L’indolente

di Gian Piero Fiorillo

Nessuno se lo aspettava. Come fai ad aspettarti che un uomo grande, sano di mente, un lavoratore molto stimato nel suo campo, decida di asciugarsi i capelli mentre è ancora a bagno nella vasca e ascolta la musica, anche se la musica in quel momento è triste, così triste. Così triste da far venire pensieri di morte. È stato detto che un grand’uomo costringe gli altri a spiegarlo. Anche un gesto inspiegabile. Un suicidio. E se invece fu un incidente? Come fare a saperlo, non ci sono biglietti di spiegazioni o d’addio. La polizia indagherà. Valuterà anche l’ipotesi dell’omicidio, visto che l’allarme è stato dato in ritardo. Chi c’era in casa al momento dell’accaduto? Chi avrebbe avuto motivo di uccidere, chi un simile coraggio? Un uomo benvoluto da tutti. Da tutti? Davvero? si chiederanno gli inquirenti. I poliziotti. I giudici. Racconteranno la cosa ai loro familiari, una volta tornati a casa? Sapessi, cara. Oh, caro. Che cosa terribile. Ne ho viste tante, ma questa volta è diverso.

A noi non interessano i commenti fatti a casa propria. Di chiunque siano. Siamo così abituati a non sentirli che non riusciamo neppure a immaginarli. Un giudice istruttore, la sera, vuole parlare con i figli, cosa hanno fatto a scuola, se hanno preso un buon voto o vinto una gara, non ha certo voglia di raccontare morti misteriose. Anzi, vuole dimenticare. Fino al giorno dopo, quando tornerà in ufficio e ricomincerà a pensarci. Se vai alla Feltrinelli di Largo Argentina, a Roma, vedi una scritta sul muro: Il cinema è la vita meno i suoi momenti noiosi. La frase è attribuita a Hitchcock. E in fondo abbiamo imparato a vivere la vita come se fosse un cinema: non ci interroghiamo sulle cose noiose. Anche se queste ci inseguono: pagare la bolletta, cosa c’è di più noioso? Forse solo doverlo fare via internet, neppure più quella bella fila di due ore in cui ci si conosceva, si imprecava, ci si indignava collettivamente contro la pubblica amministrazione, il sindaco, lo Stato. Neppure più quei momenti di svago per anziani, di sguardi furtivi o incontri inaspettati. Quel rito minimo della fila allo sportello.

Dunque lasciamo stare i commenti di casa, chi li fa, chi no, i poliziotti sì, i giudici no, i medici che hanno constatato il decesso no, gli infermieri sì. O forse tutto il contrario, che ne sappiamo, dipende da troppi fattori, lasciamoli al loro farsi e disfarsi, alla trama fitta e densa della vita, noi stiamo scrivendo e la scrittura ha maglie larghe. Dunque perché un uomo grande, sano di mente, un professionista, uno stimato dirigente si infila nella vasca da bagno con il fon acceso o lo accende mentre è ancora dentro quella vasca, coperto d’acqua e di schiuma? (Noi stiamo scrivendo?! Io sto scrivendo e chi leggerà starà leggendo: com’è impreciso il linguaggio!) (Ma neppure questo interessa alla nostra storia, ci sono un sacco di interferenze, qui, che non si riesce a controllare). Torniamo al nostro uomo che sempre ci sfugge, che mi sfugge mentre invece lo voglio afferrare. Tenere. Tenere in mente, tenere in mano. Averlo, cavolo! Perché s’è ammazzato, se s’è ammazzato, poi, chi lo sa. Certo, anche se non dovesse trattarsi di un gesto volontario, anche se fosse solo una fatale distrazione resterebbe inconcepibile: un errore che potrebbe fare un adolescente troppo sicuro di sé, non uno stimato cittadino. Che lavoro faceva? Mi tocca rileggere l’articolo. Ah, no, ecco, c’è già nei titoli. I titolisti vanno pazzi per questi particolari, il mestiere, il colore della pelle, la regione di provenienza.

