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Il volto che dorme

di Emanuela Cocco

«Torna a casa che è la sera del mistero.»

«Sì.»

 

Torna a casa che è buio. Il pomeriggio l’ha passato a fare avanti e indietro sulla Tuscolana, da Tiger, qualcosa di dolce poi il salato, ma soprattutto lo zucchero filato, quello inscatolato, un giretto da OD, a prendere un bouquet di chupini colorati, quelli glassati, o un blitz da Disfunzioni, a cercare occasioni, tra i dvd dell’orrore, Dovevi essere morta o anche L’ ascensore. Le scale le scale, per l’amor di dio usate le scale!  e L’ora del mistero, il cofanetto della prima stagione, che affarone, con l’episodio di mezzo, una storia tremenda, che ancora adesso, quando ci ripensa, ma non lo fa spesso, perché gli fa troppa paura. È stato un pomeriggio come si deve anche se lì dentro al cesto dei titoli a metà prezzo dei film che gli piacciono, i film belli e paurosi, non se ne vedono tanti, non c’è mai nulla là in mezzo, di quello che sta cercando, solo copie e copie di La guardia del corpo, povera donna com’era bella, o Seduzione Mortale, con la bionda fatale, ma lui ha continuato a rovistare finché non si è fatto buio, e ora si affretta perché è la sera del mistero.

 

«In tv c’è Giallo e nero

 

Quel tipo di buio pesto in cui ha pensato possibile che accadesse, che accadesse anche a lui, oh sì, di entrare anche lui, di colpo, nel mistero.

 

«Proprio vero.»

 

Ci vorrebbe poco, pensa, davvero poco, per finire anche lui nel mistero, e un po’ gli viene freddo e quasi trema, mentre si infila nel vialetto male illuminato, rasente i palazzoni giallo senape del Vilpurno Torcia con le piante ornamentali sporcate dalla polvere, le vasche di siepi annegate dalle cartacce e una lattina sventrata, in bilico sul cordolo del marciapiede, dove poggia appena la base di una scarpa per poi spingersi oltre, tagliando corto per un giardinetto condominiale, siderale, da finirci male.

Pensa, attraversando il vialetto buio, che ci vorrebbe così poco, in fondo, per finire anche lui nel mistero, venire afferrato, anche lui, da un paio di mani sbucate dal buio tra gli oleandri sfiancati, dita che lo artigliano e lo trascinano via, dietro una siepe sfatta, lì dove qualcuno in attesa, qualcuno di cui neanche vedrà mai la faccia, sussurra: ti faccio questo e quello.

 

«Questo e quello?»

«Così mi va, ah ah ah ah ah ah.»

 

Qualcuno, lì, in attesa, che lo trasforma in una storia da prima serata del mercoledì, con Lola Treves che si affaccia dallo schermo e chiede l’aiuto degli spettatori per risolvere il mistero.

 

CHI HA UCCISO E TORTURATO SAMUEL GALLA?

 

«Ci vuole così poco, Samuel, a finire morti ammazzati.»

 

Eh sì, eh sì, fa su e giù con la testa, parlottando con la sua voce in seconda, la voce che ha nel sangue, fino alla punta delle dita, la sua voce sopra e sotto, la voce capovolta, che gli abita dentro e non si affaccia mai fuori, ma si fa sentire.

 

«Oh, sì.»

 

La sua voce in seconda, che lo dirige. Ci vuole così poco, dice, a finire anche te nel mistero, Samuel.

 

«Il cranio sfondato, la foto ingrandita sul giornale.»

«Mica male.»

 

Sarebbe bello. Finire faccia in terra, soffocato, su uno schermo.

 

«Omicidio brutale, strani giorni in ospedale.»

 

Tra la vita e la morte, un uomo ucciso a calci, la vita in stralci, sullo schermo in primo piano.

 

«Dammi una mano, dammi una mano, ti prego, dammi una mano.»

