L’Anno del Fuoco Segreto: Gli impuri

La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segretosi può leggere QUI.

di Claudio Kulesko

I

L’uccello color grafite se ne stava appollaiato sul lampione, la testa appena reclinata, lo sguardo vitreo puntato sull’albergo in rovina. Semicoperto com’era dalla luce artificiale assomigliava a un grumo d’acciaio, quasi un prolungamento naturale del lampione. Più grosso e meno maestoso di quanto ricordassi.
Rimasi a fissarlo per un po’ dal marciapiede, aggrappandomi a quel che restava della sigaretta. Più per abitudine, che per pretesto. Era la terza di fila. La mia regola prevedeva di non fumare fino a mezzogiorno e mai in camera da letto ma, quando attaccavo, ne dovevo fumare almeno due o tre. Nel gettare via il mozzicone, gli lanciai un’ultima occhiata.
«Tu sai chi è stato, vero?»
Sibilai tra i denti.
Rimase immobile, come uno di quei volatili impagliati che riempiono i musei.
Alzai i tacchi e mi diressi alla porta. Le grandi ante pendevano dai cardini, divelte e spiegazzate, come se una forza micidiale vi si fosse abbattuta contro senza esitazione.
Pensai subito all’impatto con un camion o un furgone blindato.
Entrando fui investito dall’odore di vecchio e dal puzzo di urina. Una miscela che pareva adattarsi alla perfezione allo stato di abbandono in cui versava l’ex-Fitzgerald.
Una miriade di frammenti di vetro, sparsi sulla moquette grigio topo, descrivevano un cono ideale che, dalla cornice della porta, si estendeva lungo tutta la prima parte della hall. Qua e là,  sparute macchie di sangue conferivano alle schegge un ché di astratto.
Peccato che i poveri stronzi investiti da quella cosa non potessero apprezzarne, al par mio, la sottile grazia formale.
In fondo alla hall, tra la reception e l’ascensore, due agenti di polizia piantonavano le scale.
Alzai una mano in segno di saluto, senza smettere di avanzare.
Lo sbirro più anziano e corpulento si girò a guardarmi, proprio mentre l’altro si faceva avanti, mano sulla fondina.
«Non può entrare, l’edificio è posto sotto seq…»
Il più vecchio lo agguantò per una spalla e lo tirò indietro, con la stessa facilità con cui avrebbe spostato un bambino. In una frazione di secondo, il novellino si ritrovò al punto di partenza, a un passo dalla carta da parati ammuffita.
«Dan, santo Peril, togliti quella scopa dal culo!»
Lo ammonì il più anziano. una mia vecchia conoscenza, Torvik. Per certi versi, mi era mancato.
«Ciao Vas, l’ispettore è di sopra con la scientifica. Che ti serve?»
Mi chiese, tastandosi la pancia prominente.
«In realtà sono qui per caso. La persona che sto cercando frequenta questo posto.»
«Frequentava, vorrai dire!»
Mi corresse, sfoggiando un sorrisetto furbo.
«Se n’è salvato solo uno. L’abbiamo trovato sul tetto, nascosto in una cisterna come un topo di fogna.»
Aggrottai la fronte e parve cogliere al volo la mia incomprensione.
«Squatter. Vivevano qui, tutti quanti. Se lo vieni a chiedere a me, i tossici se lo meritavano, eccome. Ma gli altri…», parve soppesare le parole, «…Non avevano nessun altro posto in cui andare.»
“Tossico”. Chissà quante volte si sarà rivolto a me allo stesso modo, negli ultimi anni, spettegolando coi colleghi nei bar dove si radunano gli sbirri.
Lanciò un’occhiataccia spaventosa al ragazzo e si fece da parte, indicandomi le scale con la punta del mento.
«Vai, e attento a dove metti i piedi. Pravus aspetta solo l’occasione giusta per sbatterti dentro.»
Annuii e imboccai alla svelta la ripida scala tappezzata di moquette. Gente del genere cambia idea facilmente.
Non avevo ancora oltrepassato la seconda rampa, che la voce di Torvik rimbombò per la tromba delle scale.
«Ehi! L’hai visto quel coso là fuori?»
Non mi degnai neppure di rispondere.
Come potrei non averlo visto, brutto panzone? È grosso come un tacchino.
 
 

Estratto da Vita di Gil. Avventura di uno spirito libero, di Gil Ramachandran, La Fenice editore, Domersk 257 d.I.

