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In principio fu il male

 

 

Pubblichiamo qui di seguito un estratto dell’ultimo libro di Davide Gatto, In principio fu il male, Manni, 2021.

Il capitolo s’intitola “Dieci” (pp. 13-21).

 

 

di Davide Gatto

Me lo diceva sempre mia madre, Una brava figlia non gioca con i maschiacci. Una brava figlia sta a casa con sua madre, fa i compiti, sbriga le faccende come una vera donnina di casa, così diceva.

E mi portava in chiesa tutte le domeniche, là inginocchiate a sentire quel buon odore di incenso, in mezzo a persone che avevano lasciato fuori i loro cattivi pensieri, donne e uomini, ma la maggior parte erano donne, e perlopiù anziane.

Ma io non pensavo ad altro che a giocare con i maschiacci, come li chiamava sempre mia madre. E quando ero in chiesa, libera di lasciar correre la mente nel silenzio generale o nella recita meccanica delle preghiere, rivedevo come in un film i maschi che facevano a sassate dai fortini di terra di risulta dei cantieri appena dismessi, o che si arrampicavano a gara sul traliccio dell’alta tensione.

Dai piccoli banchi della chiesa, quando era ancora il vecchio capannone di lamiera degli operai riadattato, ci accodavamo muti e chini davanti al sacerdote con l’ostia in mano, ma io non avevo orecchie che per gli schiamazzi fuori che tanto facevano sbarrare gli occhi e serrare le mandibole di severità e disappunto a mia madre.

Chissà cosa stavano facendo là fuori per gridare a quel modo. E intanto sbirciavo fuori dall’oblò di quella chiesa di latta per vedere cosa accadeva.

La curiosità mi pungeva come quando mio padre, finalmente sazio a tavola dopo tutta una giornata di fabbrica, cominciava a raccontare di questo e di quello che avevano litigato, o dell’incidente che aveva storpiato per sempre un suo compagno, e mia madre mi costringeva ad andare a letto.

Potevo passare anche più di un’ora a cercare di captare con l’orecchio teso brandelli di racconto, inventandomi pretesti di ogni tipo – la pipì, i denti, un bicchiere d’acqua – per avvicinarmi e lasciare magari uno spiraglio della porta aperto.

«Che hai fatto a quella mano, Ciro?»

«Quale mano?»

«Quella. È rossa e gonfia. Che, hai litigato, Ci’?»

«Ma che litigato e litigato!»

«E che è successo allora?»

«Ma niente, niente…»

Attaccava sempre così il racconto, con “Niente, niente…”. Poi sentivo mia madre che strisciava la sedia per sedersi al tavolo e il gorgogliare del vino versato nei bicchieri. A quel punto non resistevo più. Quando mia sorella era dalla sua compagna di classe al piano di sotto per fare gli ultimi compiti o – più probabilmente – per guardare la televisione che noi non avevamo, io scivolavo furtiva fuori dalle coperte e lungo il corridoio, e andavo ad appostarmi di fianco alla porta socchiusa della cucina, con le spalle al muro e pronta a ritirarmi silenziosa al primo rumore delle sedie. «Allora Ci’, che hai fatto con quella mano? Hai dato un pugno a qualcuno, vero Ci’?»

«Sì, sì, ma io non c’entravo niente, volevo solo dividerli…»

«A chi volevi dividere, a chi?»

Dallo spiraglio della porta filtrava nell’anticamera fredda la luce densa e giallastra della cucina, e io mi sentivo come sotto le coperte.

«Lo dicevo io che quel Russo è un minchione, sempre nervoso, attaccabrighe, come un cane rabbioso che si gira e morde chi capita capita».

«Ma quale Russo, Ci’, quello che ha quella bella moglie mora con i due gemellini?»

«Eh sì, quello, quello, il siciliano che sta alle torri vicino alla tangenziale, che quando passeggiano la domenica sembra che deve mangiarsi tutti gli uomini che guardano sua moglie».

«Ma che dici Ci’, sembra una famiglia così bella, così unita. Come la nostra, che ci togliamo il pane dalla bocca per i figli, Dio li benedica».

