Diario in caratteri latini

di Ishikawa Takuboku

 

a cura di Maria Chiara Migliore e Luca Capponcelli

[Esce per Carocci editore Diario in caratteri latini di Ishikawa Takuboku, uno dei testi più importanti del primo Novecento giapponese. La traduzione e l’Introduzione sono di Maria Chiara Migliore, il saggio “Ishikawa Takuboku. Un antieroe moderno” è di Luca Capponcelli. ar]

Ishikawa Takuboku (1886-1912) è uno dei poeti moderni giapponesi più popolari e amati in patria, ma poco considerato dalla critica letteraria occidentale. La sua vita si intreccia con i radicali cambiamenti sociali e culturali del Giappone di primo Novecento, caratterizzato da un rapido processo di modernizzazione che tuttavia genera anche una realtà percepita come profondamente contraddittoria, smarrita com’è tra modernità e perdita dei valori tradizionali. Forse proprio l’appartenenza a questo momento storico spiega l’inquietudine esistenziale di Takuboku e la sua incapacità a porvi rimedio. Qui presentiamo per la prima volta in forma integrale il diario, che scrisse dal 7 aprile al 16 giugno del 1909, in cui descrive senza veli la sua realtà interiore, anche nei suoi aspetti più degradanti, sempre alla ricerca di un Io in bilico tra l’autoesaltazione e l’autocommiserazione. Le sue annotazioni giornaliere tratteggiano vividamente non solo la sua vita ma anche l’ambiente dei letterati attivi a Tokyo, con le loro contraddizioni e le loro istanze per una nuova letteratura. Per profondità psicologica e sperimentazione letteraria, il diario occupa una posizione unica nel panorama della letteratura giapponese moderna.”

*

 

