Anniversari a sorpresa: Carlo Porta ( La nomina del cappellano)

La nomina del cappellano

( Impegnati nelle celebrazioni del Sommo Poeta, e forse anche nel bicentenario dell’Imperatore, nel sessantesimo del folle volo di Gagarin e perfino nel milleseicentesimo della fondazione di Venezia, per tacere delle numerose ricorrenze private, nozze d’oro, cresime, anelli di fidanzamento, rate di mutuo e compagnia cantante,  bisogna ammettere che tutti ci siamo un po’ dimenticati che il 2021 è anche il bicentenario della morte di Carlo Porta. A mo’ d’ammenda, o forse qualcuno potrebbe dire per rincarare la dose, mi permetto di riportare una mia versione travisante in prosa italiana di un grande classico del poeta milanese La nomina del cappellan, che è, naturalmente, di un’attualità sconcertante, g.m.)

Alla Marchesa Paola Cambiasi, una vip lombarda, le era morto don Glicerio, il prete di casa, in grazia di una peripneuomonia che aveva contratto nello smazzarsi la passeggiatina della Lilla a mezzogiorno. La Lilla era una cagna maltese, tutta gozzo, tutta pelo e tutta lardo, ed era in casa Cambiasi la bestia più importante dopo la marchesa, per cui guai a farla guaire, guai a sbeffeggiarla, guai a darle del tu. L’ha imparato don Galdino che nello slancio ( fisico & spirituale) dell’elevazione le pestò la coda, per cui  sull’altare in diretta si è beccato un ‘prete coglione’ e poi un ‘fired’ in differita subito dopo in sacrestia, con tanto di deposizione della pianeta e bello veloce trottare via.  Ciononostante, non appena don Glicerio ha cominciato a dimenticarsi di respirare, ecco che salta fuori tutto un bordello di preti tirati come un fucile a elastico che vorrebbero smollarsi sul posto reso vacante dal dipartente: perché in fin dei conti, da donna Paola, sì non c’era gran rispetto per i preti, ma, figa, c’era un catering di prim’ordine da far chiudere un occhio su questo difetto non solo al primo sbarbato di cappellano, ma anche a molti dei meglio teologi di Milano. Insomma la messa era liquidata a trenta soldi e poi, senza servizi aggiuntivi, alloggio in casa, lavanderia, stiratura, cioccolato, caffè americano a colazione, la mancia a Natale, la villeggiatura, sicché, cazzo, è naturale, se correvano! Ma la marchesa non ci teneva punto a stressarsi con tutto questo casino, per cui ha comunicato a tutti i profili potenzialmente interessati di presentarsi il tal giorno e che dopo averli esaminati avrebbe scelto il curricolo più convincente ossia avrebbe fatto ciò che le fosse piaciuto ( disse così solo perché non poteva sapere di essere meritocratica: la parola infatti è stata inventata nel secolo successivo).
Il giorno del trial, anzi la mattina, ecco il palazzo tutto in movimento, preti in cortile, preti sulle scale, preti in cucina, preti nell’anticamera dell’appartamento padronale, ci sono preti di campagna, ci sono gli extracomunitari, ci sono i nostri: sembra uno stormo di corvi che si posa. Il gran rimbombo delle volte, il tramestio del mormorio di quelli di sotto, lo strusciamento di piedi, di quei ferri da mulo che hanno sotto le ciabatte quei sacerdoti, tutt’insieme fanno una fiera, uno sbraitamento che pare che siano dietro ad accoppare il Romanticismo o il Postmoderno. Abbaia la Lilla, abbaia la marchesa, entrambe risvegliate dal gran baccano; i preti sono soliti sbraitare anche in chiesa e qui ci danno dentro senza umano rispetto finché un cameriere (chiaramente il team leader )  dolce come un addetto alle risorse umane corre a strozzargli in gola tutte le chiacchiere: “Siamo in piazza, per Dio, o dove siamo? Sangue di Dio, che discrezione è mai questa? Basta, zitti: quei due in fondo…andiamo, che la Marchesa ha un cerchio alla testa! Siete maggiorenni e vaccinati e un po’ di creanza, per Dio sacrato, sarebbe tempo di averla!”