“Soleil grigri” (4/4): da “Salut, voilà”

di Gilles Weinzaepflen

traduzione di Alessandra Cava

 

[Soleil grigri è un libro di Gilles Weinzaepflen, uscito per Lanskine nel 2018. I testi qui pubblicati, tradotti da Alessandra Cava, provengono dalla quarta sezione del libro, Salut, voilà. Ritroverete su NI estratti dalle altre sezioni: Quarto vuoto, Cardine Kinski e La primavera torna indietro].

 

Mio padre fumava molto. Sesso e sigarette avevano per lui lo stesso futile valore. Quando le notti erano lunghe ed era preso dal desiderio di conversare, accadeva che, una volta esaurita la sua riserva di Gitanes, ridesse vita ai suoi mozziconi, tirandoli fino alla consunzione del filtro.

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È la claustrofobia che si portò via mio padre, la paura di entrare nell’abitacolo ristretto della risonanza magnetica, privazione temporanea che gli avrebbe evitato un esame medico fatale. Ossessione che venisse intaccata una libertà di movimento che voleva completa, conseguente ai mesi passati in cella in Algeria, quando esercitava, in un confino spaziale estremo, la pienezza della sua insubordinazione militare.

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La vocazione di mio padre per il celibato fu ostacolata da un contratto di matrimonio, al quale si costrinse con lo scopo di fare qualcosa della sua vita. Sin dall’arrivo del primo figlio il suo bisogno di intraprendere si mutò in frenesia, che solo la malattia e la seconda crisi petrolifera riuscirono a frenare.

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D’estate mio padre portava una camicia di lino a maniche corte provvista di una tasca sul petto. La trasparenza del tessuto rivelava il ritratto di Blaise Pascal che comprimeva una spessa mazzetta di biglietti da 500 franchi piegati in due, incorniciato dalle cuciture. Lo faceva di proposito?

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Al telefono le risorse locutorie di mio padre si dislocavano, il suo serbatoio lessicale si svuotava, la sua loquacità si contraeva in una specie di smorfia verbale. Un allo dal calore spento era seguito da una serie di oui d’accord che concludeva con un orouar[1] dal valore regionale esagerato, tanto per ricordare al suo interlocutore che era lì, senza troppa allegria d’esserci.

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Mio padre aveva delle belle mani, unghie regolari dalle lunule perfettamente disegnate. Durante la sua vita, il mignolo del piede scavalcò il suo vicino più prossimo. Le scarpe gli facevano male?

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Dopo che la patente gli fu ritirata, mio padre scelse di tenere segreta questa vergogna. Acquistò uno scooter 50 cc con il quale raggiungeva ogni estate la casa delle vacanze, a 600 chilometri di distanza. Per spiegare quel calvario stradale invocava la noia che gli procurava la velocità, il desiderio di attardarsi sulla via. Gli credettero tutti.

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Al tagliaerba, alla vanga, al rastrello, mio padre preferiva la cesoia, il solo strumento capace di procurargli una felicità totale dell’attrezzo. Era per il suono che le lame fanno incrociandosi, quel movimento di ali che il loro impiego imita, come si dice fendere l’aria?

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Quando entrò in affari mio padre fu costretto a ricorrere alla garanzia finanziaria di sua madre. All’idea dei suoi magri mezzi di sostentamento in balìa di una gestione che riteneva azzardata, lei espresse i suoi timori davanti al notaio. La manifestazione di questo dubbio momentaneo in presenza di un testimone giurato fu la ferita d’amor proprio più profonda che mio padre conobbe.

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Mio padre privilegiava un’umiltà dell’esistenza, una modestia dei rapporti che gli faceva dire: «La felicità è fatta di piccole cose». Oppure: «Non si può avere tutto dalla stessa persona». Da questa esigenza limitata ne ricavava un appagamento della presenza, il beneficio sovrano dell’immediato.

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Quando partiva in escursione sulla sua bicicletta da corsa Gitane, mio padre portava con sé solo lo stretto necessario: un pacchetto di sigarette e un accendino. Grazie a questo coadiuvante mozzafiato poteva lanciarsi sulle strade dipartimentali senza rischiare di andare in panne, limitando per qualche ora la consumazione pletorica di Gitanes con filtro.

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Mal sopportando le confidenze e le velleità artistiche dei suoi familiari, mio padre si svincolava con un consiglio, sempre lo stesso: «Serve un soggetto».

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Il cliente più ricco di mio padre portava dei vestiti consunti e girava su un motorino vecchissimo.  Constatare la meschinità umana lo portava a disertare spesso la sua agenzia immobiliare. Era seduto al tavolo di un bar con un sessantenne di sua conoscenza, all’ora in cui si riuniscono i liceali. Indicando un’adolescente, l’uomo mormorò: «Credo di avere una chance». Lo sguardo concupiscente dell’uomo vecchio sulla giovinezza fu per mio padre la vetta ineguagliabile dell’osceno e del fraintendimento di sé.

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Preoccupato di migliorare l’ambiente in cui viveva, mio padre afferrò una mazza e distrusse tutte le mattonelle nella tromba delle scale. Prima che questa fase di distruzione fosse seguita dal suo effetto contrario, gli fu necessario il tempo di riprendersi dal trauma causato dall’espressione improvvisa di quella rabbia incontrollata, ovvero circa 5 anni.

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Quando scoprì che la sua casa per le vacanze, un’asinaia restaurata che un modello belga omosessuale gli aveva venduto, aveva delle infiltrazioni, che le travi erano colonizzate da insetti xilofagi, lungi dal lanciarsi in una causa, mio padre passò le sue estati inerpicate su una scaletta, scoprendo le gallerie dei longicorni, allestendo una batteria di pentole che prometteva una sinfonia di acqua e metallo nei giorni di pioggia.

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Mai mio padre fu così addolorato come quando venne a conoscenza della malattia di un apprendista della sua autorimessa che il cattivo funzionamento dei reni costringeva alla dialisi. Gli fece l’offerta sincera di un rene che il ragazzo, imbarazzato dall’eccesso di compassione del suo datore di lavoro, declinò. Più tardi, quello stesso verdetto cadde su di lui, inaugurando i due anni del suo ultimo viaggio.

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Qualche minuto prima di morire, mio padre ricevette la visita di un’infermiera che aveva soprannominato voilà, secondo la sua abitudine di ribattezzare chiunque secondo un atteggiamento o un gesto specifico, un tic del linguaggio. Voilà segnalava ogni sua entrata e uscita dalla camera con la formula eponima, mio padre aveva quindi fatto di lei un’arrivante perpetua, perpetuamente anonima. Quando voilà si congedò da lui per l’ultima volta, lo udì pronunciare un definitivo «Salut, voilà».[2] Secondo la testimonianza di voilà, questa parola fu l’ultima apostrofe di mio padre al mondo dei viventi.

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Disegno di Florence Manlik.

 

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Gilles Weinzaepflen vive a Parigi. È musicista, poeta e regista.

Il suo sito web: www.gillesweinzaepflen.com

 

[1] Au revoir: arrivederci.

[2] «Ciao, voilà».

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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