 

Mi spostai a poppa per scrutare il tramonto.
Il sole pareva liquefarsi nell’oceano, tingendolo di un rosso vivo e intenso che, per un istante, mi fece scordare di essere su di un rottame arrugginito, nel bel mezzo del nulla, in compagnia di un centinaio di altri disperati come me.
Per un attimo, mi sentii come uno di quei miliardari in yacht che avevo visto su Instagraph, anche se dubito che qualcuno di loro avesse mai patito la stessa fame che mi attanagliava lo stomaco in quel momento.
Alle mie spalle, udii un pigolio sommesso, esile rispetto al vasto silenzio che ci circondava.
Il pianto di un neonato. Neppure lui pareva in grado di strillare più forte di così.
Ripensai a una vecchia battuta di una sitcom domerskiana, I MacKlusky.
I due protagonisti, i fratelli MacKlusky, sono sperduti su un gommone in mare aperto, dopo una battuta di pesca finita male. Su di loro batte da ore un sole implacabile. Harry, il più sveglio dei due, solleva la testa. Negli occhi ha lo sguardo velato di chi muore di stenti. Harry si guarda attorno e con voce lamentosa fa: «Ho sete!». L’altro, Brandon, il più stupido, ancora intento a pescare con un filo di plastica privo di esca, si gira a guardarlo con aria supponente e dice: «Di certo qui non manca l’acqua!», dando il via a uno scroscio di risate preregistrate.
A pensarci bene, mancavano solo quelle per rendere la nostra situazione ancor più surreale.
Le voci inflessibili che, nei giorni scorsi, erano giunte dalla radio di bordo parevano una parodia di quella di Brandon. A ogni nostra richiesta di aiuto, la capitaneria di porto, i militari e persino i medici rispondevano: «Non ci vorrà ancora molto, abbiate pazienza. I soccorsi stanno per partire.»
I giorni passavano e ogni qualvolta chiedevamo «Come faremo per bere, dove prenderemo il cibo?», le voci rispondevano: «Dovete resistere». Ed ecco partire le risate.
Fui costretto ad affrontare la realtà dei fatti: tutto quello che internet, i libri e la televisione ci avevano detto del Domersk non era, a rigor di logica, falso. Peggio ancora. Era tutto vero, col solo intoppo che quella verità ci era preclusa.
Mentre i crampi della fame mi stringevano le budella in una morsa, realizzai di essere io Brandon, il fratello stupido. Avevo lasciato l’Ham’leh portandomi dietro solo uno zaino colmo di cibo e una zucca piena di illusioni.
Sognavo un appartamento a Zendar Park, le serate ai café, un lavoro part-time e la possibilità di scrivere e pubblicare, con la segreta speranza di poter, un giorno, diventare famoso come il mio idolo di sempre: Sigur Gilead, il sommo poeta delle Amare Vette.
Mi voltai da sopra la spalla a guardare il bambino, un fagotto avvolto in una modesta copertina grigia, ben stretto tra le braccia della madre. Aveva smesso di piangere.
Mi rigirai e puntai lo sguardo all’orizzonte, nel tentativo di cancellare dalla mente il barcone e tutti i suoi occupanti. Estesi il mio spirito lungo superficie dell’acqua e, subito, prese forma tra i flutti una distesa di sagome rettangolari di pura luce, attorniate da figure più scure, in perpetuo movimento. La proiezione mentale di un tramonto al Windsor Bar, la culla di alcune delle migliori penne del secolo; una sorta di teatrino d’ombre, composto da uno stuolo di organismi bioluminescenti.
Di colpo, mi vergognai dei miei effimeri sogni di gloria.
Domersk non ci voleva. E chi ero io per rifiutarmi di essere l’ennesimo cadavere in fondo all’oceano?
Ci avevano costretti a rinnegare i nostri  sogni, le segrete speranze che ci rendevano, a tutti gli effetti, umani.

II

 

La terza volta in una settimana. La prima poco dopo aver incontrato la mia cliente.
Saranno state le nove e mezza. Ero appena uscito dal supermarket, stringendomi per il freddo nel cappotto striminzito. Con la coda dell’occhio, vidi qualcosa, in fondo alla strada, appollaiato tra i tiranti del ponte. Poco più che una macchia nel buio.
Rimasi a guardarlo a lungo, sfidando il vento gelido, finché non dispiegò le enormi ali grige e svanì nella notte.
La seconda, mentre seguivo le tracce del mio uomo, tra la Ruther e la Consolare. Era in cima a un palazzo, in pieno giorno, immobile come una statua.
Lo riconobbi subito: il Roc, il traghettatore di anime in paziente attesa della sua prossima preda. Intuii di colpo che qualcuno, in quel preciso istante, era stato ucciso. Semplice come guardare un orologio.
Quando abbassai lo sguardo, nessun altro pareva avervi fatto caso. La vita continuava a scorrere come al solito, frenetica e indolente.
Due giorni dopo, scorrendo le pagine di un quotidiano, scoprii che si trattava di un vagabondo. Un vecchio alcolizzato, finito in mezzo alla strada per molestie sul posto di lavoro.
L’avevano strangolato con un cavo elettrico e lasciato lì, a marcire tra i cassonetti.