Paola, che è stata l’ultima a vederlo in ufficio, ne dà una descrizione più che positiva. Il giornalista però lascia trasparire il sospetto di una relazione. Non dice, il giornalista, Paola invece si esprime in termini molto lusinghieri, un uomo unico, e scoppia in lacrime. Quello che lascia intravedere Paola senza dirlo è che fra l’uomo e la moglie la situazione era tesa. Questo avrebbe potuto spingere l’uomo, conclude il giornalista, a farla finita. Una tragedia amorosa: forse l’uomo era innamorato di Paola quanto lei di lui, insinua il giornalista, e la situazione s’era fatta insostenibile. Ma non bastano le lacrime a suffragare questa ipotesi. Erano colleghi da tanti anni, erano amici, si stimavano. Qual era lo stato patrimoniale della coppia, si chiede allora il giornalista, c’erano problemi di soldi, liquidità, debiti? Su tutto questo, risponde, stanno indagando i magistrati. In questo modo il giornalista ha sparso un po’ di veleno, sicuro di catturare qualche lettore per l’edizione successiva, ma poi s’è chiamato fuori. Tira il sasso e nasconde la mano, se lo fanno i bambini piove biasimo da ogni dove, se lo fanno i giornalisti o gli uomini politici è tutto normale. Nella norma: statistica, etica. Che vuoi che sia, il mondo va così. Doppia morale, doppia logica, doppio cappio. Poi qualcuno impazzisce, non regge il gioco. Era intrinsecamente predisposto, geneticamente? Era un uomo fragile? È per questo che l’ha fatta finita, era stanco di fare il doppio gioco o di sottostare a un doppio dovere, a ordini e ricatti contrapposti? Oppure è morto per indolenza, ha visto il pericolo ma non ha fatto niente per evitarlo? Era stanco?

Lasciala, non la ami.
Se mi lasci m’ammazzo.

Alla fine ce l’ha fatta a portarmelo via la puttana.
L’ha spinto alla disperazione la stronza.

Così non è più di nessuno.
Così siamo vedove tutt’e due.

È stato un incidente, lui non l’avrebbe mai fatto, era un uomo gioviale.
Ultimamente era così triste, ma non al punto di farla finita.

Gli inquirenti intanto scavano. Hanno il dovere di cercare fatti, prove, non possono certo basarsi su dichiarazioni estorte dai giornali alle due donne. Seguono tutte le piste. Che non sono molte per un uomo normale, serio lavoratore, adulto, sano di mente. Pista gelosia: per quanto rari in rapporto ai femminicidi, anche i maschicidi sono una realtà. Ma la pista è improbabile: una cosa tipo il postino bussa sempre due volte a ruoli invertiti? il comportamento della moglie non dà adito a sospetti. O è un’attrice nata oppure è sincera. Gli inquirenti optano per la sincerità, una donna irreprensibile che insegna ai ragazzi delle medie e ha la stima e la solidarietà di tutto l’istituto. No, niente da fare. Lei non è stata, non siamo al tenente Colombo. Nè può essere stata l’amante. Come avrebbe potuto entrare in casa a quell’ora, con la moglie fra i piedi, e inscenare l’incidente? Impossibile. Niente tracce, niente di niente. Pista scartata. Pista fantasiosa.

Pista patri-matrimoniale: i coniugi se la passavano bene, avevano scelto la comunione dei beni, nonostante tutto si volevano bene.

Pista depressione. In fondo anche un uomo adulto, sano di mente, lavoratore, può andare incontro a una crisi depressiva. Quattrocento milioni di persone soffrono di questa subdola patologia nel mondo, senza distinzione di reddito, di classe, di genere, e sono cifre ufficiali, c’è tutto un sommerso che non viene mai a contatto con gli specialisti. Quattrocento milioni sono comunque un bel numero, dieci milioni solo in Italia, secondo le stime del Ministero (che va bene, si sa come le fanno, le stime, ma dobbiamo pur tenerne conto) (non rientrano in quelle stime le cosiddette depressioni sotto soglia, che però possono esplodere da un momento all’altro) (raptus? da quando in qua un raptus suicida? più comune di quanto si creda, si prepara a lungo nella mente dell’individuo, nessuno se ne accorge, nessuno sospetta, poi d’improvviso è troppo tardi). Se ne vedono in giro, se ne sentono tante.

Ma noi inquirenti abbiamo bisogno di prove e per il momento non ne abbiamo.
Non sanno che pesci prendere.

Seguiamo tutte le piste.
Brancolano nel buio.

Pista cherchez la femme. Una terza? O forse una quarta, nuova o venuta da un lontano passato. L’uomo era uno stimato professionista ma anche uno stimatissimo rubacuori. Un playboy? Non proprio, non lo faceva alla luce del sole. Ma di tresche, molte. Il suo lavoro lo favoriva. Incontrava tanta gente. Sembrava preferisse le clienti. Ma questo non è un indizio, al giorno d’oggi metà dei maschi del pianeta sono dipendenti dal sesso, reale o virtuale. Nei suoi computer con c’è niente di anormale, considerando che la sfera della normalità è ormai praticamente informe. Si allarga da più parti per farci entrare cose che un tempo restavano fuori. Ha un sacco di gobbe e cunette: chi può più dire cosa è normale e cosa no, solo la statistica, ma la statistica non è una prova.

