L’Anno del Fuoco Segreto: L’Ombelico dell’Arno

La descrizione del progetto L’Anno del Fuoco Segretosi può leggere QUI.

di Andrea Zandomeneghi

Conoscevo crackomani che si preoccupavano (seriamente) per la mia salute perché mangiavo – cosa a loro dire sicuramente folle e probabilmente assai dannosa – quello che pescavo nell’Arno. Spesso erano anguille (ci facevo uno spezzatino al sugo di pomodoro), qualche volta carassi (ottimi per la zuppa) o altri ciprinidi imbastarditi che sfuggivano alle classificazioni ittiche canoniche ma che secondo me vantavano tra i propri antenati i pesci rossi, raramente – strano a dirsi per i profani – tartarughe d’acqua, ma non le nostrane, quelle stronze con le guanciotte dorate provenienti dalle vaschette dei bimbi e poi rilasciate. Tinche non l’ho mai prese, nonostante pescassi col lombrico, idem cavedani e barbi. In ordine ai siluri, premettendo che comunque non avrei avuto l’attrezzatura da combattimento adatta per pescarli, posso dire che prima di quel giorno non l’avevo mai nemmeno visti. C’era questa leggenda che se ne catturavi uno eri obbligato a non ributtarlo, perché infestante e mortifero, non ho mai saputo se fosse vera. Non mi ponevo il problema. Nell’Arno ci facevo anche il bagno, nudo, di notte, ma questa è un’altra storia.

Quel giorno, nel pomeriggio, m’incontrai con Vitellozzo Vitelli in Piazza dell’Isolotto per andare a pescare alle Cascine. Portava il suo solito cappello a cilindro (abbinato a una tuta acetata), puzzava di sudore stantio a cinque metri di distanza e aveva tre sorprese: una nuova canna da catfishing con mulinello rotante, dei palloncini colorati gonfiati e una gabbietta per pappagalli con tre piccioni vivi. Mentre attraversavamo la passerella pedonale, allungandomi un tre grammi di funghetti, iniziò a spiegarmi. In pratica mi disse – ma questo già lo sapevo – che sua madre, la moglie del Conte Vitelli, era irlandese e calvinista e che discendeva dalla stessa stirpe di William James, solo che la sua diramazione familiare non era emigrata negli Stati Uniti a causa di non so quali guai giudiziari – forse prigione per debiti o truffa o ambo, non era chiaro – sorti a seguito d’una fallimentare esperienza editoriale, nello specifico legata a dei – falsi lo si accusava, e la filologia avrebbe dato ragione all’accusa – inediti di Emanuel Swedenborg sulla demonologia acquatica. In sostanza, continuò Vitellozzo con la sua voce inconfondibilmente adulterata dalla sinusite da ketamina, la lontanissima parentela – facendo leva sulle suggestioni della consanguineità che solo i nobili (certi nobili, soprattutto se massoni) conoscono e che per gli altri son oscure e deliranti – l’aveva indotto a leggere Le varie forme dell’esperienza religiosa, ne era rimasto in qualche modo deluso e ne aveva parlato – e questo avrei dovuto saperlo, ma lei non me lo aveva detto e del resto io non vedevo né sentivo Vitellozzo da tipo cinque settimane – con Daniela, la mia ragazza, o meglio la mia compagna. Daniela – che era una hegeliana di ferro di quelle che a ventiquattro anni già sono cultrici della materia e ti fanno fare l’esame al posto del professore – gli aveva detto di essersi imbattuta in un testo – pubblicato sulla rivista Mind e reperibile nella biblioteca di Novoli – molto curioso di James l’anno prima, si trattava di un’appendice di On some Hegelisms dal titolo Subjective Effects of Nitrous Oxide nella quale c’erano due cose notevoli: in primo luogo un riferimento a un libercolo che consigliava – The anaesthetic revelation and the gist of philosophy – sulla mistica filosofica del gas esilarante e che aveva anche recensito anni prima, in secondo lungo l’affermazione che grazie al protossido d’azoto aveva capito Hegel e aveva visto che il mondo funziona sulla base delle categorie della metafisica dialettica hegeliana. Chiesi a Vitellozzo di arrivare al punto. Il punto è che questi palloncini son gonfiati col protossido d’azoto, mi disse. L’ho gonfiati io con un sifone per panna montata.

