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I viaggi di Ulisse – 1

Giuseppe Maria Iacovelli*

Quando Demodoco, il cieco cantore amato dalle Muse, finì di evocare le imprese di Ulisse, la grande sala del palazzo di Alcinoo risuonò di un silenzio divino. La forza del canto e l’altezza delle gesta avevano rapito i cuori di ogni uditore, ma non poterono impedire ad Alcinoo, il saggio re dei Feaci, di scorgere lacrime e dolore sul volto dell’ospite.

Costui venne richiesto di svelare finalmente il suo nome, la sua origine e anche il perché dell’angoscia che l’opprimeva; grande, immensa fu la meraviglia dei presenti quando l’uomo, gettato dal mare sulle spiagge dell’isola, rivelò di essere l’eroe del canto, Ulisse, figlio di Laerte, signore di Itaca, piena di sole e cavalli robusti, distruttore della potente Ilio, compagno di Agamennone, Menelao, Nestore, Achille, Aiace, Diomede, Idomeneo, e altri eroi ormai leggendari, i più forti figli di Grecia. E vincendo l’attonimento che aveva preso gli altri, Alcinoo pregò l’ospite – certo il più illustre mai giunto alla reggia – di narrare i suoi casi, quale fu il suo ritorno e come si fosse ridotto a naufrago bisognoso di tutto.

«Tu vuoi ch’io rinnovelli un dolore indicibile» rispose allora Ulisse «che mi stringe il cuore già solo al pensiero, prima di parlarne; ma se il mio racconto potrà far luce sulle condizioni in cui versano milioni di innocenti e sulla distruzione che minaccia il mondo, allora, o saggio re, mi vedrete parlare e ragionare insieme.

«Partiti che fummo da Ilio, di cui non lasciammo che rovine fumanti, una tempesta furiosa scompigliò la flotta, trascinando molte navi negli abissi del mare, altre portandole fuori rotta, come capitò alle nostre. Alcuni videro l’ira dei numi dietro quella tempesta, certo offesi dalle crudeltà cui ci abbandonammo nei confronti dei vinti; e un nume volle guidare il mio cammino lontano da casa, attraverso i Regni della Miseria e della Sciagura, affinché vedessi con i miei occhi ciò che a malapena avevo creduto nel racconto altrui.

«Giungemmo anzitutto alle Montagne dei Rottami Lucenti, ammassi giganteschi di elettrodomestici, apparecchi e congegni meccanici di ogni genere, ma soprattutto di alta tecnologia, che i Paesi evoluti sdegnano di smaltire a norma di legge, preferendo di gran lunga inviarli a quei depositi spontanei. Ne arrivano in quantità immense, sottratti al riuso e soprattutto all’uso ben prima di essere diventati inutilizzabili, poiché la produzione non può permettersi rallentamenti, né il mercato può languire.

«Vengono scaricati lungo la costa o direttamente in mare, le correnti li spingono verso i mucchi già esistenti e gli agenti atmosferici, a partire dal sole, fanno il resto: singoli oggetti vengono divorati da una massa quasi indifferenziata che cresce in maniera lenta ma inesorabile, creando alture e avvallamenti che, come quelli naturali, si modificano incessantemente. I singoli pezzi, ormai fusi e confusi fra loro, sarebbero irriconoscibili per gli stessi proprietari. I riflessi dovuti al metallo e al vetro fanno sembrare da lontano un prodigio della natura ciò che in realtà è un abominio dell’uomo, il primo soltanto dei molti che avremmo visto.

«Le Montagne sono talmente grandi da essersi saldate alla costa, la proseguono in promontori artificiali dove soltanto gli uomini vivono e lavorano, gli animali se ne tengono lontani. I miseri che abitano quelle regioni non temono di inerpicarsi sul suolo composito che il sole cocente ha amalgamato, badando solo di indossare calzature adeguate: all’odore nauseabondo che sale dall’ammasso si sono abituati, noi ne abbiamo sofferto. Hanno costruito le loro capanne usando materiali ricavati dai Rottami, e da essi traggono di che sostentarsi. Li scompongono o trasformano in utensili, riutilizzano parti e componenti a seconda del bisogno, ne asportano il metallo pregiato, spesso li vendono come parti di ricambio; i più abili fra loro riescono a trarne oggetti di foggia impensata e al contempo utili, mettendo insieme pezzi sottratti ad apparecchi diversi, e anche a noi cercarono di vendere le loro assurde creazioni.