Quand’ero bambino, mia nonna me ne aveva parlato spesso. Fino a quaranta, cinquant’anni fa, non era poi così insolito incontrarlo, a quanto pare. Lo stesso si può dire delle naga, dei vortigan, delle silfidi e di chissà quante altre creature.
Ma oggi…oggi è diverso. Una manticora è abbastanza da far rabbrividire persino il criminale più incallito. Per non parlare dei nagual.
La gente si limita a far finta di niente. Si crogiola tra gli agi, in costosi appartamenti al ventesimo piano di un grattacielo vista skyline. Molti neppure immaginano che ogni televisore, ogni console, ogni singolo fottuto LED che risplende nelle loro case, è alimentato da elementali intrappolati in reattori da sei miliardi di quill.
Era questo che mia nonna cercava di dirmi, la ragione per cui mi imbottiva di favole e leggende di eroi e di mostri. “Non dimenticare, Vas, non dimenticare mai da dove veniamo”.
Mi ci erano voluti vent’anni per capirlo.

Mi strinsi nelle spalle e continuai a salire le scale del vecchio hotel, facendo mentalmente il punto della situazione. Le tracce dell’uomo che stavo cercando mi avevano condotto nel bel mezzo della scena di un massacro.
Quante possibilità c’erano che si trattasse solo di una coincidenza?

Da Il dono del Nagual, di Isaac Karelian, Sottobosco editore, Brugel 142 d.I.
 

[…] A quel tempo, i canalizzatori erano considerati messaggeri di un mondo “altro” e i nagual, i loro animali totemici, venerati al pari degli dèi. Tali creature, unitamente alla casta sacerdotale che ne interpretava e diffondeva il verbo, costituirono per millenni l’unico punto di contatto tra essere umano e magia.
[…] Sebbene, nel corso dei millenni, le scienze si siano andate a sostituire all’antica fede nelle forze primigenie della natura, ciò non deve trarre in inganno l’osservatore più attento. Le più recenti ricerche condotte dagli antropologi (cfr. Stinson, 122 d.I.; Malaki, 135 d.I.) hanno ormai dimostrato la profonda affinità di principi tra magia e tecnica.
Come i moderni scienziati, i canalizzatori erano soliti svolgere lunghi periodi di apprendistato, dedicando buona parte del proprio tempo allo studio empirico della biologia e del comportamento delle creature dalle quali traevano il loro potere. Una consuetudine conservatisi attraverso i secoli – nonostante la diffusione di surrogati chimicofarmacologici in grado di simulare lo stato di canalizzazione.
Vuole la leggenda che Shin-Kah, Gran Maestro del Culto del Basilisco, abbia trascorso due anni in un eremo montano, in totale solitudine, circondato unicamente da rettili. Stando al Libro della Medusa, ne ricavò la straordinaria facoltà di richiamare a sé, ovunque si trovasse, uno stuolo di serpenti, che era solito carezzare e vezzeggiare alla stregua di cuccioli di cane.
Allo stesso modo, Gebort il Rosso fu noto per la facoltà di elencare, rigorosamente in ordine alfabetico, i nomi delle migliaia di specie di aracnidi e artropodi che popolano il quadrante orientale del Domersk.
Fu solo in epoca imperiale che il popolo domerskiano cominciò a diffidare della magia. Lo strapotere dei canalizzatori, nonché l’indifferenza aristocratica di questi ultimi nei confronti della legge dell’Imperatore, giocarono un ruolo decisivo nella formazione di vari organismi di controllo.
Nel 572 a.I., l’Editto di Serath ‒ che regolamentò e sottopose a rigido controllo istituzionale i rapporti tra canalizzatori e Nagual ‒ costituì il primo passo in direzione di un superamento di quello che i ricercatori hanno denominato “Antico Ordine” (Tullen, 126 d.I.). La creazione di un primo ordine di “Cacciatori” (500 a.I.) fu l’inevitabile corollario di un conflitto che oltrepassa persino la fatidica soglia tra la caduta dell’Impero e la fondazione della Repubblica federale.
Il 118 d.I., anno di fondazione del Movimento Neo-Imperiale (di cui partiti politici quali Risorgiamo e Terra Pura non sono che emanazioni), rappresenta una sorta di spartiacque storico. L’ultimo trentennio, di fatto, ha visto la rapida diffusione di una nuova forma di emarginazione sociale, più violenta e più subdola delle precedenti. Mai come oggi, le creature magiche, i Nagual e i canalizzatori sono stati additati come fautori di una degenerazione sociale onnipervasiva.
È tuttavia necessario ricordare che la moderna diffidenza nei confronti dei popoli e degli individui che ancora fanno ricorso ai poteri dei Nagual ‒ quali gli Alioubor e gli Hamaliti ‒ non è che un prodotto tardivo del conflitto di cui questo libro indaga le origini.