 

Tornando a casa lungo il viale, la voglia forte di morire male, saltare il varco nero e stare, al centro dell’enigma madornale, dentro il mistero.

 

«Lì, con le donne catturate dalla sorte, le belle morte.»

 

Samuel si affretta. Vuole solo entrare in camera e accendere il televisore. Oggi è la serata del mistero. Sarebbe bello finirci dentro, essere anche lui il mistero, stare lì dentro con loro, non solo a guardare, ma lì dentro, al riparo dentro le foto rischiarate delle vittime, mentre fuori, corpi anonimi, vite addormentate, guardano il suo volto ingigantito sullo schermo, il volto trapassato, abbagliato nel decesso, mentre la voce di Lola Treves li incalza: chiedo solo un aiuto, la mia speranza, se qualcuno era lì!

Ma nessuno risponde perché lì, nel mistero, ci sei soltanto tu.

 

A questo pensa, tanto che a volte, tornando a casa che è buio, gli pare quasi di essere già passato dall’altra parte, di aver sceso il gradino della scala mano nella mano con le belle addormentate, sprofondato nella terra, in pace, nella stretta gelida, indifferente, delle loro braccia, abbandonato, dimentico di ogni limite. Oltre la timidezza e lo sgomento, per sempre nel freddo dissepolto, privo di vergogna.

Non è ancora arrivato il suo momento, perché ci pensa ci pensa sempre, ci pensa troppo e non è così che succede, è stabilito, non è così che funziona. Ma si ferma comunque, nel buio, tra i palazzoni sgangherati, in attesa della mano stralunata che lo consegnerà al mistero, la mano sconosciuta che lo condurrà al loro cospetto.

 

«Le belle del mistero, le morte imbellettate, che perdurano lontano. Le foto nel cassetto, ritagli di giornale, lì dentro il mistero, un sogno nero nero.»

 

E dopo poco che è iniziata la puntata, chiuso nel suo gioco di posture immaginarie, Samuel le invita a ballare. Quella stritolata, la faccia mangiata a morsi da un cane dilettante, o era l’amante che lei ha abbandonato, la donna che lo incanta, la donna traforata, uscita fredda dall’ospedale, la donna che non l’ha rifiutato, amante indimenticato, la donna feretro avviluppato, il volto nascosto che desidera nel buio, da vero innamorato del corpo inanimato.

 

Tornando a casa, Samuel intitola la sua morte.

 

«Notizia dell’ultima ora: respira ancora.»

Poi è deceduto. La posa statica del morto. Ricordo fotosensibile, traccia di bellezza postuma, che commuove. Una lacrima per l’estinto. Lunghezze d’onda del desiderio trapassato, un’impronta di passione nel capello dinamico ritratto in una giornata ventosa. Da lontano, da lontano, nell’illusione monocromatica, anche lui potrebbe essere amato. Samuel si agita, nel sogno nero e insoddisfatto.

 

«Qualcuno, in attesa di te, chino sul tuo sudario fotografico, goffamente si avvicina, con il pensiero ti accarezza il volto: amici?»

 

Intanto, è nell’androne del palazzo, di cosa ridi, pazzo, ragazzone sgraziato, entra in casa, smettila, prima che arrivi qualcuno. Su di te, Samuel, una puntata intera, e ride, in prima serata.

 

SAMUEL GALLA. CHI LO HA UCCISO? CHI HA UCCISO E TORTURATO SAMUEL GALLA?

 

Qualcuno che ti afferra e ti trasforma in una storia, mistero monografico e condiviso.

Roma. Viveva con la madre e la sorella. Torturato e ucciso. Samuel Galla, trentasei anni, strangolato, Galla, Samuel Galla, con la madre e la sorella. Preso a calci. Fatto a pezzi sotto casa, l’odore ha destato i sospetti in un appartamento al sesto piano di uno dei palazzi. La vittima: Samuel Galla.

 

Sghignazza a perdifiato. Una intera puntata dedicata. Peccato non poterla vedere.

