L’Anno del Fuoco Segreto: Astrazione

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di Viola Di Grado

Una sera, in una zona fredda della Terra, mi sono innamorata di una persona. Perdonate l’imprecisione. L’imprecisione è una forma narrativa e una forma d’amore. Non ricordo davvero di che sesso fosse. Non ricordarlo è il mio tentativo maldestro di avvicinarmi alla sua essenza.
La mia memoria è complice di quella sua natura indefinibile che tanto mi attraeva. Aveva i capelli molto chiari e lo sguardo di un naufrago e la voce simile a ghiaccio che si rompe. Aveva un’età tra i venti e i cinquanta. Perdonate l’imprecisione. L’imprecisione è una forma di bontà. Scegliere cosa amare e cosa perdonare.
E poi io vivo nelle astrazioni. Concetti che evaporano così velocemente da diventare luminosi e lontani come astri. Anche Persona, adesso, è luminosa e lontana. E piccola. Credo sia mort*, a causa delle operazioni chirurgiche invasive e invalidanti sul suo corpo, oppure non mi parla più, il che tecnicamente, nella mia storia personale, è equivalente. In realtà è equivalente anche sul piano della storia astrale.
E io ne scrivo per avvicinarl*, per ingrandirl*. Amare con struggimento è un modo di ingrandire. Aveva un nome, se non sbaglio, ma anche quello è andato. È rimasto un po’ nei miei ricordi come la luce di una stella ormai defunta, poi è scomparso. Non importa.
Rimane quello che so. Quello che so è che mi sono innamorata, una sera, in un ospedale, in una zona fredda della Terra. L’amore ti dà una conoscenza imprecisa e inaffidabile di te stessa e degli altri. Io ero lì perché avevo un proiettile nello stomaco, mi avevano sparato perché sono un’aliena e me ne stavo in un giardino a guardare una pianta, non è diverso da un umano che guarda la televisione in un salotto, ma io non posso stare nei giardini degli umani, è spaventoso e li confonde, se sono creativi ne fanno film e libri, altrimenti sparano. Persona invece era lì perché voleva liberarsi del suo ombelico.
Non è facile, essere in un corpo che non somiglia alla tua anima. La sua anima era audace e indipendente. Il suo corpo invece era bisognoso. Doveva essere nutrito e ascoltato. Calmato, esercitato, liberato. Così sono i corpi degli umani.
In sala d’attesa mi disse che tutto era cominciato da lì, dall’ombelico. La mattina, prima di andare all’università (studiava cose interessanti, ma non ricordo quali), si guardava allo specchio e quel buco inespressivo ricordava l’utero in cui era stat* come un pesce nella boccia, a disposizione di un cibo che l* inondava.
Quello che era venuto dopo, nella sua vita, non somigliava alla serenità. Somigliava più alla storia di un cane che attende il suo padrone dietro la porta: che sia cibo o bastonate non importa, attende un segno, una conferma che esiste ancora, i suoi guaiti somigliano a un coro di porte che cigolano insieme in tutte le case abbandonate del creato. Persona si sentiva come un cane e ne aveva abbastanza.
Dopo la chiusura chirurgica dell’ombelico, quella sera in ospedale, iniziò la nostra breve relazione e contemporaneamente il problema delle orecchie. Non sopportava di avere bisogno dei rumori del mondo per capire come comportarsi, cosa rispondere alla gente, quando attraversare la strada. Si sfondò i timpani con un due arnesi di ferro. Poi c’è stata la bocca. Non sopportava di aver bisogno di pronunciare le cose. Di pronunciare il mio nome, persino, anche se mi amava un po’. Com’era poi, il mio nome? Perdonate l’imprecisione, è una forma perversa di libertà.
Si cucì la bocca, lasciò libero solo il naso, perché respirare era l’unico modo conosciuto per restare vivi. Quando mi urlò, quella notte, nel giardino ombroso fradicio di rugiada, “Io non ho più bisogno di nulla!”, sapevo che in quel nulla c’ero anch’io. Non aveva più bisogno di me. Non è detto che amarmi, amare un’aliena, sia importante. Ho accettato immediatamente quella verità. La voce con cui aveva urlato era la voce fragile di chi non poteva sentire la sua voce, e io presa dalla tenerezza l* abbracciai forte.
Si accesero le luci della casa. Casa sua. Due genitori pallidi, impietriti, videro un* figli* tornat* dopo mesi dall’università senza più i buchi con cui l’avevano concepit*. Un sacco di carne ricucita, un corpo astratto. E, abbracciata a l*i, un’aliena pazza d’amore. Quale parte della scena va precisata? La reazione dei genitori, la mia, il modo in cui corsi via perché sapevo che anche loro mi avrebbero sparato?
Questa non è la fine della storia. Da fuori, la Terra segue un conto alla rovescia che tiene conto di una storia più grande, di cui faccio parte anche io e persino i buchi neri. La fine della storia ti dà una conoscenza imprecisa e inaffidabile del resto della storia.
La fine della storia non è esplosiva: se ne sta in un luogo timido impreciso che non è la Terra e nemmeno il posto da cui vengo, non è il giardino in cui ho visto il mio amore per l’ultima volta: è il luogo in cui restano le storie, come in attesa,  e lì quella persona che ho amato non sente più nulla e non vede più nulla e i suoi occhi richiusi sono simili a virgole in un racconto, e io non so come contattarla dal buio del mio pianeta pieno di segnali che non possono raggiungere il suo corpo chiuso, e ne sono ancora innamorata, molto innamorata, per quanto importa, per quanto tristemente impreciso sia questo sentimento.
Perdonate l’astrazione.

**

Immagine di Francesco D’Isa.

Viola Di Grado (Catania, 1987) è l’autrice di Settanta Acrilico Trenta Lana (edizioni e/o 2011, vincitore del premio Campiello Opera Prima e del premio Rapallo Carige Opera Prima, finalista all’International IMPAC Dublin Literary Award), di Cuore cavo (edizioni e/o 2013, finalista ai PEN Literary Awards e agli IPTA Awards), di Bambini di ferro (La Nave di Teseo 2016) e di Fuoco al cielo (La Nave di Teseo 2019, vincitore del Premio Viareggio Selezione della giuria 2019). Collabora con “La Stampa” e con “Linus”. Le sue opere sono tradotte in sedici paesi.

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Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/