III

Dell’antica gloria del Fitzgerald non restava che una vaga ombra. Ovunque, sulle pareti, i nuovi occupanti avevano lasciato segni della loro presenza.
Una scritta tracciata sul muro con la bomboletta spray, riassumeva la nuova natura dell’edificio in rovina: kibbah, “casa”.
Salii l’ultima rampa e mi ritrovai in un lungo corridoio costellato di porte.
Pravus era in piedi al centro dell’andito. Indossava abiti civili, con la cravatta allentata all’altezza del petto e le maniche della camicia aperte e rimboccate fin sopra i gomiti. Dovevano averlo buttato giù dal letto in piena notte.
Se la hall, al piano di sotto, era stata ripulita, lo stesso non si poteva dire del piano superiore. Ovunque, gli agenti della scientifica si affannavano nelle loro tute bianche, inciampando, di quando in quando, in brandelli di cadavere. Sparsi lungo il corridoio c’erano braccia, gambe, teste e organi non meglio identificati, come se qualcuno avesse fatto a pezzi un gigante e ne avesse sparpagliato i resti per tutto l’albergo.
Pur non essendo nuovo a scene del genere, mi sorpresi a ingoiare un denso grumo di saliva.
Mi fermai alle spalle di Parvus e annunciai la mia presenza.
«Sull’attenti, ispettore!»
Esclamai, sperando di risultare simpatico.
Quando Pravus si passò una mano tra i capelli brizzolati e si voltò a guardarmi, mi resi conto di aver commesso un errore. Era pallido, le labbra contratte in una smorfia di disgusto.
«Ci mancavi solo te!»
Notai che aveva gli occhi rossi.
«Guarda che casino…»
Aggiunse, tra sé e sé.
Ritentai, stavolta con maggior delicatezza.
«Cos’è successo?»
«Arrivi qua, coi tuoi modi da cinico bastardo, e poi mi chiedi “cos’è successo?” Cosa ci fai qui, Vasily, cosa vuoi da me? Chi ti ha fatto passare?»
Mi chiama per nome, gran brutto segno.
Riflettei, optando per una linea più morbida.
«È stato Torvik. Come ho già detto a lui, sono qui per caso. Sto cercando una persona, un tipo sulla tren…»
Mi interruppe di colpo, indicando il corridoio con la mano aperta.
«No, Vas. Stai cercando guai. Guardati intorno! Credi che siano finiti così giocando a Jenga?»
Tacque, per un lungo istante, quasi fosse tentato dall’ipotesi.
«No.»
Ripeté, scuotendo la testa.
«Questo non c’entra niente con le tue storie di corna e gatti smarriti. Non dovresti essere qui. E neppure io, se è per questo.»
Non si poteva di certo dire che Parvus fosse un tipo pacato, ma ben di rado lo avevo visto così su di giri. Ignorai le allusioni, decidendo di far leva sul senso del dovere.
«Perché un commando dovrebbe accanirsi contro dei poveracci del genere?»
Domandai.
«Non si è trattato di un commando.»
Mi voltai di scatto a guardarlo, incredulo.
«Cosa?!»
L’espressione con cui accolse il mio sguardo lasciava intendere che si fosse messo l’anima in pace già da un pezzo.
«Sono stati tutti uccisi a mani nude. Gli arti sono stati strappati all’altezza delle giunture. Costole rotte, teste spaccate…»
Spostai lo sguardo verso il corridoio, figurandomi la scena nella testa.
«C’è un nagual qua fuori.»
Sugerii, non sapendo cos’altro dire e sentendomi subito un idiota.
Ma Parvus non mi riservò lo stesso trattamento che avevo riservato a Torvik un minuto prima. Fece un cenno con la testa in direzione degli agenti in tuta bianca.
«Già, è per questo che hanno mandato loro.»
Mi ci volle qualche secondo per accorgermi che i distintivi appuntati sulle loro spalle non erano quelli del dipartimento di polizia. Sulle placche d’alluminio spiccava un martello, sorretto tra gli artigli da un’aquila avvolta da spire di saette.
«Cacciatori!»
Parvus annuì.
«Non si tratta di un banale regolamento di conti. C’è altro di mezzo. Roba magica, stronzate del genere, altrimenti…»
«…Altrimenti qui ci sareste solo voi. Un colpo di spugna e via, come ai vecchi tempi, no?»
Chiosai. Mi balenò in mente il motto di Torvik: “A chi importa, finché si ammazzano tra di loro?”.
Parvus arricciò le labbra, infastidito, ma non disse niente.
«Piuttosto, chi stai cercando?»
Domandò, facendosi di punto in bianco più calmo, come se si fosse appena ricordato di non essere più un mio superiore.
«Qualcuno che avrebbe dovuto trovarsi qua.» Replicai. «Jacob von Hilsegrund. Sulla trentina, alto, pelato, tatuaggi, precedenti per spaccio e aggressione.»
Parvus abbassò lo sguardo. Fece scivolare la mano nel taschino della camicia, ne estrasse un pacchetto di sigarette e me ne offrì una.
Dalle stalle alle stelle.
Pensai, accettando l’offerta.
«Dovresti andare a parlare con il testimone. Lo trovi in fondo al corridoio, ultima porta a sinistra. Dì all’agente di guardia che ti mando io.»
Mi accesi la sigaretta, riflettendo per un po’ sulla proposta.
Cosa c’entro io col testimone? Non sono mica un dannato poliziotto.
Parvus mi sfilò lo zippo di mano.  La luce della fiamma gli balenò sotto il naso, illuminandone il volto stanco e rugoso.
«Tra un quarto d’ora lasceremo tutto in mano ai cacciatori. Vedi di non metterti nei casini e, se scopri qualcosa, chiamami.»
Disse, restituendomi l’accendino. Poi, si allontanò, senza attendere una risposta.
Mi fu subito chiaro che aveva già deciso per conto mio.
Lo seguii con lo sguardo.
Raggiunse l’altro capo del corridoio e scambiò qualche parola con un tipo in completo marrone. Li colsi a lanciarmi delle lunghe occhiate. L’uomo in marrone, in particolare, pareva farsi sempre più interessato.
Ma che diavolo…?
Diedi loro le spalle e mi avventurai nel corridoio, tra le sagome tracciate sul pavimento con il gesso, ben attento a non ostacolare i cacciatori, tutti presi dai loro meticolosi e imperscrutabili rilevamenti. Riuscivo quasi a sentire i loro occhi da serpente scivolarmi addosso, carichi di sospetto. Ma dovevo sapere, dovevo scoprire in mezzo a cosa stavano per buttarmi. E, magari, sarei riuscito a cavarne fuori qualche informazione utile.