C’eravamo sistemati tra le rane che gracidavano infoiate poco dopo lo scivolo delle Cascine, su quella pedana asfaltata dove in estate le genti si mettono a giocare a carte. Il piano di Vitellozzo era degno della sua eccentricità sguaiata: aspirarsi il protossido d’azoto che voleva che provassi abbinato ai funghetti, rigonfiare i palloncini d’aria, fissarne uno a un piccione innescato vivo con tre grossi ami, lanciare il tutto in acqua, lasciare il malcapitato volatile a dibattersi sanguinante e semiagonizzante sulla superficie e attendere che un siluro abboccasse. Vicino a Ponte Vecchio li pescano così, mi disse. Saranno stati i funghetti e il gas, ma non ce la facevo a smettere di ridere per quest’assurdità. Non aprii nemmeno la mia canna, mi misi seduto a terra a gambe incrociate e iniziai a sfottere Vitellozzo che preparava la montatura e litigava goffamente col piccione seviziandolo. Dopo circa mezzora però ci fu la mangiata: piccione e palloncino scomparvero inabissandosi, la canna si piegò quasi a novanta gradi, partì la frizione e iniziò il combattimento. Vitellozzo se la prese comoda, da ottimo pescatore qual era fece sfiancare il pesce per una ventina di minuti abbondanti dandogli sì un po’ di filo (per non farlo strappare) ma mantenendolo sempre in tensione cosicché non avesse lo spazio di manovra per andarsi a rintanare nei limacciosi baratri cunicolari suoi sul fondale, poi iniziò pian piano a recuperare senza mai forzare. A cinque metri dalla riva ricomparve per un attimo il palloncino e sotto di lui l’ombra allungata del mostro fluviale. Ebbi un brivido solo intravedendolo: mi parve avesse la stazza d’un bimbo di quarta elementare. Quando poi s’avvicinò ancora presi il coppo e m’accinsi a guadinarlo. Lui bollò in superficie, la testa gli uscì fuori dall’acqua e prese aria. Mi guardò fisso negli occhi ed ebbi uno svarione, come una vertigine che mi faceva sprofondare in quello sguardo triste eppure fiero. E allora, quasi ipnotizzato, invece di sistemare il guadino sotto di lui in modo che Vitellozzo ce lo guidasse dentro, lo roteai in aria e ci colpii il filo a tutta forza. A Vitellozzo sfuggì la canna di mano, perse l’equilibrio e cadde in acqua. Il filo si tranciò e il siluro fu di nuovo libero, per quanto con un amo in gola.

