Dopo il contagio

di Alberto Brodesco

Entrare in un cinema, salire in cabina di proiezione, far partire Woodstock, sedersi in poltrona e guardare il film da unico spettatore in sala. Non sembrerebbe una brutta esperienza, se non fosse che sei rimasto (o almeno così ti sembra) l’ultimo uomo della Terra; se non fosse che di notte girano per le strade vampiri o zombie che vogliono la tua morte. Succede in 1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man, 1975), il film di Boris Sagal ispirato a Io sono leggenda, libro di Richard Matheson da cui sono stati tratti altri due film: L’ultimo uomo della terra (Ubaldo Ragona, 1964) e Io sono leggenda (Francis Lawrence, 2007). La popolarità cinematografica del romanzo è un primo segno di quanto il cinema ami descrivere ciò che viene dopo – dopo il contagio, dopo la pandemia, dopo l’apocalisse.
Il “dopo” apre due scenari: uno è la normalizzazione, l’altro la sopravvivenza. La sopravvivenza è più facile da raccontare, più avventurosa, più vitale: è una celebrazione della resistenza, della fortuna di essere sopravvissuti, come nel titolo italiano di Soylent Green (Richard Fleischer, 1973): 2022: i sopravvissuti. La sopravvivenza non è un dato acquisito, ma uno status che va difeso da chi, banalmente, non ti vuole sopravvissuto ma morto, o almeno morto vivente (The Walking Dead, Frank Darabont, 2010-). Nel genere post-apocalittico c’è posto per l’horror, ma anche la commedia (The Last Man on Earth, Will Forte, 2015-2018) o l’animazione per ragazzi (The Last Kids on Earth, Netflix, 2019-). La tenacia con cui ci aggrappiamo alla vita (o alle vite) ha fatto inoltre la fortuna del “survival horror” nell’ambito dei videogiochi, da Resident Evil (Capcom, 1996) a The Last of Us (Naughty Dog, 2014).
Dall’altro lato, il ritorno alla normalità può essere tragico quanto l’emergenza. Il finale de La notte dei morti viventi (Night of the Living Dead, George Romero, 1968) dimostra che si può forse superare una pandemia, ma non un endemico razzismo. Nel dramedy Downsizing (Alexander Payne, 2017), la potenziale apocalisse ha a che fare con lo sfruttamento delle risorse della Terra. Il film si colloca all’interno di quel sotto-filone abbastanza recente che potremmo definire “catastrofismo ecologista”, rappresentato da film che vanno da The day after tomorrow (Roland Emmerich, 2004) a The Midnight Sky (George Clooney, 2020). Downsizing mostra come la costruzione di una società alternativa, ridimensionata, sconta la mancanza di una vero “programma utopico” (Jameson, 2007), dato che il nuovo mondo finisce per copiare in piccolo il peggio del turbo-capitalismo. Anche il revivalismo hippy, che sembrerebbe proporsi, nel film, come un’alternativa per la progettazione di una vita “post-” conferma l’assenza di idee nuove. Il “dopo” è un foglio bianco e l’umanità ha il blocco dello scrittore.
“Il disastro rovina tutto lasciando tutto immutato”, afferma Maurice Blanchot (1980, p. 11). A carico del disastro c’è anche l’accusa di lasciare tutto come prima. Non è nemmeno capace di essere un agente di cambiamento. Nel caso dell’epidemia da Covid-19, come hanno notato in molti, l’emergenza ha dimostrato di produrre non una vera svolta socio-culturale, ma solo una precipitosa accelerazione (smart working, streaming, consegne a domicilio…).
Stephen King ha dichiarato la sua difficoltà a chiudere il capolavoro post-apocalittico L’ombra dello scorpione (ristampato come The Stand, 1990): tutta l’inerzia della storia sembrava riportare il vissuto delle persone alle dinamiche sociali precedenti la diffusione del virus. Davvero, si chiedeva King, l’unica soluzione è tornare all’America di prima, con la polizia, i tribunali e le elezioni? Non c’è altro modo di organizzare la società? La pandemia è solo un macabro gioco dell’oca che riporta pedine rovinate al punto di partenza?