Da “Gimme back my wings”, di Sonjia Kossiakov e Klavu Babe, Vanity n. 46, Gelante 145
Per strada non c’è più traccia dei fan accalcati davanti al locale. Sono tutti usciti dal retro, dando l’impressione che l’intero evento non sia stato che una sorta di allucinazione collettiva.
L’ingresso del Triptych, scolpito nel cemento grigio polvere di un vecchio condominio, non anticipa nulla di quel che si nasconde dietro la porta a vetri.
Esito, per un istante, sopraffatta dall’idea di star per incontrare la più grande star aliou-pop del decennio, prima di afferrare la maniglia e spingerla verso l’interno.
Non faccio in tempo a mettere il naso nella hall che Erik, lo storico buttafuori del Triptych, mi si para davanti. Allungo una mano per mostrargli il pass, ma quando i suoi occhi color magnetite si posano sui miei, mi sembra di sprofondare in un lago ghiacciato. Rimango paralizzata, mentre lui mi sfila il pass dalle dita con un gesto delicato e ne tasta la consistenza con i polpastrelli, in cerca di segni di contraffazione. Il completo nero e i lunghi capelli bianchi lo rendono simile a un fantasma.
Non mi era mai capitato di provare sulla mia stessa pelle l’antica magia alioubor. Un piccolo show di mesmerismo, che mi lascia intendere di non aver ancora visto niente.
Il volto da gargoyle di Erik si infrange in un sorriso: «Prego, signorina Kossiakov, può passare». Lo ringrazio e ricambio il sorriso. Vorrei essere più cordiale di così, ma le gambe mi trascinano all’altro capo del corridoio più rapidamente di quanto vorrei.
Sciami di roadie e tecnici affollano la sala dove si è appena tenuta la performance di Klavu. Il palco è identico a quello che ho visto nelle foto: una specie di altare, cosparso di spuntoni dall’aria minacciosa e decorazioni floreali. Un arcobaleno di colori risplende sotto i riflettori, alternandosi a cupe scenografie nero pece; l’inconfondibile trademark di Klavu.
Sotto il palco, nascosto dietro a delle tende, avvisto il backstage. Attraverso la giungla di corpi, cavi, microfoni, amplificatori e, finalmente, la vedo. Se ne sta seduta a gambe incrociate su di un enorme cuscino, davanti a uno specchio rotondo. È intenta a struccarsi, anche se ha ancora addosso il costume di scena: un body rosa; cinghie di pelle verde acido; una criniera di treccine colorate cosparse di LED. Gli stivaletti borchiati che indossava fino a mezz’ora prima sono stati sostituiti da un paio di pantofole a forma di coniglio.
Resto sulla soglia, imbarazzata, ma lei deve avermi già scorto allo specchio. Si gira a guardarmi, sfoggiando il sorriso più sfavillante che abbia mai visto. Mi indica una poltrona in un angolo della stanza.