«Se avessero l’energia elettrica potrebbero diventare ricchi, ma nessuno gliene fornisce, preferendo avere i loro prodotti a un prezzo infimo, ed essi d’altra parte sembrano assuefatti alla miserabile vita che conducono, da parassiti del rottamaio, forse per effetto del cattivo odore che respirano continuamente. Credo che in cuor loro gioiscano di quella miniera e insieme la maledicano; ma hanno un patrimonio immenso da sfruttare, che darà lavoro a innumerevoli generazioni, e sanno che per ogni pezzo che estraggono, ne giungeranno cento dal mare.

«Rimasi sbalordito nel constatare che i rifiuti più raffinati di una civiltà alimentassero un’economia primitiva senza mutarne il carattere; intuii che il guadagno della prima non consisteva solo nel risparmio dei costi di smaltimento, ma anche e soprattutto nell’evitare che un’economia soggetta si evolvesse a concorrente. Era il lato nascosto dell’economia globale, quel che ne svela la quintessenza: la sproporzione incolmabile fra produttori e fruitori coatti garantisce il dominio, cioè l’immutabilità dei rapporti. E d’altronde i meccanismi stessi dell’economia non sono regolati già nei Paesi ricchi al fine di esercitare il potere? Per quanto lontano dai lidi della civiltà, il tetro fulgore dei Rottami Lucenti arriva certo laggiù, con effetti rassicuranti. Non era quella la nostra meta, così ripartimmo presto, appena la marea fu favorevole.

«Navigammo per molti giorni, spesso con vento contrario, finché raggiungemmo un’isola. Un piccolo porto permetteva l’approdo: sulla banchina ci aspettavano degli uomini, alcuni dei quali armati. Dissi loro che non avevamo intenzioni ostili, ma che saremmo ripartiti prima possibile, dopo un breve riposo. Credevano che fossimo clienti, ne arrivano molti per acquistare oro, argento e specialmente terre rare; sapevo che l’industria ha enorme bisogno di quei metalli, ma non sapevo dove si estraessero, così quegli uomini si offrirono di mostrarmi le cave.

«Li seguii all’interno dell’isola, e ben presto mi trovai in un luogo più spaventoso dell’inferno: ciò che chiamano cave infatti sono giganteschi imbuti scavati nel terreno, dopo averlo completamente disboscato, lungo le cui pareti, a terrazze digradanti, lavorano innumerevoli schiavi. Si tratta di nativi o prigionieri razziati nelle isole vicine, costretti a estrarre i materiali a mani nude, uomini, donne e bambini che non fanno altro che consumarsi per l’avidità dei loro aguzzini; lavorano dall’alba al tramonto, a volte anche la notte, non importa che tempo faccia, se sia la pioggia o il sole a fustigarli, mangiano una sola volta al giorno quello che io non darei al mio cane, chi non tiene i ritmi di lavoro o tenta il suicidio viene percosso brutalmente per ore in presenza degli altri, tranne le mani lo colpiscono e lo mutilano in ogni parte del corpo.

«Ho visto molti di quei disgraziati scavare freneticamente, senza coscienza, storditi dalla paura e dal dolore, ho visto il prezioso bottino nelle loro martoriate mani, mescolato a lacrime e sangue, ho visto tutto questo ma non ho compreso come gli uomini possano volerlo e i numi del cielo contemplarlo. Mi hanno spiegato però che un pugno di quel materiale rende mille volte i costi di mantenimento di molti schiavi. Il mio cuore fremeva di rabbia e di sdegno, ma cosa avrei potuto fare contro quel sistema? Se anche avessi ucciso tutti gli aguzzini e liberato gli schiavi, altri aguzzini sarebbero venuti e nuovi schiavi avrebbero preso il posto di quelli; essi infatti, aguzzini e schiavi, non erano che semplici mezzi di rifornimento, i canali di una materia prima indispensabile ai padroni del mondo.

«Più di ogni altra cosa costoro bramano le materie prime in grado di alimentare il progresso tecnologico, l’arma suprema; grazie ad essa aggiogano i popoli a ogni decisione, anche a quelle che li danneggiano e che sono ormai la gran parte, e pongono i loro sistemi come paradigma assoluto, cui tutti gli altri Paesi corrono ad assimilarsi: questo garantisce loro il primato planetario, ed è l’anima di quel che chiamano nuovo ordine mondiale.

