I sassi di Giulio Marzaioli

di Renata Morresi

Gli scienziati che contestano l’esistenza dell’emergenza climatica sono per la maggior parte geologi e geofisici. Sono quelli più legati, per vocazione e professione, all’industria mineraria e dei combustibili fossili. Che siano loro a parlare del surriscaldamento terrestre come della “grande bugia” non desta grande meraviglia, insomma. Né meraviglia lo statuto ominoso dei minerali nel vasto regno del simbolico: dal “cor di sasso” del conte Giacomo ai “conglomerati” di Zanzotto, c’è poco di rassicurante nel mondo dei solidi inorganici nati da processi geologici. Nel folclore nazional-popolare, poi, “tu sei buono e ti tirano le pietre / sei cattivo e ti tirano le pietre”. A riscattare la cattiva reputazione dei sassi arriva l’omonimo libro di Giulio Marzaioli, che irrompe nel congegno immaginativo usurato e rinnova la relazione con l’inanimato. Detto così sembra semplice, addirittura innocuo. Invece Marzaioli, con elegante freschezza, propone di risalire al rapporto tra coscienza delle cose e mondo sensibile liberandosi di molte sovrastrutture, dedicandosi all’ordinario come a un problema da valutare fuori dalle vertigini astratte, dalle proiezioni simboliche, dai surrealismi che inventano molto ma scoprono poco. L’invito sotteso è quello di re-inscriverci nella materia a cui in fondo (ma anche in superficie) apparteniamo: un campo evasivo, a ben vedere, di certo ampio e mutevole. Non abbiamo dunque ancora esplorato fino in fondo le percezioni contemporanee, e la ricchezza degli affetti e delle affezioni col circostante, dimostra Marzaioli, è ancora in larga parte da indagare. Ne I sassi non fuga nell’irrazionale, quindi, tantomeno nella trasfigurazione tutta soggettiva, ma la scoperta di una sapienza immaginifica calda, che spinge a guardare le cose ‘come sono’ – che ovviamente ‘non sono così’. In questo spazio, nell’indagine sull’aspetto e sulle correlazioni, con estetica marziana e un lieve registro divulgativo-scientifico, su questa crosta da alcuni detta ‘paesaggio’, nell’evidenza di ciò che si offre al tocco e allo sguardo del mistificatore più innocente che c’è (il bambino), Marzaioli descrive le molte vite dei sassi e ciò che ci riguarda attraverso di loro: il silenzio e il linguaggio, l’identità, l’integrità e il mutamento, il sempre nuovo passare del tempo e la violenza incombente. “Doveva essere un libro di fiabe”, ci diceva già Marzaioli del suo Arco rovescio (Benway 2014), e anche I sassi potrebbe esserlo, per la sua giocosità conoscitiva, per il suo snodarsi in parabole, e per quella evocazione di varie pratiche fanciullesche: i sassi collezionati, dipinti a colori, lanciati a pelo d’acqua, gettati come oggetti d’offesa, sono dettagli di una educazione alla vita all’aperto che finiscono per disegnare una nuova forma del maschile. Si tratta di una proposta di maschilità morbida: l’anaffettivo maschio moderno, insondabile e petroso, si trasforma in qualcosa di più accogliente e delicato, dove l’antagonismo e la sfida per la superiorità sugli enti fanno posto a un’altra intensità e intimità nella relazione col mondo. “Le mondo muete est notre seule patrie”, affermava Ponge, ripensando la terra dei padri come mondo non-logocentrico. Molto cova in questo silenzio, e il non-umano sembra incubare un’occasione persino per noi.

Giulio Marzaioli, I sassi, Tic 2021.

 

*

 

Quando raccogliamo un sasso da terra solitamente è per lanciarlo o per conservarlo in una tasca.

 

 

Se conserviamo il sasso in una tasca capita che, una volta tornati a casa, ci si produca nella decorazione dello stesso con disegni di faccine, fiori ecc.