Il genere post-apocalittico richiama un altro topos narrativo, quello della rifondazione della vita su un’isola deserta. Anche il naufragio fa tabula rasa, semplifica le relazioni umane, cancella lo status quo, fa emergere chi ha vere capacità di leadership, come ne Il signore delle mosche (dal libro di William Golding ha tratto un film Peter Brook, nel 1963) o LOST (Jeffrey Lieber, J. J. Abrams e Damon Lindelof, 2006-2010). Di nuovo, sono isole ben lontane da quella di Utopia. Il disastro, il contagio, il naufragio sembrano rivelare che c’è qualcosa che non torna all’interno del nocciolo segreto della nostra convivenza e della nostra società.
Un passaggio di The Stand riassume questo enigma affidandolo alle parole di un sociologo, un personaggio di nome Glen Bateman: “È questo il destino della razza umana. Socievolezza. Vuoi che ti dica che cosa ci insegna la sociologia a proposito della razza umana? Te lo dico in poche parole. Mostrami un uomo o una donna soli e io ti mostrerò un santo o una santa. Dammene due e quelli si innamoreranno. Dammene tre e quelli inventeranno quella cosa affascinante che chiamiamo ‘società’. Quattro ed edificheranno una piramide. Cinque e uno lo metteranno fuori legge. Dammene sei e reinventeranno il pregiudizio. Dammene sette e in sette anni reinventeranno la guerra. L’uomo può essere stato fatto a immagine di Dio, ma la società umana è stata fatta a immagine del Suo opposto” (King, 2020, pos. 7888).
Dio e il suo opposto. Il cinema post-apocalittico subisce la tentazione dello scontro secco tra bene e male, spesso banalmente giocato nella forma del tao, con un po’ di male a macchiare il bene e viceversa. La pandemia funge da morality test atto a saggiare le qualità umane. Nel Faust (Friedrich W. Murnau, 1926), il personaggio eponimo – come Abramo, o il protagonista di Una poltrona per due (Trading Places, John Landis, 1983) – diventa vittima di una scommessa di Dio, che invia la peste a infestare una città. C’è sicuramente una componente sadica nell’azione di dèi o potenti che si divertono a usare gli uomini come cavie per le loro sperimentazioni. Per molti secoli la pandemia è stata un male in sé e anche il segno del male che Dio vuole agli uomini. La pandemia da Covid-19 è invece piuttosto laica. La contrapposizione tra Angelo e Diavolo si sfilaccia in una serie di tensioni molto mondane – fra classi di lavoratori, scientisti e anti-scientisti, fra scienziati stessi, fra sostenitori di un provvedimento o del contrario. La luce da semplificazione pandemica che illumina il cinema non penetra il cono d’ombra in cui è avvolta la nostra realtà.

[ Postilla: questo testo è stato precedentemente pubblicato nella rivista Il Tropico del Cancro il 3/06/2021 ]

Maurice Blanchot, L’écriture du désastre, Paris, Gallimard, 1980 (tr. it. La scrittura del disastro, Milano, SE, 1990).
Fredric Jameson, Archaeologies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fictions, London-New York, Verso, 2007.
Stephen King, The Stand, New York, Doubleday, 1990 (trad. it. L’ombra dello scorpione. The Stand, Milano, Bompiani, 2020 [Kindle Edition]).

Fotografia: Hiroshi Sugimoto

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mariasole ariothttp://www.nazioneindiana.com
Mariasole Ariot ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), poesie e prose in antologie italiane e straniere. Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato a esposizioni collettive.  Aree di interesse: letteratura, sociologia, arti visuali, psicologia, filosofia. Per la saggistica prediligo l'originalità di pensiero e l'ideazione. In prosa e in poesia, forme di scrittura sperimentali e di ricerca. Cerco di rispondere a tutti, ma è necessario potare pazienza. Se non ricevete risposta, ricontattatemi a distanza di un mese. Il mio giudizio per eventuali pubblicazioni è ovviamente del tutto personale.