«Che differenza passa fra la schiavitù antica, indispensabile anche ai Greci, e questa? Che la prima si basa sulla superiorità dell’individuo, che ha la forza di mantenere una pratica odiosa e la rende accettabile alle vittime, la seconda è indiretta, sfrutta la forza del sistema, si articola in molti passaggi, tramite i quali si moltiplicano gli introiti e si preservano le buone coscienze, che apprezzano l’ultimo anello della catena, accuratamente rifinito, perché nulla sanno di essa. Tornato alle navi ho raccontato ai miei compagni una minima parte dell’orrore che avevo visto, per non affliggerli, e ci preparammo alla partenza per l’indomani.

«Lasciai con sollievo le Isole dei Forzati facendo rotta verso Itaca, ma di nuovo il mare volle condurci altrove, precisamente verso un luogo maledetto che gli schiavisti mi avevano raccomandato di evitare: la Palude dei veleni. Ne avevo sentito parlare, sapevo che per le navi è quasi impossibile sfuggirle.

«Il mare cessa di essere acqua e si trasforma in una poltiglia semisolida formata da scarichi industriali e sversamenti di ogni genere, provenienti da stabilimenti che non rispettano alcuna norma di sicurezza – i Regni della Miseria sono punteggiati da quegli stabilimenti come il viso di un giovane dalle pustole del vaiolo; e come queste rilasciano un liquido purulento, quelli producono senza sosta gli scarichi che, grazie alle correnti, confluiscono nella Palude dei veleni. Dalla superficie esalano miasmi che uccidono gli uomini in pochi giorni, mentre la poltiglia aggredisce lo scafo delle navi consumandolo lentamente, finché non diventa anch’esso poltiglia indistinta che tutto ingoia, manufatti e cadaveri.

«La Palude è come la piaga insanabile in un corpo: si espande perché il corpo non riesce a difendersi, e solo quando lo ha distrutto interamente si placa. Ma se le piaghe degli uomini guariscono grazie all’arte medica, nulla farà scomparire quel male prodotto dagli uomini; esso è destinato a crescere senza fine nutrendosi di tutto ciò che incontra, vera immagine di una morte ineluttabile e cieca. Diversamente dai processi distruttivi della natura, che sono parziali anche nel parossismo e conducono sempre al ristabilirsi di un equilibrio, a un compenso per ciò che è andato perso, grazie al quale un ciclo può ricominciare, la distruttività umana ha l’atroce carattere del definitivo e dell’inarrestabile; niente può fermarla, nulla le sopravvive.

«Per la prima volta nella sua lunga storia la parte più civile e progredita dell’umanità ha perso il controllo delle dinamiche di sviluppo, innescando un meccanismo autodistruttivo che non è un mero effetto collaterale ma un coefficiente primario del progresso; e che questo venga pur sempre considerato tale, che nessuno mostri intenzione di recedere da questa folle logica e anzi ostenti credere che in una svolta tecnologica rispettosa della natura siano riposte le speranze per le generazioni a venire, tutto ciò sembra la dimostrazione che la modernità in senso lato consista in una enorme, insanabile contraddizione, tanto forte tuttavia da continuare a vivere di sé (e contro di sé).

«Il fetore della Palude, ben avvertibile a grande distanza, mi mise in allarme e ordinai a ciascuno di prendere un remo per cambiare rotta. Riuscimmo così ad allontanarci appena in tempo dalla melma assassina che offendeva la natura e i numi, e dopo molto remare ci avvicinammo a una costa sconosciuta. Di ciò che poteva aspettarci non sapevo nulla, quindi presi ogni precauzione. Lasciai gran parte dei compagni sulle navi, ormeggiate a distanza di sicurezza, e con i più animosi scesi a terra per esplorare i dintorni. Seguendo il fumo che si vedeva in lontananza, arrivammo a un villaggio, che mi parve subito molto povero, abitato da genti prive di mezzi. Non erano ostili, anzi ci accolsero con benevolenza, offrendoci quel poco che avevano.