. Dopo quel po’ di silenzio naturale che segue ogni intemerata, questo ambasciatore del temporale, vedendo che non ha intorno un’anima che fiata, muta voce, addolcisce l’espressione e seguita il suo discorso in questa maniera: “ Se poi prima di parlare con Lei alle volte qualcuno avesse voglia di sentire quali sono le mansioni e la mission dell’incarico, senza fare tante chiacchiere, ecco qua; così chi vuole restare resta e chi non vuole fa la grazia di sgomberare. Punto primo: quanto all’obbligo della messa, festivo o no, non c’è orario fisso per dirla; e chi è lì a servire non occorre che abbia fretta, l’orario è quello in cui Lei vuole sentirla, se vi tocca stare paramentati per due, tre, quattro ore, amen, pazienza, prendetelo come un fioretto al Signore. La messa, s’intende, sul cortino…un quartodoretta, venti minuti al massimo: due volte alla settimana dottrina per il team delle collaboratrici e per la servitù, di sera sempre la sua terza parte di rosario, salvo nel caso mancasse il quarto ai tarocchi”. Allora sentendo che uno degli skills essenziali è quello di sapere giocare a tarocchi, ce ne sono stati cinque o sei che hanno preso le scale e tra gli altri ( un vero peccato) un certo don Rocco, gran giocatore di scopone fin da ragazzo, uno talmente bravo che si gioca i funerali un mese prima di farli. “ Portare biglietti- quello intanto prosegue- fare ambasciate, fare provviste, talvolta caricarsi qualche fagotto, qualche pacchetto, correre dal sarto, dalle estetiste, dal parrucchiere, portare a spasso la cagnetta e, se occorre, scrivere un conto, una lettera al fattore”.  Anche qui sono spariti in sette o otto, uno per via della cagnetta, un secondo per quella storia dei fagotti, e gli altri cinque o sei hanno fatto la bella per non imbrattarsi con le penne, con i calamai e rischiare di sporcarsi le dita consacrate. Fra gli ultimi che sono stati visti andare via un certo don Giorgio di Zucchettino, maestro di eloquenza e di poesia dell’illustre signor Carlo Gherardini e autore di un trattato di cornutologia stampato da Iseppe Forlani di Porta Venezia. “Quanto al pranzo- quello intanto prosegue- di solito c’è posto con la padrona, salvo giusto che non venga a capitare una cena ufficiale o una persona d’alto bordo o comunque di riguardo perché in questo caso mangiamo tra di noi dello staff con le collaboratrici e me. Quanto alla campagna è tutt’altra questione: venisse anche il Papa, tutti pranzano con Lei. Là Lei si adatta anche a gente di bassa condizione, magari va a braccetto con il segretario comunale; il peggio che può capitare al cappellano di casa è quello di doversi lasciar zimbellare da un commensale salace. I restanti skills  poi sono ridere e fare i tonti, non contraddire, non passare la misura nel rispondere, a tavola ci si lasci servire, non fare gli ingordi, non allungare le mani sul piatto, non sbattere la bocca, non spalancarla, non mettersi a parlare prima di averla vuota, tenere i gomiti giù dal tavolo, non inzuppare il  pane nel vino ( summa iniuria), non frugarsi i denti con il coltello, non asciugarsi il sudore con il tovagliolo, insomma non fare nessuna di quelle porcherie che lor signori sono tanto inclini a lasciar correre come se il mondo fosse tutto loro.” Qui, vedendo quella lenza di cameriere ( team leader) che quei bravi religiosi se ne stavano quatti quatti, senza alcun segno di dissenso se si eccettua qualche arricciamento di naso e qualche smorfia, d’un salto passa alla fine dell’orazione con la ripresa di questa perorazione: “ quel che raccomando di più è questa benedetta igiene, ricordatevi che con il tanfo addosso del sudore di sotto ascella o di scarpe e con quelle unghie orlate di velluto, otterrete solo di essere chiamati porci e niente di più. Certe lendini sulle spalle, certi collarini che sembrano fatti di pelle di salame, certi colletti di camicie, certe giacchette non sono cose da portare davanti alle signore: uomo avvisato, come si dice, mezzo salvato, ho parlato chiaro e mi avete inteso”. Spaventati, sbattuti, rincretiniti come talpe quei poveri preti si sono riuniti in crocchio e, fosse effetto della sessione o di uno specchio che avessero sotto gli occhi, fatto sta che da una trentina che erano ne restò solo una mezza dozzina ( e alla fine ne sarebbe restato uno solo come gli Highlander!).
