazione ferma e piacevole l’ho superato alla cassa e sono uscito, raggiungendo il fiume.
Cerco di ricordare con precisione soprattutto questa parte, perché se fino a qui lo scrittore Ci ha avuto la sua reazione umorale che conoscono in molti, il seguito va raccontato passo per passo fin dove è possibile.
Per la strada non c’era nessuno. Alla metà del ponte c’è un balconcino che si sporge, mi son piazzato lì con le mani aperte sulla pietra, a occhi socchiusi, sotto di me il fiume carico d’acque e impetuoso, sopra, proprio al centro della valle e del vento c’era la luna. Una calma perfetta, con l’aiuto del vino. Dico troppo se dico che c’era gioia, o almeno contentezza, c’era solo un vento forte convogliato da chilometri di vallata, la luna come un punto centrale, e il rumore del fiume. Potrei dire serenità, potrei dire menomale, potrei dire da domani incomincia una nuova vita, o almeno è possibile.
Era un amore di fallimento, una novità alla Giacometti, profondi respiri spargono il veleno che viene spazzato dal vento. C’entrava molto la qualità del vino rosso, ma mi sembrava la prima volta che provavo che vuol dire essere libero, costi quel che costi e Dio mi perdoni. Uno stato di pace, nemmeno turbata dalla contentezza, come se mi bagnassi nei gorghi del fiume.
Sono stato lì per un po’, non so proprio quanto, fin quando mi è tornato il dovere di ospitalità, non ha importanza come ero stato trattato, magari Ci è stanco e non ha retto il vino rosso, mi sono detto, che comunque lo scrittore Ci era ospite mio in casa della zia Emilia. Mi son voltato per andare a vedere che fine aveva fatto. Mi son voltato e ho visto la cresta alta o forse prima le mani lunghe, femminili, le dita affusolate con le unghie in alto che brillavano. Mi son voltato di scatto e mi sono scostato, mentre lo scrittore Ci ritraeva le mani.
Niente brividi alla schiena da parte mia, ma non era uno scherzo di sicuro.
Non c’era altro da dire, mentre lui si schermiva, faceva finta di niente e cambiava discorso che aveva già pagato una stanza all’albergo del ristorante. Negli occhi l’ho guardato solo un momento. Ho fatto anch’io finta di niente, però, mi dicevo, da adesso in poi sto in campana.
L’ho accompagnato su per gli scaloni a riprendersi le sue cose, mentre lui rilanciava una geremiade di accuse che ero partito prevenuto, velate minacce che non concluderò mai niente a questo modo, lamenti che era tutta colpa degli amici e della rivista che lo avevano rovinato. Io respiravo bene mentre farfugliava (ogni tanto, per i gradoni, simulavo di ansimare), dovevo solo stare attento a non far sembrare minimamente che gli chiedessi scusa per non aver fatto niente, e avrei avuto un domani senza più fantasmi. Quel momento stava per passare.
Ci siamo fermati al bar perché doveva fare una telefonata. Io lo aspettavo poggiato al muro e quando è tornato era gasato e voleva farmi sentire la pietà per la mia condizione, ha cercato lì nel bar di mettermi addosso le mani che ormai a me parevano untuose e anzi pericolose, e intanto mi diceva tutto il compiacimento della sua pietà. Mi sono divincolato, finalmente siamo tornati a casa e s’è ripreso le sue cose. Perfino l’ho riaccompagnato un pezzo. Mentre lui parlava e straparlava gli ho indicato la strada facendogli un segno per dire vai dritto e non fermarti più. Non ti vergognare, l’ho ammonito. E di che cosa? ha risposto lui, che evidentemente si sente al di sopra di ogni sospetto.
Poi dopo, come se fossi benedetto, ho camminato a lungo per il paese deserto e poco illuminato, fermandomi negli angoli, sotto la croce nel punto più alto, sulla panchina sotto un tiglio profumato dove sono ora a scrivere questa cronaca, seduto in una specie di stato leggero, circondato da una danza di centinaia di lucciole in festa e innamorate.
Ce ne fossero di fallimenti così, di fallimenti così bisogna andar fieri.
Tornato a casa verso le 2 e un quarto, non ho ancora voglia di andare a dormire. Mentre accarezzo il gatto che si è intrufolato dentro casa e che ho chiamato Veleno, ascolto la minaccia di ‘Faccetta Nera’ cantata da chissà chi per la strada giù in basso.
Da qui il quadro è diviso a metà da una grondaia, che scende verticalmente sull’angolo della casa di fronte. A destra un muro giallo, un po’ scrostato, dal quale partono tre fili della luce, e sul quale sta affissa la lapide stradale: vico I, Fontana Media. In alto un comignolo e sulla destra la cresta della Penna. Proprio all’angolo, accanto alla grondaia, c’è un lampione di foggia antica, un parallelepipedo di vetro e ferro, montato su un asse anch’esso in ferro battuto a ricami barocchi. Di questa parte destra appare poco altro, un lembo di ringhiera e uno scorcio delle scale.
Sul pannello sinistro invece l’incastro è notevole. Sul vicolo s’affaccia la ringhiera di una casa che scende al basso, seguita da vasi di fiori e da un’altra ringhiera. Di fronte tre case in rapida successione, a due piani e relative finestre e balconi. In fondo, subito dopo un altro lampione, una scala curva a destra e scompare. Proprio là dietro si siedono le comari al pomeriggio d’estate, su piccole sedie, a ciarlare e ridere allegramente con la caratteristica calata. La casa che le accoglie e fa da sfondo è di colore giallo, ocra, che è del resto il colore dominante delle abitazioni di questo scorcio. La scala che curva a destra è ornata da vasi di fiori culminanti in una piccola palma. Sopra tetti e ancora tetti, a salire, anzi a sparire, con le tegole di argilla trattenute dai sassi.
La fuga è nell’angolo, tracciata dalla sopraelevata che supera i tetti, dalla punta del campanile di S. Nicola che si staglia fra i boschi dei monti alle sue spalle (monti che accolgono i primi fari di luce all’alba). La sua croce non ce la fa a raggiungere la cima.
Non terrò mai un diario mi sa, forse non sono adatto.