A mezzanotte passata mentre rientravo a piedi a casa dallo Yag tremando per il freddo mi si rovesciò addosso un nubifragio all’altezza di Ponte alla Carraia. Vitellozzo, che era pagano, doveva aver invocato per vendetta contro di me Giovepluvio adunator di nembi, pensai e mi strappai un sorriso a mezza bocca, poi mi tornò in mente l’immagine dell’amico mio psiconauta obeso e fulvo che cercava di riguadagnare l’argine stringendo il cilindro in mano dopo essere finito nell’Arno e iniziai a sghignazzare. La risata fu stroncata da un primo colpo di tosse del tabagista incallito a cui seguirono molti altri che quasi si accavallavano soffocandomi finché non vomitai: ero gonfio d’alcol come non mai, del resto se non lo fossi stato non avrei mai messo piede allo Yag. Vitellozzo aveva preso davvero male la vicenda del siluro scappato e dell’indesiderato bagno, avevamo smesso di pescare e passato il pomeriggio a bere vino rosso e litigare ma di brutto al bancone del chiosco del lampredottaio in Piazza dell’Isolotto. Poi ero rincasato verso l’ora di cena barcollando. Daniela stava limando un articoletto seminarrativo suggestivo e piuttosto fantasioso (avevo letto le bozze il giorno prima e c’era un’incuria filologica veramente degna d’una filosofastra) sulla personalità atrabiliare dello Xanto e del Simoenta per una di queste rivistucole online sdoganate dai guru della scrittura creativa. Nel frattempo spippolava al computer su Annunci69 in cerca d’una tizia per fare una cosetta a tre: da qualche mese c’era stato tra di noi un infiacchimento del desiderio e così c’eravamo aperti a nuove variazioni. Quando si voltò verso di me con quella faccetta da faina psicotica con le treccine e s’accorse ch’ero ubriaco fradicio s’incazzò come non mai. Dimmi che è uno scherzo, mi disse, io ho trovato questa ragazzetta tanto graziosa che dopo cena passerebbe volentieri qui da noi e tu mandi tutto a puttane presentandoti in queste condizioni? Come minimo nemmeno ti viene duro… Ma poi ci possiamo presentare così? Sei un idiota.

Nemmeno le risposi, detti da mangiare ai pescioletti belli nell’acquario mio, salutai i Corydoras aeneus in frenesia alimentare, uscii di casa, imboccai Via Pisana (noi stavamo accanto alla Esselunga di fronte al Parco di Villa Strozzi) e m’incamminai verso il centro. Passai la serata sotto l’Arco di San Pierino da Eby’s a scolare Daiquiri all’ananas mentre nazzicavo con il telefono. Non mangiai nulla, ma in compenso scaricai Grindr: avevo sempre portato avanti un’eterosessualità lineare e piatta, ma da quando due settimane prima Daniela s’era comprata uno strap-on e avevamo iniziato a fare pegging mi s’erano risvegliate fantasie ambigue come se quel fallo-feticcio nero (che a ripensarci bene alla luce di tutto mi ricordava non poco un siluro) mi avesse aperto e avesse dato la stura alle foie nascoste seppellite in me dall’adolescenza quando comunque – come tutti del resto – m’ero limitato a una masturbazione reciproca in palestra con Stefano, il mio compagno di banco al liceo. Poi tutta fica senza nemmeno ripensarci o pormi il problema. Su Grindr mi misi a scorrere i profili altrui e scrissi ciao a tre quattro ragazzi. Uno con i boccoli biondi e il nasino all’insù mi rispose quasi subito e mi chiese d’incontrarci, era allo Yag. Io saldai il conto di Eby’s e c’andai col cuore che pompava a mille facendomi quasi fischiare le orecchie. Nel locale c’era una confusione pandemonica e riuscire a rintracciare il biondino (che non vedevo) si rivelò operazione al di sopra delle mie capacità, probabilmente anche perché ero ingoffito e rincretinito dall’imbarazzo. Gli riscrissi e non ottenni risposta. Dopo un po’ mi resi conto che sonavano la colonna sonora di Donnie Darko, ordinai un Long Island Iced Tea e mi sedetti da solo a un tavolo. La gente pareva stranamente normale, non così schiava dell’inchecchimento tirannico come pensavo. Nessuno mi calcolava finché una lesbica cicciona che ballava con le amiche non inciampò cadendomi addosso e rovesciandomi sulla maglietta la bevuta. Questa demente invece di scusarsi disse che le avevo fatto lo sgambetto e si mise a urlare. Una sua compare mi dette uno schiaffo e io la presi per i capelli senza pensarci due volte. L’ovvio risultato fu che i buttafuori mi dettero il benserivito senza sentire cazzi. A quel punto decisi di porre fine all’infausta giornata e m’incamminai d’orrendo umore verso casa.