«Il loro capo, un vecchio nobile e dignitoso, raccontò la storia di quel posto, che oggi chiamano la Valle degli Ammalati. “Un tempo, o stranieri venuti da lontano, il nostro villaggio era grande e fiorente; io stesso ricordo da bambino le attività e i traffici che animavano queste terre, la vita semplice ma gaia del nostro popolo, oggi colpito da un castigo celeste. Solo in pochi anziani rammentiamo il nome originario di questa terra, ma nessuno, in tanta sciagura, ha il cuore di rievocarlo”. Domandai quale castigo intendesse ed egli rispose: “L’acqua delle fonti non è più pura, i frutti degli alberi e della terra non sono più buoni, gli animali si ammalano, l’aria stessa si è ammalata e consuma le nostre vite. Nessuno ha visto la causa di questa peste, nessuno sa da dove è venuta e quando, si è diffusa silenziosamente, in modo inavvertito, permeando la linfa del vivente; nulla ha resistito al male, nulla potrà scacciarlo.

«Ciò che dovrebbe nutrirci ci distrugge, in modo lento e crudele, e la vita è diventata una malattia da cui la morte fa la grazia di liberarci. Non c’è capanna senza un ammalato, non c’è famiglia senza lutti, nessuno conosce più il significato di parole come gioia, serenità, danzare, sorridere, sperare, se non gli anziani come me, incapaci di spiegarlo e destinati a portarlo con sé nella tomba. Per il mio popolo restano solo parole come pianto, dolore, disperazione – non è questo un castigo divino?”.

«Gli chiesi allora perché non andassero altrove, per mare o per terra, lontano da quella condanna, alla ricerca di una nuova patria. “Le tue parole, signore di Itaca, dicono che la tua isola è davvero remota, oltre i mari che circondano i Regni della Sciagura: non sai che la maledizione ha colpito tutte queste terre fin dove lo sguardo dell’occhio più acuto si perde, fin dove può arrivare in volo l’uccello più veloce. Non c’è possibilità di fuga per noi, non c’è speranza per chi è stato colpito dall’ira degli dèi. Tutti siamo destinati a morire, e una volta riuniti ai nostri padri ci consoleremo ascoltando da loro le storie dei tempi felici”.

«A quelle parole compresi che la strana malattia aveva ammorbato non solo i corpi ma anche le anime di quei disgraziati, che avevano perduto fin la capacità di reagire e di volere. Mentre tornavo alle navi, spiegai ai compagni che il castigo celeste aveva un’origine umana, verosimilmente un leggero avvelenamento da radiazioni. Doveva trattarsi di rifiuti radioattivi di origine sconosciuta, ancorché facilmente immaginabile, giacché sono i Paesi ricchi e potenti a produrre le scorie più abbondanti, non certo i popoli arretrati, che ne restano vittime inconsapevoli.

«I fusti micidiali vengono portati lontano dai luoghi di produzione e di divertimento, spesso tramite reti criminali che con ciò dimostrano una volta di più la loro utilità al sistema, e gettati per lo più in mare, presso località abitate da genti prive di mezzi e di importanza. Questi dovevano essere stati abbandonati nei dintorni del villaggio già da molto tempo: l’erosione dei contenitori ha provocato la diffusione del materiale radioattivo nell’ambiente, condannandolo a una lenta morte.

«Sciogliemmo le vele, sperando che il vento ci portasse verso casa, ma Eolo non sembrava propizio ai nostri voti. Viaggiammo per molti giorni e altrettante notti, finché non vedemmo da lontano una grande città costiera. Inizialmente ci rallegrammo, giacché le grandi costruzioni annunciano sempre la civiltà e il rispetto per l’essere umano, anche se straniero, ma avvicinandoci crebbe l’inquietudine: colonne di fumo nero si alzavano da vari punti, molta gente sembrava impegnata a spegnere gli incendi o a soccorrere i feriti, le costruzioni che da lontano ci avevano rincuorato mostravano adesso grandi squarci, molte parevano sul punto di crollare.

«Attraccammo senza che alcuno badasse a noi; guardandomi attorno scoprii che il destino di Ilio era stato mite. Fra le rovine giacevano centinaia di corpi straziati, ammucchiati confusamente, e molti ancora ne venivano portati. Le urla di amici e parenti si mescolavano a quelle dei feriti estratti dalle macerie, e a quelle dei soccorritori, che cercavano invano di mantenere l’ordine. Dovevano aver colpito una scuola, poiché da un lato si raccoglievano in gran numero cadaveri irriconoscibili di bambini e ragazzi, ridotti a frantumi di bambole. Ma in quella marea di grida e pianti disperati mi colpì il silenzio attonito di chi, pur ferito, vagava senza nulla comprendere, fantasmi in carne e ossa fra viventi destinati a morire.