13 maggio

Mi sveglio presto, lo stato felice non è passato. Telefono a L. e le annuncio che il viaggio è finito, ritorno a casa. All’inizio è preoccupata, poi sente il tono canterino e si rassicura. È vero che le femmine hanno un sesto senso, lei dello scrittore Ci non si fidava del tutto, mentre stravede per gli altri amici. Domani sera andremo a cena in riva al mare.
Però devo aspettare le 3 del pomeriggio per muovermi, non ci sono treni né autobus.
Sto pensando di sedermi per una mezz’ora quando sento degli studenti della locale scuola alberghiera, che si affrettano perché c’è l’autobus speciale per Lanciano del fine settimana. Raccatto la roba e riesco a prenderlo per un pelo. Mi intrufolo nella scolaresca e arrivo a Lanciano senza pagare il biglietto. Spero solo di non aver chiuso nella fretta il gatto Veleno dentro casa, ma è l’unico cruccio, e poi non credo proprio.
Sono ancora fortunato, prendo al volo un altro bus fino all’orribile Pescara, dove però ci sono tre ore di attesa per il treno. Ogni tanto mi attraversano anche la testa pensieri. Per esempio di essere stato attirato in una trappola alla quale lo scrittore Ci pensava da tempo, magari senza saperlo. Ma il vento del mare sbatte sulla stazione, e mi dimentico, e mi guardo in giro che le persone mi sembrano quasi tutte belle, specie le ragazze con i loro abiti lilla di moda. In posti dove la natura non si vede si possono guardare i gesti delle persone, e avere uguale quel senso della meraviglia.
Al tramonto, in un treno freddo e silenzioso che sembra proprio che slitti sui binari, leggo i Quaderni in ottavo di Kafka: “Quando una spada ti trafigge l’anima importa conservare l’occhio calmo, non perdere sangue, accogliere la freddezza della spada con la freddezza della pietra. Attraverso quella trafittura, dopo quella trafittura diventare invulnerabili”. Sono talmente stanco che mi appisolo per venticinque minuti e sogno un cavallo sfranto che si aggira per una steppa.
Quasi alle dieci di sera, dopo un viaggio di nove ore per fare 240 chilometri, apro la porta del vagone e sento l’aria della mia città, e mi trattengo.

 

(l’immagine: Honoré Daumier, Don Quichotte et Sancho Panza, 1855)

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