Di fronte alla ingenuità e alla cecità, chissà se voluta o subìta, di mia madre, mio padre non protestava; soltanto si accendeva una sigaretta, sorseggiava il suo vino, e taceva.

Le prime volte, accucciata così contro il muro e avvolta dal tepore della luce spessa, imprecavo tra me e me contro mia madre, lei e i buoni sentimenti delle bigotte come lei, che mi sembrava di rivedere tutte allineate e tutte uguali ai banchi della chiesa, mentre ripetevano a pappagallo, senza stancarsi, Ave Maria piena di grazia.

Io invece volevo ascoltare i racconti di mio padre, ero avida di sentire le storie che lui riportava da fuori, da quella sua fabbrica in cui accadevano cose, continuamente, le cose più incredibili, tutte le cose che mia madre tra casa e chiesa sembrava non sapere neppure immaginare.

Col tempo però compresi che anche mia madre non sopportava quelle improvvise interruzioni di mio padre, che forse tra loro si era costituito un tacito accordo, per cui dovesse essere mia madre stessa a porgere a mio padre nuovamente il filo del racconto spezzato.

«E allora Ciro, che è successo con quel Russo? È a lui che hai dato un pugno, Dio ce ne liberi?»

Non ce la faceva, non ce la faceva proprio a lasciare Dio in pace.

Il fumo della sigaretta galleggiava nella luce pastosa che filtrava nell’anticamera, e io lo aspiravo ritmicamente, con impegno, come se anche io stessi fumando, oltre a mio padre.

Lui riprendeva in tono più confidenziale, forse lusingato dall’attenzione di mia madre, dalla sua curiosità oltre il limite cui la costringeva la sua devozione.

«Mo’ che potevo farci, Addolorata? Si è messo a fare come un pazzo, che voleva per forza spaccare la testa a uno con la chiave da 60».

«E perché, perché?»

«E che ne so io, quello sempre alla moglie pensa, che magari se la fa con questo o con quell’altro, e guarda tutti come se fossero appena usciti dal letto della moglie…»

«Ma che dici Ci’, che dici? Quella poveretta, così giovane e tutta sola con due bambini piccoli. Lo sai no che non hanno nessuno qui: i parenti tutti giù sono».

Neanche sentivo le parole di mia madre. Scivolavano su di me come scivolavano sulle cose. Io invece mi sentivo strappata a quel pavimento duro e freddo da una mano potente, trascinata a vedere con il cuore in gola e il fiato corto uno sconosciuto scendere silenzioso, a luci spente, le scale della torre vicino alla tangenziale, le rose ai capelli di chi si è appena alzato. E poi entravo – quasi fisicamente, tanto forte era la suggestione – nella fabbrica di mio padre e tra i fumi e i rumori infernali delle macchine assistevo stregata all’aggressione e all’inseguimento, fino a che mio padre, grande e fermo in mezzo a un formicaio impazzito di tute blu, non metteva a terra quel fesso di Russo con un colpo solo.

Mio padre non raccontava, forse non ne era nemmeno capace; più che altro accennava, mia madre lo incalzava e lui spargeva rari appigli sulla superficie liscia delle giornate con mia madre, e io mi arrampicavo, un piede qui a spingere, una mano là a tirare, e disegnavo traiettorie, costruivo trame che riempivo di uomini, di donne, di cose a non finire.

Era lo stesso durante la messa, da quattro urla penetrate nella chiesa di lamiera e poche sagome intraviste di sfuggita dall’oblò la mia mente ritagliava e cuciva le imprese dei maschi, un’intera epopea di conquiste e battaglie, di violenze e vendette.

Già all’Andate in pace mia madre mi prendeva per mano, e mi sembra di sentire ancora adesso la pressione della sua stretta, forse per contrastare il mio impulso a guardarmi intorno, a girarmi là dove gli altri bambini compivano le loro evoluzioni.

«Cammina diritta e non voltarti, Lorena. Quelli sono figli di nessuno: altrimenti erano a messa con i loro genitori, come fanno tutte le famiglie per bene».