 

SK: Ciao Klavu.
KB: Hi, Sonjia! Ti stavo aspettando.
SK: Com’è andata?
KB: Alla grande, come sempre! (alza entrambi i pollici). Tutto merito dei miei piccoli mostri.
SK: I tuoi fan ti adorano.
KB: Sono meravigliosi. Non so come farei senza di loro.
SK: Da alcune vecchie interviste mi è parso di capire che hai un rapporto particolare con Domersk.
KB: Come non potrei? Sono cresciuta in un villaggio a nord dell’Alioub, tra le montagne. Ogni giorno, percorrendo la strada da casa a scuola, fantasticavo su come sarebbe stato vivere a Domersk. Mia madre, poi, è sempre stata una super fan di Anissa; quand’ero piccola l’ascoltavamo sempre insieme.
SK: Se non sbaglio, il tuo nome è un tributo a un suo brano?
KB: esattamente, il pezzo è “Dying for you”: “As the Roc flies on, I’ll meet my klavu babe”.
SK: Una frase decisamente sibillina.
KB: (Scoppia a ridere) Yeah! Non so perché ma non sono mai riuscita a togliermela dalla testa.
SK: Un segno del destino, forse?
KN: …Forse.
SK: Il tuo ultimo album, Misfits in Heaven, parla proprio di questo, no?
KB: Si, è un concept album su una silfide che si ritrova in città, da sola, con i Cacciatori alle calcagna. È lì che incontra un Nagual, la Salamandra, che la aiuta a ricostruire la Sorgente, il luogo da cui proviene, e a ritrovare se stessa.
L’idea è che il destino sia sempre con noi, anche quando ci sembra che non ci sia più via d’uscita. Sono le persone che incontriamo che ci aiutano a scoprire dove ci condurrà, un po’ come quando si osserva il collasso della funzione d’onda nella meccanica quantistica.
SK: Se non ricordo male, hai una laurea in fisica pratica…
KB: (ridacchia) No, no, ho mollato a due giorni dalla discussione della tesi. Per poco mia madre non si strappava i capelli. Però non ho mai smesso di studiare per conto mio.
SK: Ascoltando i tuoi ultimi album, direi che il tema delle differenze è diventato sempre più importante per te.
KB: Ci sono solo differenze. Nessuno è uguale a qualcun altro. Tutto muta costantemente. Dobbiamo solo aprire la mente, lasciarci invadere e comprendere che il nostro corpo è un veicolo di evoluzione interiore.
Oggi la maggior parte delle persone fatica ad ammettere che il movimento femminista e quello LGBTQ+ fanno parte di questa evoluzione, ma è così.
SK: Ne fanno parte anche i Nagual e le creature magiche?
KB: (Punta entrambi i piedi a terra, sporgendosi verso di me) Non solo ne fanno parte, ne sono la fonte. Sono loro la Sorgente! “Nich Sorgen um’lah, gesich’t fraü burd”: quando la notte esaurisce la Sorgente, si spegne il canto degli uccelli.
SK: Sono parole di Holger Kutsch, il poeta classico del terzo secolo.
KB: Si! Lui per primo ha intuito che stava succedendo qualcosa nell’animo umano. In molti, ormai, hanno capito che tecnologia e magia sono compatibili, e che la magia, il contatto con l’essenza più profonda del mondo, è qualcosa a cui tutti e tutte hanno diritto.
Il governo e i Cacciatori pretendono di poter essere i soli a controllare la magia, ma non ci riusciranno ancora per molto. Stiamo entrando nell’eone di un Nuovo Ordine, un risveglio collettivo che trasfigurerà il mondo.
(Alza le braccia al cielo, come se stesse pregando) venite, miei piccoli mostri!

[…]