«Grazie alla confusione potei avvicinare una donna seduta in disparte, troppo afflitta per impaurirsi di me. Mi raccontò fra le lacrime che la città viene bombardata tre volte al giorno dagli aerei dell’Alleanza Internazionale per la Pace e la Giustizia, mentre dall’entroterra avanzano le Armate per la Sicurezza mondiale facendo terra, acqua, aria bruciata; lo stesso accade alle altre città della regione, ormai da molti anni. Non conosceva con esattezza i motivi della guerra, ma aveva sentito parlare di pressioni internazionali e interessi economici di grandi Potenze, che invece di affrontarsi direttamente e danneggiare così i propri averi, scelgono Paesi terzi come campo di battaglia.

«Avevo udito anch’io certe cose, che i Paesi delendi vengono scelti in base all’orientamento politico della dirigenza, al livello di sviluppo economico, al peso strategico nella loro area; sapevo altresì che le Potenze fanno ricorso a milizie alleate o mercenarie, che garantiscono abbondanti crimini di guerra, grazie ai quali le Potenze raggiungono i loro scopi conservando la necessaria rispettabilità. Non faticai a immaginare le conseguenze di quella catastrofe studiata a tavolino: una ricostruzione radicale presuppone l’assoggettamento economico di un Paese, senza contare che lo shock dovuto ad anni di strazio, privazioni e terrore rende una popolazione malleabile e fa da monito alle altre.

«Vidi così il vero volto delle guerre per procura, la forma oggi più richiesta di conflittualità armata: al centro stanno i civili inermi, sui quali si infierisce senza pietà all’unico scopo di modificare un contesto politico-economico che non soddisfa gli auspici di elite remote. Più che a una vittoria sul campo si punta a prolungare gli scontri, per ridefinire gli equilibri di un sistema globale tendente per natura all’autodistruzione; l’ardimentoso e tenace silenzio dell’informazione, impegnata a generare intrattenimento autoreferenziale, funge da arma essenziale, certo la più efficace fra le non convenzionali. Invece di conservare un sistema che produce conflittualità come elemento necessario, sarebbe saggio tentare di smantellarlo a partire dalle dinamiche economiche che dettano l’agenda politica.

«Rimasi allibito nel misurare la differenza fra le nostre guerre e quella: per noi esiste un nemico, è un individuo forte e agguerrito come noi, sconfiggerlo è un onore; i Troiani che abbiamo ucciso o reso schiavi erano degni di rispetto. Ma lanciare esplosivi su masse inermi e sconosciute per distruggere alla cieca e indurre qualche ottimate a più miti consigli non è guerra, è un crimine senza nome, un’onta incancellabile. La donna mi disse che lì non avremmo trovato nulla per il nostro viaggio, la città, dopo anni di guerra, era in emergenza alimentare oltre che sanitaria: la gente risparmiata dalle armi moriva di penuria; prima di imbarcarmi le feci portare delle provviste e un po’ d’acqua. Fu uno dei rari momenti in cui ringraziai il cielo di essere il re di un’isola piccola e povera.

«Ripartimmo prima del successivo bombardamento, alquanto scossi da quel che avevamo visto, e senza un’idea precisa sulla direzione da prendere. Navigammo alcuni giorni verso nord, finché una burrasca improvvisa ci fece perdere nuovamente la rotta. Toccammo una terra sconosciuta, e questa volta non andai a perlustrare i dintorni, ma un dio, che aveva a cuore la mia incolumità, mi suggerì di inviare qualcuno dei miei compagni. Disgraziatamente per loro, è quel che feci.

«Passarono molte ore e non vedendo tornare nessuno dei cinque esploratori, risolsi di andare a cercarli con un altro gruppo, ordinando agli altri di stare in guardia e di mettersi alla nostra ricerca dopo un certo tempo. Seguimmo un sentiero dove anche i nostri potevano essere passati, e nessuno di noi diede importanza a piccoli oggetti che ogni tanto si scorgevano, manufatti assai rozzi che potevano essere giocattoli, ma anche piccole armi – e se anche vi avessimo badato, non saremmo sfuggiti al destino che ci attendeva poco lontano. Arrivammo a un’ampia radura dove sorgevano molte capanne, ma curiosamente tutte di piccole dimensioni, nessun adulto avrebbe potuto entrarvi a meno di non camminare a quattro zampe; e anche le altre strutture del villaggio, come steli, utensili e oggetti di uso collettivo, erano tutte straordinariamente piccole, come se fossero destinate a dei bambini.