Pista: io lo conoscevo bene. Io lo conoscevo bene, al lavoro faceva il suo, era anche bravo, ma non era felice. Si tratteneva ore con Don Luigi, il cappellano, e con le donne delle pulizie. In quelle occasioni, a volte, lo si vedeva perfino ridere. Si illuminava quando parlava con i deboli, i diseredarti, i malati di mente. Con lo staff era piuttosto freddo, tranne con le colleghe carine, allora si rianimava, diventava un burro sciolto, tutto miele latte panna, sorridente, ironico. Non era falso, no, ma dormiva, ecco. Lo svegliava il profumo di donna, una gonna stretta, un paio di gambe. Quasi nient’altro. C’era altro, sì, che lo vivificava improvvisamente, una partita a tennis, una discussione tirata. Non guardava la televisione e per questo non partecipava ai nostri discorsi perché parlavamo di cose di cui non aveva nessuna cognizione. Leggeva, sì, leggeva molto. Cose difficili: ma chi te lo fa fare, gli dicevamo. Ma chi me lo fa fare, sorrideva. Aveva un certo fascino. Io lo conoscevo bene, s’infervorava per un romanzo, piangeva per una canzone, un tipo strano, capace di dolcezze. Stava sulle sue ma era dolce. Aveva, come posso dire, la tempra dell’adolescenza. Infatti tutti gli davano meno della sua età, e se non era d’accordo su una cosa non c’era verso. Non si piegava, come gli adolescenti. Testardo, cocciuto. Forse ha pagato tutto questo, forse non ce ne siamo accorti. Non l’abbiamo capito.

Pista circolo del tennis. Era un buon giocatore, ma indolente. Se aveva una chiusura facile facile la sbagliava, diventava molle, sembrava dire questo punto qua è già fatto, neanche vale la pena chiuderlo. E sbagliava. Se lo mettevi sotto pressione incominciava a reagire e allora erano guai per tutti, ma durava poco, dopo aver vinto un game s’ammosciava e ricominciava con quell’indolenza dei posapiano che tanto che fa, vinco o perdo che mi cambia? Gli piaceva la terra rossa, ci strofinava le mani per asciugarsi il sudore e diceva che quello era il bello di giocare a tennis. Glielo chiesi una volta, e fu la sola volta che mi sembrò preciso, accurato come non era mai, sempre distratto, sempre all’altro mondo, pace all’anima sua. Ma se non ti piace giocare lascia perdere, gli dissi una volta. Al contrario, rispose, mi piace moltissimo, ma se gioco intensamente tutto un match mi perdo il bello del gioco. Come sarebbe? Il bello non è fare punti, vincere o perdere un set, ma il sudore, l’odore delle magliette bagnate, il sudore puzza quando si secca, ma sotto il sole, nel mezzo della foga agonistica è meraviglioso. Di quale agonismo parlasse non ho capito, di quello degli altri, forse, certo non il suo. E che dire della terra calda, continuò, lavorata e strapazzata dai nostri piedi, dalle scivolate, è allegra quando t’asciughi il sudore delle mani con quella polvere rossa, non credi? Quando morirò, disse una volta, sotterratemi nella terra rossa. In quel momento diventò rosso come la terra, una cosa che non t’aspetti da un uomo adulto, sano di mente, stimato professionista, ma che professione faceva, poi? Mi sembrò strano, a vederlo non lo avresti mai detto capace di sensualità. Forse era questo che piaceva alle donne, forse a letto si trasformava, diventava un adoratore di dee carnali, un cartasciuga di sensazioni, che ne so, io sono solo quello che gli controllava lo stipetto, voleva che tutto fosse in ordine. Era gentile, se ti faceva un’osservazione si scusava lui per te.

La verità non venne a galla. La verità non viene mai a galla, non tutta, almeno. Non sappiamo se l’uomo ha deciso di chiuderla lì. Né, eventualmente, perché ha preso quella decisione. Non ha lasciato biglietti né saluti, non ha perdonato nessuno e a nessuno ha chiesto perdono. Quanto a me, non so nulla di lui, nemmeno che lavoro facesse. Ma non ho inventato niente, tutto quello che ho scritto viene dall’esperienza e l’esperienza è sempre reale. Anche se i punti di vista e i modi di vivere le esperienze sono diversi, l’esperienza è vera oppure non c’è niente di vero a questo mondo. Lo dico senza addentrarmi in discorsi filosofici, non di questo mi sono messo a scrivere. Ce ne andiamo all’inferno portandoci i nostri segreti, mentre i fantasmi ci abbandonano e tornano nel mondo in forma di ricordi, per torturare i nostri cari. Ancora non si sono svuotate le vene, ancora non sono avvizziti gli organi, ancora non abbiamo perso il sembiante umano e già loro ci hanno lasciato. Ci sono fantasmi che nessuno conoscerà mai. O si ripresenteranno in altri luoghi, in altre forme, in un tempo altro, nuovi e insospettati? Ci sono torture senza scadenza?

 

 

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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