Terminata la prima scrematura, una gran scampanellata partecipa a tutti i presenti che Sua Eccellenza donna Paola infine si è alzata e che è in procinto di concedere udienza; il cameriere ( team leader) corre, si affretta e i preti intanto fanno toaletta con la saliva.
La Marchesa Cambiasi, con un elegante copricapo con motivi floreali à la Pompadour, due zeppe color nero fondente a riparar le tempie sofferenti e due grandi baffi color tabacco biondo, era seduta in sala ad aspettarli sul canapé, ma la Lilla, che stava ai di lei piedi ricoperta con uno nuovo scialle francese, non appena sente quei dodici piedi salta su, strascinando per la stanza a mò di scopa lo scialle nuovo e abbaiando a più non posso con tutto quanto il fiato dei suoi tre gozzi. E abbaia e abbaia e ringhia e mostra i denti, don Malachia, un tipo focoso, vedendosi ammutolito nel momento stesso del primo interfaccia, che presumeva amichevole e deferente, con la Marchesa, perde la flemma e le dà sulla voce e quando la chiama seccatrice fa il gesto di mollargli una pedata. Un’orsa, come dicono i poeti, che si veda strappar via o ferire l’orsacchiotto dal crudele cacciatore sotto il seno non va in così grande rabbia in così grande furor come l’Illustrissima Signora nel vedere don Malachia con il piede in aria. Per fortuna del cielo che la Lillina, con quella preveggenza che le è  propria, ha saputo schivare il colpo e accucciarsi giù, altrimenti se non vi fosse stata questa mossa, vai a sapere cosa avrebbe fatto quell’orsa per la sua cagnolina scalciata. Schivato il colpo, scacciato don Malachia, le cose erano quasi calme: già dondolava la cappellania ora su questa ora su quella chierica dei cinque candidati superstiti, quando un altro bordello ne manda via altri due in pace: è che l’illustrissima padrona di casa nel rinculare sul canapé per riguadagnare alla confort zone la sua persona agitata dall’affare del calcio, cain cain, nell’abbandonarsi schiaccia con i carichi pesanti posteriori la Lillina. Don Telesforo e don Spiridione, due pistola che ridono per niente, danno fuori a sganasciarsi in uno scoppio di risa così sciocco, così indecente che la Marchesa alfine scandalizzata sbotta anche lei con questa tirata: “ Avrei supposto che essendo loro dei sacerdoti avessero un po’ più d’educazione o, al peggio, che fossero loro noti i modi di trattare con le signore in società: m’accorgo invece in questa circostanza che non han garbo, modi, né creanza. Tuttavia poi che l’Altissimo ci ha posto in questo grado per i nostri meriti indiscutibili, è fuori di ogni dubbio farci rispettare come dobbiamo: passarci sopra, specialmente con loro, sarebbe impossibile, sarebbe una mancanza di rispetto per Noi, i mercati non capirebbero. Quanto a loro due, che il fallo sia frutto di malizia o di scioccheria basta così: se ne vadano! Quanto agli altri mi auguro che l’esempio li faccia cauti  e me ne persuadano. Così è: serva loro: adesso poi… ( Lillina? A cuccia!!).. veniamo a noi”. La Cagnetta, che fino a quel punto era stata una peste indiavolata,  ha cominciato ad agitarsi, a dimenarsi, a fare la gatta morta ( con rispetto parlando) e la viziata, ad arrampicarsi sulle gambe di don Ventura, un pretonzolo così brutto da far paura. Don Ventura, che poi tra quei tre era il più bisognoso di un beneficio, stava lì dritto dritto, spaurito spaurito, per paura di farsi scappare  un imput pregiudizievole al conferimento dell’incarico; sentiva le sue povere calzine divenire cencio, eppure, pazienza, stava lì tranquillo. Ma la Marchesa, al cui attento e compiacente occhio non era sfuggita quella simpatia, sebbene avesse lì a portata di mano due preti di maggior garbo e pulizia, vada todos, il merito innanzi tutto, ha deciso che quello di don Ventura era il profilo ideale. Appena nello staff si è saputo che egli era diventato il loro cappellano, tutti facevano vista di grande meraviglia, non potendo concepire come un tale scemo, un imbecille di prete, un giargiana, un pirla grazie a quale segreto avesse presentato il curriculum vincente.
Poi col tempo si è saputo che di curriculum aveva addosso tre o quattro fette di un salamaccio di quart’ordine avvolte nella brochure di un corso di scrittura creativa tenuto dal sullodato poeta Gherardini.

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.