IV
Il ragazzo si aggrappò con entrambe le mani alle maniglie della poltrona e schizzò indietro.
«È lui, cazzo! È lui!»
Bingo. Avevo fatto appena in tempo a mostrargli la foto del mio uomo. A quanto pare l’idea di Parvus stava dando i suoi frutti.
«Sei sicuro? Al cento per cento?»
Chiesi, sventolandogli la fototessera davanti alla faccia.
«Si!»
Mi fermai a riflettere e lo vidi roteare i grandi occhi verdi. Incastonati su quella pelle rosso vivo, tipica degli hamaliti, rassomigliavano a due smeraldi adagiati su un panno di velluto. Rotearono ancora, stavolta in senso opposto, percorrendo il soffitto da parte a parte.
Ora, ci sono due tipi di persone in grado di dirvi, con il minimo margine d’errore, se qualcuno è un tossico e di che roba si fa: gli sbirri e gli ex-tossici. E io ero tutt’e due le cose. L’avrei capito anche senza guardarlo in faccia, senza aver visto quella pelle solcata da innaturali venature celesti. Polvere di sogno.
D’istinto, mi portai la mano alla guancia, come se temessi che le stesse striature fossero ancora visibili sul mio corpo.
Sapevo bene cosa stava seguendo con così tanta attenzione. Le eccitazioni, i flebili spasmi che, per brevi istanti, fanno vibrare la materia, alludendo a qualcosa al di là della materia stessa.
È per questo che si prende la polvere. Per vedere la magia, con il tarlo costante, che ti scava nella testa, di non poterla mai toccare, di non poterla mai raggiungere. Così vicina, eppure così lontana.
Ai tempi, ero così infottato che a volte mi capitava di tirare direttamente col naso, “all’amazzone”, nel gergo dei tossici, senza neanche preparare la botta.
Guardai l’orologio da polso. Avevo solo undici minuti.
«Come ti chiami?»
Gli domandai a bruciapelo.
Di colpo, spostò lo sguardo su di me.
«Jeet, signor…»
«Vas, chiamami solo Vas. Come hai fatto a scappare, Jeet?»
Chiesi.
«Ero seduto in fondo alle scale, di sotto. Ero con mio fratello, Rashid, e Serhat, il suo miglior amico. Eravamo appena tornati da lavoro.»
«Dove lavori?»
«Al porto. Faccio lo scaricatore. Anche Rashid e Serhat erano scaricatori.»
«Poi, cos’è successo?»
«La porta è esplosa, come se qualcuno avesse lanciato una bomba. Volevo correre ad aiutarli. L’ho fatto, mi sono alzato, poi…»
Gli occhi gli si gonfiarono di lacrime.
Fu solo allora che mi resi conto che non doveva avere neppure vent’anni.
«Poi l’ho visto. C’era luce, tanta luce. E quell’uomo. Ha preso Rashid per il collo. Serhat ha urlato qualcosa, ha provato a colpirlo ma quello gli ha tirato un pugno. Serhat è caduto a terra. C’era sangue dappertutto. Non ce l’ho fatta, ho avuto troppa paura. Sono scappato e li ho…»
Fu attraversato da un tremito convulso, come se stesse rivivendo quel momento, e la voce gli andò a morire in gola.
«…li ho lasciati lì.»
Affondò le mani tra i lunghi capelli neri e scoppiò a piangere.
Spensi la sigaretta sulla gamba del tavolo e la lasciai cadere a terra. Attesi qualche secondo prima di porre la domanda successiva, vagando con lo sguardo per la stanza.
Su di un minuscolo tavolo c’erano delle pentole e un fornello a gas. Alcuni piatti sporchi giacevano ammassati in una bacinella piena d’acqua.
Mantenni un tono freddo, inespressivo, ignorando i violenti singulti che gli gonfiavano il petto.
«Non ha detto niente? È entrato e ha cominciato ad ammazzare la gente, e basta?»
Sollevò la testa, di scatto, le labbra contratte in un’espressione di puro furore.
«No!»
Mi sporsi in avanti, impaziente di udire il seguito.
«Era qui per noi. Era con noi che ce l’aveva.»
«Con voi tre?»
Domandai, confuso.
«Con noi dell’Ham’leh! L’ho sentito gridare dalle scale. Cose tipo “Schifosi rossi”, “Parassiti”, “Scimmie”.»
«Se ce l’aveva con voi, allora perché ha ucciso tutti quanti?»
Mi fissò per un lungo istante, perplesso, scavandomi dentro con quegli occhi lucidi e iniettati di sangue.
«Non lo sai? Qua tutti erano dell’Ham’leh.»
V

 

