Cammino nella metà della luce

di Gianluca D’Andrea

I. Risveglio

 

Dentro la storia dei bulbi noi andammo e volevamo alzarci e andare liberi tra gli stracci arborei e le tundre, tra le entità astratte e le belve, nel fulgore delle selve, negli anditi tra i bagolari e le curve dei sassi. Perché il mondo è un astro astratto dondolante e attraversare le sue linee cunicolari fu scelto nottetempo da un convoglio sintetico riunito su ceppi ramati. Eppure, tra gli strani mostri antichi, emersero parole tonitruanti

e cascate d’immagini e l’onnipotenza circolare delle forme. La notizia iniziò a circolare stentata per i sentieri di un mondo senza miti se non gioiosi e senza forza. Afriche e meridioni insormontabili in cronache oculari di sempre ulteriori coloni. Quindi partimmo sulle tracce minime lasciate dai luoghi, in ascesa sui crinali dei vecchi venti condizionati. Tremanti per la fame cominciammo, udimmo la voce lontana e gli odori acerbi del nostro incerto risveglio.

 

 

 

II. L’ente scimmia

 

I suoi arti scoordinati e fumosi, il pelo impolverato, fulvo e fragile. L’altro ente, quello da lui rinato, ha tutte le forme che gli ha dato, in tutti gli spazi in cui ha provato a nascondere il suo brutto muso, per sciogliere da sé, sé. Ora vaga senza legami in cerca di qualcosa che si ostina a scivolare come sabbia tra le pigre ondulazioni del cervello. No, non è mai stato bello e neppure intelligente da quando acchiappando il primo pasto non ha intuito la macchinazione dentro la manipolazione – almeno così dicono. Si sforma di continuo e si trasforma e scorda il dolore di non essere nient’altro che l’altro dentro sé, quella forma appena liscia di cui ha sfiorato il senso. Quasi acqua tra le mani sono io, sono oblio e il mio manto e il mio grugno.

 

 

 

III. Superamento e sostituzione

 

Secondo il saggio che ne ha fatto esperienza, «l’uomo comincia a superare infinitamente l’uomo», manifesta la sua presenza-assenza e viceversa. Non esiste un termine per descrivere l’essere: essere e custodire uno slancio, una nube di energia. «Ma sei tu per lasciarmi un’altra volta?», persona della mia persona che parli un po’ prima di questa noia insinuata tra le nature della mia natura. «Io non ci sono già più», non ho più un odore, tante forme dettate dalle cavità del corpo termitaio. Ora che la morte profuma lontanamente di dolore, l’aria è la forma di un’origine fraintesa.

 

 

 

IV. Nell’umore

 

Dal tendaggio trafitto barlumi lasciavano trapelare i colori, nel verde trivellato di melma continuava a cadere l’acqua. La pioggia distribuiva forme nuove, gli arti filiformi oscillavano dai rami di un castagno. Dalle forre partivano rigagnoli acerbi che penetravano la terra, piccoli e vigorosi rimodellavano le superfici. Il buio nel profondo attendeva quella luce umida per mondare e levigare l’oro delle zolle. Intravedeva figure tra le strisce che rigavano gli occhi, un coro riemerso dai muschi, dal respiro verde, da radure remote.

 

 

 

V. Tecnologie della morte

 

In lontananza fori nella nebbia, un destino che coinvolge nel travaglio l’oggetto gettato. Doveva pur vivere, mangiare, imborsare le risorse, i colori, le turbe regressive e proteiche dei prodotti. Ma non era nulla, eclissi dell’uomo, un’ascissa che si sarebbe frantumata in un punto, la sua vocazione alla morte. Dopo il naufragio verticale aveva concluso che avrebbe potuto permettersi un’unica concessione. Una dannazione laica e materiale, mentre ogni sera avrebbe fatto ritorno alla sua casa rudimentale. Tremava dopo aver trascorso giorni interi in luoghi remoti, in compagnia dei soli alberi superstiti, in assenza di zone temperate. Forse i pesci e le alghe avevano ragione coi loro silenzi minerali e il loro vagare liquido. Come il vento che spinge il suo corpo oltre il mare e le zattere plastiche nel cielo e nel mare confusi, aromi mescolati di agrumi e conifere fuori dalla coda dell’occhio, dietro borchie di fumi, fori sfavillanti tra i meandri.

 

 

 

VI. Il colono

 

La strada era una polveriera. Sulla terra deperibile l’avvento di singolarità e raid esponenziali. L’accampamento fu smantellato e allora accadde: l’oro spento nelle fosse voraci, annientatrici di galassie. Nel dopo già scia assiale, il dopo inerte dei corpi siderei, assiderati, in contatto con la fine. Ma non era certo quando fosse avvenuto, adagiato nella calma profonda, in profonda assimilazione di comfort e grandi dati. Intrattenuto nei sogni di pitosfori e sfere fluttuanti, di capsule e stagni grigi, di semenze ingannatrici e specchi che avevano dietro moltissimo nero. E la ghirlanda s’insinuava impalpabile nella natura oscura di un nuovo dio.

 

 

 

VII. Orpheus II

 

E allora si voltò, l’89 remoto di vecchie e nuove età. Era la commozione arcaica che lo trascinava tra le bacche i rami secchi, tra i boschi a succhiare e trasfondersi.

 

Solo immagini per trarre colori sommersi, col blu altrove, con digital nomads e baracche a materializzare il paesaggio. C’erano rocce lì e un cuore commosso e un suono d’uccello outsourcer. Il cuore del bosco era dentro una nuvola vaporosa, come una catena di cristalli circondati dall’effimero.

 

E tutto appariva sparpagliato e accessibile, ardente come il suo essere solo, inghiottito. Un dio di trasformazioni si espandeva come nebbia e desiderio, per questo si voltò e lo raggiunse un vento moderato antimoderno, un archivio-agglomerato a imprigionarlo.

 

Nel lock-in che generava una nuova appartenenza si sentiva appagato, tenero, nascente come un uomo raccolto nel suo attimo di rivelazione, nella sua notte del passato. Nell’avvenire. Così trasfuso nell’apparizione del mondo nell’ora più solitaria del suo cuore solitario.

 

 

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