Così mi diceva mia madre, e intanto mi trascinava per il vialone ancora sterrato come un cagnolino ribelle al guinzaglio.

Perché non darle retta allora? Non è un’inutile crudeltà riconoscere la validità dei suoi insegnamenti ora? Ora che lei non c’è più, ora che Nino se n’è andato e io sono sola, sola, completamente sola?

Lei mi aveva avvertita. «Sta’ attenta a quel Nino, quello ti farà soffrire, cammina per il Quartiere come uno senza padrone, tutti lo salutano, saluta a tutti, ma non è amico a nessuno, non rispetta nessuno…»

Tutti però lo rispettano, pensavo io, la stupida. E mia madre, che me lo leggeva negli occhi, per farmi convinta mi feriva: «Dov’è lui ci sono smorfiose che si strusciano o facce da galera».

Ma se il pensiero mi graffiava – soprattutto per la cattiveria deliberata di mia madre –, dentro sentivo tutto l’orgoglio di essere la prescelta e il brivido controllato di essere con lui al sicuro anche negli ambienti più malfamati, anche tra le persone che tutti evitavano per paura.

E ora? Ora che quella puttana di senegalese me lo ha rubato? Non posso pensare che ha attraversato savane e deserti, ha solcato acque, acque che sono diventate cimiteri, su scafi arrugginiti e cigolanti, la sua faccia smarrita era magari nel mucchio di quelle che ci hanno impietosito, a me e a Nino, dallo schermo della TV, e tutto per arrivare qui e portarmelo via… Non le vie del Signore sono infinite, ma le vie del male.

Eppure non è così, sto mentendo a me stessa. Parlo come se qui il male non ci fosse mai stato, come se io stessa non ne avessi procurato. Se mia madre fosse qui ad ascoltarmi, non oserei dirle queste cose. Lei alzerebbe i suoi occhi cerchiati nei miei e nel suo sguardo rassegnato, nella mia istintiva reazione di rabbia rivedrei me stessa bambina, tenuta nei ranghi quasi a forza, una fonte di angustie inesauribile per mia madre.

Fossi nata africana, chiusa dentro una casa di paglia e fango, di stenti e di atavica superstizione come nel fermo immagine di un’intera vita, senza alcuna storia possibile, non avrei una mattina uguale alle altre percorso anch’io la strada polverosa di terra rossa, lontano dal villaggio, lontano da tutti, incontro a tutte le infinite cose che sarebbero potute capitarmi?

Il male non è arrivato a me su una scalcagnata carretta del mare. Era già qui, volteggiava sulla mia vita di bambina, sui palazzoni popolari del Quartiere – il mio mondo – fin dal primo momento.

Ricordo quando ci arrivai, che i casermoni e le torri sembravano escrescenze geometriche, innaturali sul fango ormai secco dei cantieri. Tutto attorno era ancora campagna, e distese di granturco e rogge che sarebbero stati – più grandicelli – la nostra frontiera, il nostro West.

Ma da quella terra feconda, complice di uomini che per generazioni l’avevano curata e nutrita, convogliando le acque in un fitto reticolo di canali segnati da filari di pioppi, il Quartiere era escluso, come se la strada che lo chiude ad anello tutto intorno altro non fosse che un ben marcato confine.

Al suo interno, niente strade né aiuole né viottoli: solo un’informe colata di fango rappreso, come dopo un’alluvione, su cui faticava a crescere l’erba e che scompariva solo sotto le profonde e distese pozzanghere di pioggia che la terra non riusciva a riassorbire.

Un mondo artificiale che sembrava ancora da farsi, un agglomerato di immigrati diversi strappati a tradizioni che sentivano ancora vive e vicine e che assistevano impotenti al farsi imprevedibile dei loro stessi figli.

E in questo ambiente per noi primordiale noi bambini correvamo, compivamo le nostre esperienze e le nostre perlustrazioni, non lo sapevamo ma giocavamo a nascondino e a Ce l’hai con il male.

Io non lo sapevo, e per molti anni ancora non l’avrei saputo, ma mia madre non avrebbe considerato male, non avrebbe speso preghiere e suppliche ginocchioni nella chiesa a sapere che spiavo dalla finestra, con il binocolo sottratto di nascosto dal cassetto di papà, il mio compagno di classe? Daniele si chiamava, Daniele.