Come dicevo, il diluvio mi colse in prossimità di Ponte alla Carraia. Inutile correre: mi sarei fradiciato ugualmente. Attraversato l’Arno imboccai Borgo San Frediano, all’altezza della Citè che a quell’ora era chiusa, sul marciapiede, se ne stava appoggiato al muro manco fosse un marchettaro un tipo vestito tutto di nero con gli anfibi che mi guardava zuppo dalla testa ai piedi. Lo fissai e vidi che aveva l’incarnato pallido, occhi scuri e lineamenti piuttosto attraenti dell’Europa del Est, danubiani pensai. Dopo poco che l’avevo superato mi trillò il telefono, era un messaggio su Grindr. Ciao sono Nepomuk, che fai a quest’ora sotto la pioggia? L’app diceva che il mittente mi stava a 10 metri. Mi voltai e lo slavetto continuava a guardarmi. Sì, sono io a scriverti. A quel punto ritornai sui miei passi e gli andai incontro salutandolo e porgendogli la mano, lui la strinse ma invece di rispondermi si mise a scrivere sul telefono. Altro messaggio: Sento quello che dici, ma non posso rispondere a voce, son muto. Stavo per dirgli che mi dispiaceva quando mi prese la testa, m’appiccicò al muro e m’infilò la lingua in bocca. Era il mio primo bacio a un ragazzo, inizialmente rimasi immobile, pietrificato, poi pian piano iniziai a succhiargli il labbro superiore. Ero frastornato e beato a pomiciare lì sotto la pioggia, non so quanto tempo passò così, poi iniziò a leccarmi il collo e scese fino a inginocchiarsi, m’aprì la patta, mi sfoderò il pisello, lo scappellò e se lo ficcò in gola (non tanto per dire: lo ingollò proprio da subito fino in fondo). Lo presi sotto le ascelle, gli sfilai il cazzo e lo ritirai su. Vieni, ti porto a casa mia, vuoi?

Mi scrisse che voleva, ma che prima dell’alba sarebbe dovuto andar via. Si mise addirittura una sveglia sul telefono alle 5 e 30 per essere sicuro. Gli spiegai che da me ci sarebbe stata Daniela, ma che non sarebbe stato un problema. Annuì, mi fece l’occhiolino e c’incamminammo verso Via Pisana in silenzio sotto quel nubifragio mano nella mano. Ogni cento metri ci fermavamo per pomiciare. Molto raramente m’è capitato di sperimentare un’euforia così strabordante: sentivo le ali ai piedi e saltellavo dall’eccitazione. A casa trovammo Daniela intenta in un sessantanove con la tipa tanto graziosa disposta a passare da noi dopo cena che aveva rimorchiato sul sito nel pomeriggio. Quando ci videro non furono per nulla turbate, si staccarono e sedettero nude sulle poltrone vicino al camino acceso invitandoci a liberarci dai panni fradici e a riscaldarci. Nepomuk non se lo fece ripetere due volte e io gli andai dietro. Aveva un bel fisichetto longilineo del tutto glabro, anche sotto le ascelle e sul pube. Non portava slip e quando tolse i pantaloni sfoderò una mazza circoncisa che rivaleggiava per dimensioni con lo strap-on di Daniela. Lei lo guardava ipnotizzata, si alzò dalla poltrona e glielo prese in mano con la destra più accarezzandolo che smanettandolo, con la sinistra si mise a massaggiargli i coglioni, delicatamente. La ragazza tanto graziosa mi si avvicinò, con l’indice mi percorse il petto soffermandosi sui capezzoli inturgiditi dal freddo, si diresse poi verso il basso fino all’ombelico. Subito dopo si chinò sul tavolinetto da fumo tra le poltrone e dal portafoglio estrasse un cartoncino flessibile che divise in quattro francobolli dandocene uno ciascuno. Il lupo giacerà con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncino pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà, recitò con fare ieratico invitando tutti alla comunione con LSD.