Lunedì 26

Quando mi sono svegliato il braciere era spento. Mi sentivo abbastanza depresso.
Proprio mentre cercavo di pensare a come migliorare il mio umore, è arrivata una cartolina da Namiki. Leggendola, sono caduto di nuovo in un buio, freddo sconforto. Nella cartolina mi chiedeva di restituirgli, entro un mese, l’orologio che mi aveva prestato – e che avevo impegnato.
Ah! L’idea della morte non mi ha mai tentato come oggi. Vado al lavoro? Non ci vado? No, no, prima di questo, muoio, non muoio…? Bene, è inutile restare in stanza. Esco, andrò da qualche altra parte…
Mi è venuto in mente di andare al bagno pubblico. Ricordavo la bella sensazione provata l’ultima volta, quando ci andai perché non riuscivo a sopportare il mio cattivo umore. Insomma, ho deciso di andare al bagno pubblico e di ripensare alla morte più tardi. Sono andato al Daimachi. Fino a quel momento, avevo davvero intenzione di morire.
Stavo bene nell’acqua calda. Ho pensato di starci il più a lungo possibile. Sentivo che uscendone mi aspettava il terribile problema di morire subito o fare qualcosa. Sentivo che finché restavo immerso nell’acqua calda il corpo sarebbe stato solo mio. Ho deciso di restare, ma con mia sorpresa è stato il corpo a non voler restare a mollo. Che fare? Esco dall’acqua o ci resto ancora un po’? Se ne esco, dove altro andare?
Attraverso la porta a vetri potevo vedere la donna alla cassa. Era proprio la ragazza dell’anno scorso, quando venivo qui di frequente. Chissà perché l’altro giorno non l’ho vista. Una ragazza dal naso piccolo ma dalla bella carnagione, la faccia rotonda, un po’ civetta. In meno di un anno si era così sviluppata che quasi non l’avevo riconosciuta. Sembrava quasi che nel suo corpo divampasse il fuoco della giovinezza… La trasformazione delle sue forme spingeva la mia immaginazione in varie direzioni.
Pensare di uscire o no dall’acqua mi aveva distratto dall’altra domanda, morire o non morire, e aveva cambiato il mio stato mentale. Dopo una doccia fredda, mi sono sentito abbastanza sollevato. Quando poi sono salito sulla bilancia, ho visto che pesavo 45,1 chili: avevo messo su un chilo e mezzo in meno di una settimana.
Ho acceso una sigaretta e ho lasciato il bagno pubblico. Dopo il bagno, l’aria sulla mia pelle era piacevole. Mi è venuto il desiderio di scrivere, così sono andato da Matsuya e ho comprato una risma di carta.
Tornato in stanza, ho ricevuto una lettera da Miyazaki. Io… Diceva che a giugno avrebbe spedito la mia famiglia a Tokyo. Non dovevo preoccuparmi delle loro spese di viaggio, o di altro…
Oggi mi sembra di aver trascorso l’intera giornata nel continuo tentativo di risollevarmi il morale. Mi è venuto un leggero mal di testa e dopo un po’ mi è sembrato come se tutto il mondo diventasse buio.
Mentre cenavo dopo essere tornato dal lavoro, è venuto Kindaichi: “È una di quelle sere in cui non ho voglia di studiare. Andiamo a divertirci, solo per stanotte!”
Così siamo usciti intorno alle otto e senza aver bisogno di dircelo siamo andati ad Asakusa. Abbiamo visto un film al Denkikan, ma era così noioso che siamo usciti prima; abbiamo passeggiato intorno al Ryōunkaku. Chissà perché, c’erano solo belle ragazze. Ci hanno trascinati in un certo locale, ma siamo riusciti a scappar via subito; siamo entrati in un altro locale, una ragazza tutta moine ci ha chiesto con insistenza di offrirle qualcosa. Abbiamo mangiato del sushi.
Shinmatsumidori! È il locale in cui una volta Kitahara e io ci siamo ubriacati. Kindaichi e io ci siamo andati intorno alle dieci e trenta. Una delle ragazze, Tamako, ha detto che si ricordava di me. È una ragazza carina con dei modi raffinati, anche nel parlare. Ci ha raccontato il suo passato, lamentandosi amaramente del suo destino e della cattiveria della tenutaria. Ho cominciato a pizzicare le corde di un liuto che era appeso al muro e alla fine l’ho preso e ho cominciato a fare il buffone. Perché l’ho fatto? Volevo forse distrarmi?
No! Avevo paura che nell’intero mondo non ci fosse posto per me. “Ho mal di testa, divertiamoci, solo per stanotte.” Ma non era vero. Allora, che cosa stavo cercando? Un corpo di donna? Sake? Forse né l’uno né l’altro. Che cosa, allora? Non lo sapevo nemmeno io.
La mia mente mi portava giù, sempre più giù, ma io non volevo cadere in quell’orrido abisso. Non volevo nemmeno rientrare a casa: era come se lì mi aspettasse qualcosa di terribile. Era come se Hongō si trovasse a una incalcolabile distanza, e tornarci sarebbe stato troppo faticoso. E allora, che fare? Non c’era nulla che potessi fare. Mi ero messo a fare stupidamente il buffone perché avevo la sensazione che nell’intero mondo non ci fosse un posto per me.
“Andrò via il cinque del mese prossimo”, disse Tamako, la faccia triste. “Dovresti! Se pensi di andartene è meglio farlo subito.”
“Ma ho dei debiti.”
“Quanto?”
“Quando ho cominciato a lavorare mi hanno addebitato quaranta yen, ma un po’ alla volta sono diventati cento. E non ho mai avuto un kimono mio…”
Sentivo che non avrei potuto sopportare di più. Capivo che sarei riuscito solo a piangere o a fare il buffone. In quel momento, però, non riuscivo a fare il buffone. E naturalmente non riuscivo a piangere.
Dalla cassa la voce della madama che criticava Tamako. Da fuori, una canzone volgare, un divertito e scherzoso chiacchierio di clienti, la voce di un’artista che sembrava proveniva da chissà quale baratro.
“Siamo in pieno mondo fluttuante, eh?” ho detto a Kindaichi.
Ho ordinato del sake. Me ne sono scolato tre coppette in rapida successione. In un attimo ero ubriaco, e proprio come un uccello malato che sbatte le ali mi sforzavo di non cadere nell’abisso oscuro.
È venuta l’antipatica madama. Le ho dato due yen, poi sono andato nella stanza accanto e per circa cinque minuti ho fatto sesso con una ragazza chiamata Oen. Tamako è venuta e mi ha condotto nella stanza di prima, dove ho trovato Kindaichi sdraiato per terra. Non mi veniva di dire niente. Mi sembrava di essere ormai caduto nell’abisso…
Ce ne siamo andati. Il tram ci ha portato solo fino a Kurumazaka, poi siamo andati a piedi attraversando Ikenohata. Appoggiato al mio amico, camminavo in preda a una inesprimibile tristezza. Ero anche ubriaco.
“Alcuni piangono, quando sono ubriachi. Stanotte credo di capire perché.”
“Già!”
“Kindaichi, quando saremo a casa, dormi abbracciato a me?” Abbiamo camminato nelle strade scure costeggiando l’università di medicina, chiacchierando di Facciapallida.
Quando abbiamo bussato al cancello di casa, mi è parso di bussare sul mio petto: un suono odioso.

Andrea Raos

andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010) e le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu. 

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