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Essere madre e figlia insieme. Su “Petite maman” di Céline Sciamma

di Ornella Tajani

Ho fantasticato varie volte di conoscere mia madre da bambina, di poterla incontrare al di fuori dello schema madre-figlia, in una cornice di parità; non mi sono mai molto interrogata sull’origine di questo desiderio, lo consideravo più che altro una curiosità scaturita dalla narrazione che lei fa tutt’oggi della ragazzina taciturna e schiva che è stata, mostrandomi un ritratto molto distante dalla persona che vedo, cioè una donna solare, socievole, a cui piace chiacchierare. Questo contrasto deve avermi fatto immaginare con particolare vividezza la casa in cui è cresciuta insieme a cinque sorelle e due fratelli, una casa in cui sono stata in diverse occasioni – non abbastanza, però, da sentirla davvero familiare, tant’è che quelle mura hanno continuato a possedere un potenziale fantastico sempre attivo: anche perché, a ogni visita, mia madre mi raccontava che la camera da letto era stata altro, che il salotto un tempo era diverso, innestando nella mia mente una sorta di gioco di scatole cinesi che moltiplicava i piani narrativi, un po’ come succede nel graphic novel Here di Richard McGuire (di cui ho scritto qui).
La immaginavo in quelle stanze, solitaria nonostante la numerosa tribù, chiedendomi cosa le passasse per la testa, quali desideri, paure, pensieri la attraversassero; come si figurasse da adulta.
Così, quando diversi mesi fa ho saputo del film Petite maman di Céline Sciamma (2021), ho pensato che volevo assolutamente vederlo, cosa che sono riuscita a fare soltanto ieri. La giovane protagonista di 8 anni, Nelly, torna insieme ai genitori nella casa della nonna materna, all’indomani della sua morte: bisogna svuotarla, raccogliere ciò che si vuol tenere con sé e buttar via il resto, seguire quella particolare liturgia che consiste nello spogliare i luoghi quando, per qualche motivo, occorre lasciarli. In una delle prime scene in cui si suddividono e inscatolano oggetti, Nelly ritrova i quaderni della madre bambina e la canzona perché non aveva una buona ortografia; il reperto-quaderno, che per età è più familiare alla figlia che alla madre, la spinge subito a relazionarsi con la figura genitoriale su un piano di parità, o addirittura ribaltando i ruoli: tant’è che, forse per timore di averle dato un dispiacere con il suo commento, aggiunge premurosa «però disegnavi bene».
L’elaborazione del lutto è molto dura per la madre, che sparisce di colpo, lasciando la figlia sola con il padre: al risveglio Nelly viene a sapere che se n’è andata senza salutare, rinvigorendo specularmente quello che è già un tormento della bambina, la quale rimpiange di non aver potuto salutare la nonna prima che morisse. Questa cornice accende la miccia del racconto fantastico: attraversando il bosco in cui va a giocare, Nelly scopre una casa parallela, dove vive la propria madre a 8 anni, e vede la nonna appena morta in veste di genitrice: Nelly e Marion – poiché da pari la madre è chiamata per nome – hanno modo di conoscersi, giocare insieme, fare le crêpes, montare una capanna di legno e attraversare un lago in barca, rievocando il classico richiamo all’acqua come simbolo del materno, ma suggerendo anche che questo elemento è legato a una fase di trasformazione, come giustamente rileva Ilaria Feole nel bel saggio dedicato al film (in Architetture del desiderio. Il cinema di Céline Sciamma, a cura di Federica Fabbiani e Chiara Zanini, già anticipato qui).
È forte in Nelly il desiderio di capire davvero chi sono i propri genitori, e chi fossero da piccoli: al padre chiede di raccontarle «les vrais trucs», le cose serie/importanti, ad esempio le sue paure di bambino; così come, a Marion che le dice che da grande vuol fare l’attrice – mentre entrambe recitano delle scenette inventate da loro, un po’ come le protagoniste di Piccole donne –, risponde con fiducia che potrebbe farlo, sottintendendo che ha del talento, e tutta la vita davanti. Si tratta a mio avviso di uno dei momenti più intensi del film: la protagonista viene, in maniera inedita, messa a parte del sogno della madre bambina, forse già sapendo che quel sogno non si realizzerà, magari proprio perché ostacolato dalla maternità. Tutto ciò resta nel non detto, ma lo sguardo di Nelly nel dire alla madre «Tu pourrais» (“Potresti”), incoraggiandola a credere nell’avvenire, racchiude forse il senso dell’opera: perché, se da un lato il gioco di ruoli madre/figlia sembra declinarsi all’interno di uno schema ordinato, dall’altro prevede dei rovesciamenti continui. Nelly e Marion – interpretate da due attrici gemelle, Joséphine e Gabrielle Sanz – incarnano forse non tanto una parità (eventualmente più di stampo sororale), ma una dualità al contempo impossibile e reale: sono madre e figlia insieme, madre e figlia l’una dell’altra, in qualche maniera (si pensi alla scena in cui interpretano i due genitori di uno stesso bambolotto).
E qui mi riallaccio a un’associazione giustamente richiamata da Feole:

L’idea della ri-nascita accende un legame anche con l’opera di un’autrice molto importante per Sciamma, Annie Ernaux, che nel suo romanzo Una donna affronta il lutto per la scomparsa della madre, da tempo malata di Alzheimer e ricoverata proprio in un istituto di Cergy-Pontoise, narrando per iscritto la sua vita. Scrivere della madre diventa un modo, dice Ernaux, per «a mia volta, metterla al mondo».

Mettere al mondo la propria madre attraverso la scrittura, attraverso una forma di appropriazione, quasi di fagocitazione produttiva: descrivendola come la madre che è stata e al contempo generandola nella narrazione. È ciò che accade anche in Petite maman: le due protagoniste sono madre e figlia insieme, in modo reciproco e sincrono, e Sciamma sceglie genialmente di farle interpretare da due gemelle, in modo che la sovrapposizione/confusione sia anche visivamente completa – inseguendo una circolarità impossibile sul piano di realtà, eppure fondamentale e pregna di significati su quello simbolico.

 

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1 commento

  1. Grazie, Ornella, è un film che volevo vedere potuto in questi giorni. Perciò ora che ho visto il titolo, lo guardo e poi torno sul tuo testo!

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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