Se lanciamo il sasso è per farlo cadere in un ruscello, una pozzanghera o un lago; comunque in uno strato acqueo che, al momento dell’impatto, produce il suono caratteristico che tutti conosciamo.

In ogni caso nessuno si domanda cosa ne pensi il sasso e come, nonostante la sua durezza, possa risentirsi per la prepotenza subita.

 

 

Un sasso prende vita nel magma che ribolle e, a seguito di un’eruzione, pian piano si solidifica e leviga la propria superficie grazie all’azione del vento, del ghiaccio e delle precipitazioni. Oppure si genera per sedimentazione di elementi organici e inorganici, sali minerali e altri componenti che in migliaia e migliaia di anni si aggregano e disgregano fino a manifestarsi al nostro sguardo.

La sua calma non è mai accondiscendenza. Se si muove è perché viene trasportato, se sprofonda è perché viene pressato da una suola e dal peso di un corpo che non avrebbe mai scelto di incontrare.

 

 

La reazione principale del sasso agli interventi del mondo esterno è la resistenza. Con tenacia e pazienza, il sasso affronta ogni giorno l’incognita di un intervento contrario alla sua fissità e rimane integro, non usando violenza e non agendo d’impeto, ma concentrando tutta la propria energia nel non modificare la propria forma. Ciò è dimostrato dalla tendenza dei sassi a ritrovare sempre una condizione di stabilità, anche se un ruscello o la risacca marina ne spostano la posizione.

 

 

Anche i sassi hanno i loro momenti di quiete. È nell’indole del sasso riflettere i raggi del sole estivo, guardare dal basso la caduta delle foglie, tacere sotto la neve e farsi lambire dai fili d’erba al risveglio di primavera.

Un sasso non è insensibile alle meraviglie della natura, anche quando essa si manifesta nei toni più tenui. È sua segreta ambizione svelarci quale nucleo celi la sua durezza.

 

 

I sassi possono affezionarsi all’uomo. A molti sarà capitato di stringere un sasso nella mano. Non si ha l’impressione che quel sasso lentamente si adatti alla sua forma? E che dire di tutti i sassi sistemati in qualche teca, magari puliti, lucidati e accuditi? Non è certo quella la loro collocazione naturale, eppure non fuggono via, rimanendo fedeli a un rapporto con chi ne ha deciso lo spostamento.

[…]

Alle volte i sassi vengono messi uno sopra l’altro dall’uomo, sino a configurare piramidi e opere di varia grandezza. Tali realizzazioni vengono tecnicamente chiamate cairn, termine di origine gaelica, e possono avere diverse finalità: dal segnalare un sentiero a commemorare un evento, sino ad assumere significati rituali.

Chi erige tali costruzioni, tuttavia, ignora il pericolo insito nell’artificiosa prossimità che si viene a creare. Così vicini i sassi stringono alleanze. Nella loro apparente indifferenza tramano cospirazioni. E, se indispettiti, i sassi impercettibilmente si muoveranno approfittando dell’imprecisione del loro impilaggio e provocheranno la rovina del manufatto.

 

 

Altre volte dalla riva di un lago o del mare quando è calmo, padre e figlio si sfidano a lanciare un sasso piatto sulla superficie dell’acqua. Vince il sasso che rimbalza più volte e va più lontano. Padre e figlio vivono una sfida generazionale, ma assai più dura è la sfida tra i sassi, destinati a scendere lentamente sul fondo. Al contrario di quanto accade per gli esseri umani, vince il sasso che rimbalza meno volte e va a fondo più vicino alla riva. Avrà più possibilità di tornare alla luce grazie al moto ondoso.

 

 

L’utilizzo che l’uomo fa dei sassi denota sempre una presunta superiorità, del tutto ingiustificata. I sassi erano prima della comparsa e saranno dopo la scomparsa dell’uomo sulla terra. Anche soltanto tale circostanza dovrebbe far riflettere.

 

 

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renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.