 

«E perché mai?»

«Ma perché sono io, la puntata.»

 

Risata inesauribile nel buio.

 

Non pensarci, questo è il segreto, ma ormai è a casa, ed è già buio, è buio ma non è successo.

 

«Ci hai pensato troppo, Samuel, ci hai pensato tutto il giorno, anche quando hai addentato lo zucchero filato, ci hai pensato tanto che è sicuro che non potrà accadere.»

 

Non funziona così, non si entra così nel mistero, dice bene Lola di Giallo e nero, dal televisore. Era un giorno come tanti, dice sempre, il mistero è inaspettato, nessuno lo aveva previsto, dice.

E Samuel ora è dentro la foto blu elettrico sgranata sullo schermo, dove una sagoma allungata e indistinguibile lo raggiunge, l’artiglio espressionista di un crimine avviluppato dalle ombre, strisciante tra edifici ricurvi, ma al centro della scena c’è la giacca di Lola che lo riporta indietro, la macchia di colore della sua camicetta ben stirata che lo getta di nuovo nella sua stanza, i suoi capelli arricciati sulle punte che lo tengono a distanza.

 

«Arriva il mistero, Samuel, e non sei tu.»

 

Le labbra geranio di Lola presentano le vittime.

 

«Non sei tu, non sei tu, ma il mistero è in attesa di te.»

 

Viene investito da riprese di usci socchiusi e treni in partenza.

 

«In attesa di te.»

 

Deambulazioni anonime su ponti sonori casuali, totali di paesaggi in campo lungo, ecco dov’è stasera il mistero. Qualcuno viene annunciato, e non sei tu, entra nello studio, ancora note a caso, e non sei tu, è solo qualcuno che si è perduto, è solo qualcuno tirato a caso nel mistero. Lola annuncia: vediamo insieme. Arrivano i volti, di chi è stato preso, e non sei tu. Vediamo, ripete Lola, e tutto inizia. Il mistero di stasera, che non sei tu, ma che è lì, in attesa, in attesa di te. Le vedi sullo schermo, le vedi lì nello schermo, in attesa di te.

 

Un giro di frasi accompagna le belle morte, la strangolata, la stuprata, la morta senza corpo, la boccheggiante.

 

«Tutte insieme nel mistero della morte, le belle così assorte.»

 

E ogni frase lo spoglia.

 

Lola parla e il mistero calca la scena, e ognuna delle sue frasi lo spoglia, ogni sua frase lo tocca.

 

E il suo letto è una teca oscurata.

 

Frasi che la sua voce commenta, segreta. La voce che conserva, la voce pronta a violare, la voce che muove l’inanimato, e lo trafigge.

 

Allora Samuel porta il dorso di una mano alla bocca e socchiude gli occhi. Perché il mistero anche stavolta non è lui, eppure lo avverte, in attesa, e il desiderio di morire e di raggiungerle riempie la sua bocca finta ricavata dal palmo di una mano.  Quando ci passa la lingua dentro, il desidero di essere anche lui nel mistero, si fa insostenibile. Quello che vuole è essere chiuso lì con loro, come dentro a una bocca sigillata dalla quale risorgere.

 

«Una bocca, l’hai mai vista, Samuel, tu l’hai mai avuta davvero, una bocca che non fosse la tua?»

Lola Treves è nello schermo, davanti alle immagini che ballano intorno sfocate, fantasmatiche. Una manciata di note caso sotto le inquadrature traballanti.

 

Samuel non si è fatto mistero ma il mistero è lì, in attesa. Ora ve lo facciamo vedere, dice Lola, noi adesso vi facciamo vedere, andiamo a vedere. Le immagini lo imprigionano. Ogni sua frase lo spoglia e lo precipita, e ogni sua frase fa sorgere in lui il corpo inanimato che non può opporgli un rifiuto, dove l’amore non si ferma e i baci vanno a segno sulle labbra della preda, anche se il suo volto dorme.

 

 

 

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