Trasferiti sul letto vi fate due raglie di katamina (prontamente tirata fuori dal comodino di Daniela e stesa su un vecchio cd dei Velvet Undergroud) ciascuno, una per narice. La ragazza graziosa mentre si masturba ti succhia il cazzo dando colpetti decisi sul frenulo con la lingua, Daniela ti cavalca la faccia tenendoti le mani bloccate contro il materasso allungate sopra la testa, mentre la penetri con la lingua si dimena strusciandoti il clitoride sul naso, sulle labbra, sulle guance. Senti un sapore salato e un odore di pesce lacustre e Saugella. Quando Nepomuk ti fa tirare le gambe indietro e ti incula lento ma deciso, sbuffi e senti un bruciore doloroso, un senso di lacerazione, è tutto dentro e ti senti pieno e aperto, indifeso e in balia del suo glande che ti fruga le pareti del retto. Serri la mascella e volgi un attimo lo sguardo verso l’acquario sul comò: i tuoi amici Hypostomus plecostomus stanno immobili con la ventosa appiccicata al vetro e si godono lo spettacolo. Poi inizia a stantuffarti, ansimando leggermente, vorresti gridare da principio, perché fa male, ma quel male acuendosi e diventando da rosso che era ciclamino e poi verde e poi vinaccia vira sempre più verso un godimento uncinato che sbocciandoti nelle viscere assume la forma di un fiume di lava rovente che ti scorre dentro, le ondate di piacere risalgono vibranti lungo il tronco per poi convergere verso il cazzo ben lavorato. Sei così felice che ti commuovi, perché sai che questa vetta realizzante finirà e che poi riprenderà tutto il resto. Non rimarrà che un ricordo. Ma vivitela questa benedetta scopata, ti dici, e trancia via le formazioni mentali. Ormai però piangi e hai la sensazione che le tue lacrime blu stiano bagnando il materasso, che dal materasso sgocciolino sul pavimento, che dal pavimento scolino sulla strada passando dal terrazzino, che sulla strada formino una pozza da cui si diparte un ruscello che va a confluire nell’Arno attraversando stradoni e vie, marciapiedi e larghi, piazze e incroci. Dove il rio di lacrime blu – di un blu sempre più elettrico e pulsante – entra nel fiume si crea un mulinello caleidoscopico che diventa un gorgo – l’ombelico dell’Arno! – al centro del quale sta un demone siluro che t’è amico dacché eri un bambino, anche se lo avevi scordato, ma ora ricordi tutto, e questo demone siluro ha gli occhi scuri di Nepomuk e anche il suo fallo totemico attorno al quale nuotano danzanti e gioiscono cantando in coro l’anguilla e la carpa e la scardola e il carassio e la tinca e il luccio e il persico trota e le rane. Non conosco nemmeno il tuo nome, pensi. Il nome è ciò che ci separa, ti risponde il demone da dentro il tuo cervello galvanizzato. Poi vieni in bocca alla graziosetta mordendo il clitoride di Daniela che ti squirta in faccia e contraendo la muscolatura anale attorno al randello di Nepumuk che dà gli ultimi colpi più forti e ti schizza in corpo l’orgasmo. Vi staccate, stiracchiate e sdraiate esausti sul letto, accarezzandovi e abbracciandovi beati.

Mi svegliò il sole che entrava dalla finestra, saranno state almeno le nove. Fuori il traffico mattutino delle genti operose guardiane del decoro del tempo. L’acquario era cheto, gli Hypostomus plecostomus non si vedevano, riposavano forse sul fondale, tra i Micranthemum umbrosum e i Ceratophyllum demersum; un Corydoras aeneus s’affacciò pascolando placido. Sul letto, nel groviglio di braccia e gambe mie, di Daniela e della graziosa non c’era più Nepomuk, al suo posto un siluro morto con un amo in bocca, aveva la stazza d’un bimbo di quarta elementare.

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Immagine di Francesco D’Isa.

Andrea Zandomeneghi sopravvive a Capalbio. Ha pubblicatoIl giorno della nutria (Tunué, 2019) e ha condiretto CrapulaClub.

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Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/
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