Noi tredicenni lo vedevamo più maturo degli altri, non più bambino, ma un ragazzo come noi ormai eravamo ragazze. E io non resistevo, e nella reclusione cui mi costringeva la rigida educazione di mia madre approfittavo dell’assenza di tutti per puntare il binocolo sulla finestra di Daniele, una tra le cento del lontano casermone dirimpetto, e scrutare cosa facesse.

Era come se ne fosse consapevole, il piccolo bastardo, che si toglieva l’asciugamano davanti ai vetri e si toccava senza vergogna, come stesse manipolando una cosa non sua.

E l’attrazione e la curiosità erano così forti che una volta non sentii rientrare dalla spesa del sabato i miei genitori e mia sorella Roberta, e fui fortunata che mia madre mi chiamò prima di aprire la porta chiusa della mia stanza: giusto il tempo di infilare il binocolo sotto il letto.

Eravamo un paese finto edificato sul niente, una manata di casoni che c’erano e non c’erano, come quando la nebbia fitta d’inverno cancellava ogni cosa.

Non me ne voglia mia madre, ma eravamo in qualche modo tutti figli di nessuno. O figli di quella nebbia che ci isolava e ci nascondeva, e in cui noi bambini e ragazzi ci sentivamo vivi solo quando l’istinto mordeva, ed erano zuffe negli androni, frequentazioni azzardate, giochi morbosi negli scantinati.

O ero io che guardavo di nascosto, con un misto di rabbia e di invidia, le effusioni tra quella santa di mia sorella Roberta e Sergej sul divano di casa, una volta che ero rincasata apposta in anticipo e in gran silenzio.

Eravamo noi perduti nella nebbia, e i nostri genitori dietro i vetri delle cucine dalla luce gialla e dal buon odore di minestra invano frugavano con lo sguardo per chiamarci a casa. Loro non sapevano cosa accadeva nelle nebbie delle nostre vite, mentre a me, ora, quei fatti, e quei volti, si affollano nella mente come se non io li ricordassi, ma una voce qualsiasi, più voci qualsiasi di persone che c’erano e ora forse non sono più.

***

Davide Gatto è nato nel 1961 a Milano. Vive in Puglia, dove insegna Lettere in un liceo. Ha esordito nella narrativa con i racconti Il male minore (Manni, 2011).

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3 Commenti

  1. Scusate, non c’entra nulla, ma… in quella foto si vede il cortile dove sono cresciuto a Quarto Oggiaro. Quelli erano i miei compagni di gioco. (ok, mi defilo).

    • Beh, suppongo che avremmo molte cose da dirci e da ricordare… Il Quartiere del libro (così, con la maiuscola) potrebbe essere proprio Quarto Oggiaro, o il Gallaratese, o Lavagna Tessera gli Olmi: anche io ne so qualcosa di quartieri dell’hinterland milanese degli anni Settanta! Quanto poi alla circostanza del riconoscimento, si può essere laici, materialisti e scettici quanto si vuole, ma un po’ sa di prodigioso. (La foto è stata scattata proprio a Quarto Oggiaro)

      • Vedo pure il balcone di casa di quand’ero bambino. Sì, è prodigioso (la foto la conoscevo già, ma ogni volta mi turba ed emoziona)

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Jamila M.H. Mascat vive a Parigi e insegna presso il dipartimento di Cultural Studies dell'Università di Utrecht, in Olanda. Si occupa di filosofia politica e teoretica, marxismo contemporaneo, critica postcoloniale e teorie femministe. Nel 2011 ha pubblicato Hegel a Jena. La critica dell'astrazione. Ha co-curato Femministe a parole (2012); G.W.F. Hegel, Il bisogno di filosofia. 1801-1804 (2014); M. Tronti, Il demone della politica (2017); Hegel & Sons. Filosofie del riconoscimento (2019); The Object of Comedy. Philosophies and Performances (2020); A. Kuliscioff, The Monopoly of Man (2021).
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