Fai sprofondare il mondo nel niente

di Stefano Costa

PARTE PRIMA
LA MASCHERA DENDROMORFA

Dove si narra di come due gruppi di animali e un manichino si misurino a morte – il primo gruppo per estinguere l’umanità, il secondo gruppo per salvarla.

C’è un puntino, al colmo della salita che dà sul Coppo, prima del gomito che forza la collina dell’Amistà ma non ancora in dirittura del Rile, sul quale una gocciolina ha raccolto come un laghetto, e dentro il laghetto dorme una salma come di ragazza alla quale un pesciolino pulitore, di acqua dolce, ogni giorno schioda un lobo di carne – e il pesciolino fa quel movimento che un gatto come me associa alle paure che vanno e a quelle che vengono, ma senza capire che sono le stesse: quelle la cui sanità è circoscritta alle pareti di un porto muto, una sola riva rotonda che è già la vacanza del girino.
Ne osservo la convulsione sotto la pellicola come di alga – ricordo Driano quand’era ancora un uomo in forza, prendeva quel movimento, introduceva un dito nel laghetto e il girino si cibava della pasta di acino che segnava il giro dell’unghia. Franci veniva di rado a trovarlo.
C’era sempre un puntino, e stava sulla schiena di Driano, basso lungo il lato della vita, in cui gli si innestava un cordone – e poi questo cordone finiva sulle colline, ed era legato al mondo. Io non cercavo la vita a Driano, mi perdevo tra le sporte d’uva. Sapevo la tana dei topolini del melo giù alla fonte di Talanca, e scendevo da loro, li difendevo dalla volpe mentre cenavano al chiaro di una lucciola lampionaia.
Spiavo Driano, tornato dalla vendemmia – presagivo l’usta della talpa, che sapevo stargli dietro per condivisione di via.
Già da allora perimetravo il mio miagolio al giardino di questa cascina – anche oggi, oggi che la nostra guerra sta come chiudendosi nel niente, osservo la superficie del laghetto e lo trovo talmente poco depresso da non nascondere nulla del fondale. Anche oggi, a tutti gli assalti lanciati ai buchini nella terra, qui sul pendio che da Vallecima traguarda il pettine di vigna dei Fitti, non ne ho saputi due malaggraziati al punto da farmi credere siano un qualche ingresso alla galleria della talpina – o una qualche uscita: forse non è uno di quei predatori pazienti, di quelli che fanno già della tana un’arma dalla quale sputare la loro bava di veleno, spandere il loro fiato incendiario, oltre la quale stendere il loro abbraccio come di scheletrino.
Nell’acqua senza movimento del lago si macera questo corpicino – e io conosco, bevendone, lo zucchero che è nella carne dell’uomo.

***

Il mio volo come d’ombrello mi dice della poca parte di collina, quella che conosco sconciata dal cascinale oramai ridottosi a un rettangolo di mattoni – dietro il quale si nasconde la cosa scomoda, fosse un desiderio di pioggia o di lotta. Mentre sono sopra una riga di vigneto imparo i colori, tutti fragili forme di nero. Su di essi rimane l’impronta della mia deformità, culmina nel grifo del cucciolo di porco che sono.
Mentre volo dalla mia talpina, rimangono l’impronta del vento che sposto, che l’approssimazione dell’occhio sa come di cerchio; la mia dentatura di aghi; il mio impigliarmi tra la tenda che Driano libera nell’aria della sera – mentre culla la sua Rita. A volte la guardo, Rita, con i miei occhi tutti ciechi. Appena chiesta al mondo.
Poi rimane questo pendio, questo muro di fronte la pianura, dove c’è un puntino su cui riposa una zanzarina, una esuvia come di cicala – la mangio, e conosco il sapore dell’insetto fuori dall’insetto. Anche oggi che non è più in forza, nell’ora d’estate che piega al nero, l’ora mia, del barbastello e del serotino, Driano coglie qualche esuvia sporgendosi dalla sedia a rotelle – e mi mette dentro una tenerezza. Poi Agata lo chiude nel niente della casa.
Rimane un raspo al quale mi aggancio nel buio – mentre la faina, la volpe e la strega cacciano l’uovo nella paglia; ne bevono, l’unto sui baffi.

***

Ho educato la terra alla galleria, ho lavorato la mia tana per sottrazione: per farlo mi sono piegata alla percezione del tempo, poi ho dimenticato cos’è il tempo. Non sono l’unico animale a scavare il suolo né ad abitarlo, sono però uno dei pochi a fare dello scomparire una forma come di tana. Dentro il buio guardo la mia zampa, lo faccio con i miei occhi ciechi, e la so nera. L’immagino, Driano, camminare ancora, coprire ancora quell’infinita distanza che la mia mente non sa neppure concepire – ne immagino il passo in alto sulla mia testa, lungo la superficie. Eppure lo so vivere nel niente del suo mondo fermo, dentro la cameretta.
La mia testona sterra in rare occasioni, mai che lo veda: in quei momenti percepisco senza errore d’approssimazione la forma di vita che si alza oltre il filo del suolo. E non è mai la sua. E neppure quella di Stefano. Sottoterra ho allestito strutture simili al periscopio. Ne ho sfruttato l’angolazione per correre tutta la collina con il mio occhietto cieco – ma loro due non li so mai, per non dire di Franci. Ho nascosto nelle mie gallerie il sogno di un bottoncino, quello di una levetta. Pochi giorni fa a tornare era stato proprio Francesco, e teneva quella cartellina gialla con dentro tutti i fogli – e la sua vita e quella di Amata parevano muoversi tutte lì dentro. Allora ho creduto fosse venuto per dirmi di quando Driano mi aveva piatito di ucciderli tutti, di far crollare la strada di collina come quando c’era rimasta sotto la moglie del fornaio mentre tornava dai Fitti, e io avevo precipitato tutto il pendio – ma niente, Franci era qui per la carta e il timbro del notaio e la loro, di guerra.
Allora mi approssimo alla superficie, il musino stellato in cui termina la mia natura avverte il filo di sole che batte il suolo; so quando la pioggia bagna la terra, quando no: evitando la radice che pencola capisco di essere quasi sbucata. C’è un puntino, e sta al piede dello spaventapasseri, girato l’orto in cui Amata si ferma a guardare il corvo quando si tenta nel suo coraggio, sul quale sgronda tutta la collina, come una gocciolina in un imbuto di vita – lì dorme la capra. Se ho necessità di comandarla, sterro di fronte al suo muso – ma il mio verso è sempre coperto da un rumore lontano, quello del mondo lurco che abita la pianura. Anche la capretta, spesso, mi guarda – senza impegnare fiato, lasciando persistere tutto questo silenzio, mi chiede come fare per chiudere nel niente tutta la nostra guerra.

 

NdR: questo è l’inizio, o meglio quasi l’inizio, prima ci sono una notina e un prologo, nel qual ultimo spiegasi che la talpa parte all’attacco – per fare piacere all’uomo che l’ha salvata, Driano, e facendosi aiutare da altri animali -, per sterminare l’umanità, scavando e facendola sprofondare nel niente, del romanzo di Stefano Costa “Il primo giorno d’autunno al mondo”, appena pubblicato da “il Saggiatore”, che ha gentilmente concesso questo postamento