«E nient’altro che bambini trovammo in quel posto tremendo, bambini che ci guardavano con un misto di sorpresa e ostilità: alcuni piccolissimi, i più grandi avranno avuto forse dieci anni, maschi e femmine, tutti seminudi, sporchi, mostravano di vivere in uno stato primitivo che si manifestava fin troppo chiaramente nell’espressione selvaggia e nei gesti brutali che facevano, sia nei nostri confronti che fra loro. L’innaturalezza di quello spettacolo, accentuata dall’impressione che nemmeno i più grandi avessero una lingua, ma che si esprimessero a gesti e suoni gutturali, era il meno dell’orrore che si aprì davanti a noi. Solo in quel momento infatti, notammo alcuni gruppi di bambini chini su qualcosa che ricoprivano completamente, ma su cui si affaccendavano con fervore: erano i nostri cari compagni, o quel che ne restava dopo il crudele pasto.

«La nostra reazione scatenò il villaggio contro di noi: tutte quelle creature, che non posso più chiamare bambini, si lanciarono verso di noi urlando e brandendo piccole armi, o anche a mani nude, con una furia che non ho trovato nemmeno negli animali più feroci. Ne andava della nostra vita e dovemmo difenderci, ferendo e uccidendo quei piccoli mostri, che tuttavia, pur impauriti, non cessavano di tornare all’assalto, come se obbedissero a un ordine primordiale. Infine riuscimmo a fuggire e a raggiungere la nave, e gli altri inorridirono al nostro racconto: ma scoprii che uno di loro aveva sentito parlare dell’Isola dei Bambini Cannibali, pur non avendo mai dato fede a quella storia.

«Un odio viscerale contro gli adulti, responsabili del male subito, spingeva molti bambini a riunirsi in comunità come quella che avevamo visto, ad abbracciare costumi ferini e a cibarsi di qualsiasi adulto in cui si imbattano; per colmo di ferocia sottopongono allo stesso destino i membri del gruppo che superano una certa età. Può darsi, come qualcuno dice, che la tetra dea Nemesi, patrona dei torti, abbia ispirato quella estrema rivolta dell’infanzia contro i suoi cattivi tutori. E quanto più crudele è giusto che sia, se a provocarla sono state cause materiali ed esteriori, come il dominio, lo sfruttamento, il profitto, le funeste dinamiche oggettive nei cui tentacoli ci siamo spesso imbattuti, e che ormai guidano le scelte degli uomini e li rendono ciechi di fronte a qualsiasi altra valutazione.

«Ma che mondo si prepara da un meccanismo che prescinde da ogni elemento umano ed è tanto tenace da impedire mutamenti che non siano il suo stesso ribaltarsi e cambiare direzione? La violenza dei bambini contro gli adulti infatti non è altro che il riflesso dei rapporti sociali, il concentrato che ne svela l’essenza poiché ridotto alla mera funzione, priva di orpelli sovrastrutturali; ciò vuol dire che la logica distruttiva che anima la civiltà non muterà natura, ma cesserà quando non sarà rimasto più nulla da distruggere, nessuno da uccidere.

«Di nuovo in viaggio, piangemmo i cari compagni caduti; al dolore per la perdita si aggiunse l’impossibilità di dar loro sepoltura. Dopo qualche giorno incrociammo una piccola flotta, una decina di navi da trasporto che si avvicinarono minacciosamente, come se volessero attaccarci, pur non sembrando pirati. Quando compresero che eravamo sì guerrieri ma intenti al ritorno in patria, si rabbonirono e si spiegarono: erano non pirati ma trafficanti di armi, temevano che noi facessimo parte di un corpo militare e volessimo fermarli per un’ispezione. Saputo che cercavamo un approdo per rifornirci di acqua e cibo, ci consigliarono di seguirli alla loro destinazione. Era un porto piccolo ma ben attrezzato, dove si poteva trovare facilmente di tutto.