Eccolo il mio uomo, sullo schermo di un vecchio televisore appeso alla parete di un bar.
Nel video Jacob sorrideva. Un sorriso amaro, pieno di tristezza. I suoi occhi vagavano di continuo dall’obiettivo del telefono a un punto imprecisato alla sua destra, oltre il finestrino dell’auto. Come se qualcosa, fuori campo, lo stesse infastidendo. Si passò entrambe le mani sulla faccia e rimase a lungo immobile, in silenzio, coi palmi premuti sulle orbite. Le venature celesti sui suoi zigomi e agli angoli degli occhi si gonfiarono, come se stesse trattenendo il respiro.
Mi portai la tazza di caffè alle labbra, senza staccare neppure per un istante lo sguardo dallo schermo.
Dopo un’intera giornata di martellamento incessante da parte di TV e giornali, erano cominciati a trapelare i primi video pubblicati da Jacob sui profili social. Decine e decine di dirette, dalla durata complessiva di svariate ore. Ore nel corso delle quali, passo dopo passo, giorno dopo giorno, von Hilsegrund completava la sua tortuosa metamorfosi da tossico paranoico a soldato dell’Imperatore.
Tra i clienti del bar, nessun’altro, a parte me, pareva interessarsi alla cosa. Le immagini continuarono a scorrere sullo schermo, nell’indifferenza generale.
«Devo fare qualcosa. Non posso continuare così.»
Mormorò Jacob, rivolto alla fotocamera.
Per un attimo, mi parve quasi che stesse parlando con me.
«Devo fare qualcosa!»
Ripeté, in tono più deciso.
La cameriera attraversò il bancone e mi si parò davanti. Una hekret sulla trentina, dalle lunghe corna caprine che le spuntavano da sotto il berretto giallo.
«Dimenticavo, solo per oggi c’è un’offerta speciale sui pancakes, per sette quill…»
La bloccai con un cenno della mano.
«No. No, grazie.»
Il bello veniva proprio ora.
Di punto in bianco, Jacob scese dall’auto, scomparendo dall’inquadratura. In lontananza, si sentiva una voce sbraitare: «Chi è questo tizio? Ehi, pelato di merda…Che cazzo?!»
Rumori di colluttazione. Grida.
Dopo alcuni secondi, la sirena di una volante emise due brevi ululati.
Jacob riapparve al centro dell’inquadratura, trafelato, sporco di sangue, con un occhio nero. Il motore dell’auto si accese e il veicolo partì a tavoletta, scaraventando il telefono a terra.
A questo punto, il video si interruppe, sostituito dal volto posticcio e sornione di Thierry Duval, il portavoce di Risorgiamo, partito di minoranza vicino agli imperiali ma abbastanza ripulito da essere stato eletto al Consiglio.
L’inviata del telegiornale gli avvicinò il microfono alla bocca.
«Segretario Duval, cosa risponde a chi sostiene che il massacro di ieri sera è il frutto di anni di propaganda d’odio da parte di Risorgiamo?»
Il sorriso di Duval si allargò come una trappola per topi pronta a scattare.
«Jacob Von Hilsegrund non è uno di noi. Risorgiamo è un movimento politico non violento, legato ai valori democratici sui quali si fonda la Federazione. Prendiamo assolutamente le distanze dai fatti di ieri sera, unendoci a tutte le forze politiche nell’esprimere cordoglio nei confronti dei familiari e amici delle vittime.»
Il microfono guizzò dalla bocca di Duval a quella della reporter.
«Signor Duval, lei stesso, negli scorsi anni, ha espresso perplessità nei confronti delle occupazioni abusive, in particolar modo quelle hamalite. Non pensa che vi possa essere un collegamento tra le sue passate dichiarazioni, come quella del mese scorso, quando ha definito i profughi come “uno sciame di ratti, pronti a fiondarsi sulle nostre dispense”, e la strage compiuta da von Hilsegrund?»
Il sorriso di Duval assunse proporzioni inaudite, allargandosi fin quasi ai lobi delle orecchie.
«Gli spregevoli crimini di von Hilsegrund non rendono meno importanti la lotta all’immigrazione clandestina e ai crimini d’origine magica. Temi che Risorgiamo porta avanti ormai da più di vent’anni. Per quanto disgustose e deprecabili, le azioni di von Hilsegrund e di quelli come lui hanno come unico movente l’esasperazione. La gente è stanca e questo è il risultato.»
Lo schermo si oscurò di colpo.
Mi voltai verso la cameriera. Aveva ancora la mano sul telecomando.
«Meglio spegnere. Qualcuno potrebbe farsi venire in mente strane idee.»
Disse, distogliendo lo sguardo dal televisore spento.
Mi alzai e andai a pagare.
Fuori faceva più caldo del solito ma non avevo tempo di godermi la giornata. Montai in macchina, misi in moto e scivolai nel traffico isterico della Capitale.
La caccia era appena cominciata.
**

Immagine di Francesco D’Isa.

Claudio Kulesko è filosofo, traduttore e ricercatore indipendente. Suoi saggi sono apparsi su Aut Aut, Liberazioni – Rivista di critica antispecista e Studi Culturali, ma anche su riviste online quali Not, l’Indiscreto e Singola. E’ tra gli autori di “Demonologia rivoluzionaria” (Nero 2020). Assieme ad Andrea Cassini è autore di “Blackened” (Aguaplano 2021). Suoi racconti sono stai pubblicati su L’Indiscreto, Nazione Indiana e nel primo volume della serie antologica “Trema” (Arcoiris 2021).

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francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/
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