«“Non devi meravigliarti” mi spiegò il capo dei trafficanti “le armi sono la miglior calamita per denaro e merce d’ogni genere. Vedi le case e i magazzini? Sta sorgendo una cittadina che presto diventerà un punto importante di ritrovo e di scambi, forse i nostri figli la renderanno capitale di un nuovo Stato. È il corso della storia, re di Itaca, ormai diventato sinonimo di flusso monetario. Esso catalizza le energie e impone la direzione obbligata al loro attuarsi: intraprese che dipendano dal capitale e fruttino capitale, senza che il fattore umano disturbi troppo. Il suo ruolo è di adattarsi ai progetti del capitale, che non mancherà di provvedere agli inevitabili scompensi interiori con balocchi e svaghi rigidamente prefissati, in modo da legare le persone sempre più all’invalso, in un proficuo circolo vizioso. E quando la città sarà divenuta grande e potente verrà accolta nel novero delle consorelle al dominio, che certo non le chiederanno conto dell’origine della sua ricchezza”.

«Domandai al trafficante come si procurasse le armi e a chi le rivendeva. “Sei un uomo ansioso di comprendere, guerriero acheo, gli dèi non ti hanno donato solo la forza e il coraggio. Ti dirò dunque ciò che gli altri non vogliono udire. Le armi provengono dalle fabbriche dei Paesi pacefondai, gli stessi che siedono nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, simbolo della sicurezza che non perderanno il primato globale. Grazie al traffico di armi, coadiuvato dal controllo sul prezzo delle materie prime e dalla politica monetaria, si mantiene l’attuale gerarchia dell’obbedienza, che vede i Paesi soggetti allineati su una scala di utilità: a seconda di come la situazione internazionale evolve, i Paesi paciofili impongono il proprio utile al bene comune, con la scusa che questo sia un sinonimo di quello.

«Intanto produzione e commercio di armi costituisce non solo una delle voci principali del PIL mondiale, ma anche e soprattutto un fattore unificante del nuovo ordine mondiale, che non obbedisce più al confronto di logiche diverse bensì al principio di concorrenza: la posta in gioco è una sola, le regole sono condivise, i player – non a caso si chiamano così – corrono come atleti uno a fianco all’altro sulla stessa pista verso un unico traguardo, cioè il controllo dell’economia globale. Lo hanno battezzato post-storia e lo ricoprono di slogan per dargli un aspetto solenne e intimidire gli incerti, ma non hanno motivo di temere: i fatti dimostrano che nemmeno il canto delle sirene aveva tanta forza di seduzione.

«Il traffico di armi è ormai equiparato a qualsiasi altro commercio: vendiamo a moltissimi acquirenti perché il senso del vendere è quello di stabilizzare rapporti e aprirne di nuovi, come una rete che si rafforza espandendosi all’infinito. Ogni tanto la propaganda dei Paesi paciolatri si compiace di mostrare qualche dettaglio folkloristico della schiavitù mondiale – come vivono le vittime, cosa mangiano, cosa sognano, tutto filtrato in forma autoassolutoria –, frammenti irrelati di male che non suscitano alcun senso di colpa e aiutano i sudditi del benessere ad apprezzarlo anche quando sembra strutturalmente iniquo; anzi, aiutano a non vedere quello che noi due, abituati a guardare la realtà negli occhi, sappiamo bene: che il sistema del benessere è il rovescio necessario dell’iniquità globale, e che l’uno alimenta ed è alimentato dall’altra”. Il mercante di armi non mentiva, aveva solo confermato sospetti che nutrivo da tempo.

– Prima parte –

*Giuseppe Maria Iacovelli,  “I viaggi di Ulisse”, Racconti e favole. C’era una volta il mondo d’oggi, Napoli, Guida, 2021, pp. 479-506.

 

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jamila mascat
Jamila M.H. Mascat vive a Parigi e insegna presso il dipartimento di Cultural Studies dell'Università di Utrecht, in Olanda. Si occupa di filosofia politica e teoretica, marxismo contemporaneo, critica postcoloniale e teorie femministe. Nel 2011 ha pubblicato Hegel a Jena. La critica dell'astrazione. Ha co-curato Femministe a parole (2012); G.W.F. Hegel, Il bisogno di filosofia. 1801-1804 (2014); M. Tronti, Il demone della politica (2017); Hegel & Sons. Filosofie del riconoscimento (2019); The Object of Comedy. Philosophies and Performances (2020); A. Kuliscioff, The Monopoly of Man (2021).
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