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Questo stratificarsi di gesti e tempi. Cinque fotogrammi di madri e figlie

ph. Tealia Ellis Ritter – “Madre e figlia”, 2013

 

di Chiara De Caprio

Oh mother, I’m scared to close my eyes
(Winter fields, But for Lashes)

  1. 1982, un parco

[track 1. Number three di Ben Harper]

Nella foto in bianco e nero c’è una bambina. Ha i capelli corti e ricci; indossa un vestito a maniche corte che le stringe la vita; ai piedi porta un paio di sandali di stoffa di colore scuro, forse blu. Sembra avere quattro o cinque anni. A poca distanza da lei, lungo un sentiero ricoperto di ghiaia e ciuffi d’erba, sua madre la osserva: la mano sinistra a sostenere il fianco, quella destra poggiata su un carrozzino. Calza un paio di sandali scuri, dalle linee essenziali. Sembrano scomodi su quella ghiaia; eppure la sua figura è ben piantata: come se l’arco del fianco a sinistra le desse una spinta che il carrozzino arresta. I suoi occhi sono semi-socchiusi, le labbra aperte e distese. L’espressione del volto è in parte enigmatica: una stratificazione di emozioni e volontà, si potrebbe ipotizzare; sembra voler procedere nella camminata, ma sa di dover attendere che la bambina si rimetta in movimento: e attende, in una condizione già aperta al prossimo passo da fare.

Ma, in effetti, è chi sta scattando la foto a generare questa dinamica tra spostamento e immobilità, tra attesa e azione: un terzo elemento invisibile e celato allo sguardo dell’osservatore, ma presente e generatore di relazioni spaziali. È lui che la bambina fissa; ed è forse destinata a lui quella linea d’impazienza, sottile e trattenuta, che percorre il volto e il corpo della madre. Così, si potrebbe dire, la foto mostra meno di quel che accade, ma pure permette di ricostruire qualcosa: di tracciare le linee del triangolo che fanno protendere lo sguardo della madre verso quello della figlia e ancorano lo sguardo della figlia a quello del padre.

La foto, allora, dovrebbe consentirmi di capire che cosa trattiene la mia attenzione e fa scorrere un’emozione impercettibile e lontana, a cui non so, in prima istanza, assegnare un nome. Che cosa mi suggerisce ciò che vedo e quanto inferisco? Perché questa foto fa accadere qualcosa fra il diaframma e lo stomaco? Qualcosa che sembra solo far cambiare la vibrazione del respiro e la tensione dei muscoli. Potrei ignorare queste sensazioni, ricondurle alla spossatezza che il virus porta. Ripongo la foto fra le altre, in bianco e nero e stropicciate nei bordi. Mi alzo e mi allontano dalla scrivania.

Fuori, sul terrazzo inondato di luce, il riverbero mi costringe a socchiudere gli occhi; sento le labbra distendersi in un movimento che è forse un pensiero. Lentamente, ormai vicina al bordo della ringhiera che mi separa dallo spazio lungo della strada che si apre sotto di me, piego il braccio destro a sostenere il fianco. La domanda sale a galla, fra il rumore delle auto e il colpo di vento che scompiglia i vestiti stesi ad asciugare: che cosa so della grammatica dei miei movimenti? del modo in cui entro nello spazio e mi ci muovo dentro? Quali – e quanti – gesti, che erano suoi, ha silenziosamente memorizzato il mio corpo? Dove – e quando – ne ho appresi altri?

 

  1. 2012, un ospedale

[track 2. Hands di Emily Jane White]

Una macchina avanza nell’oscurità lungo una tangenziale. So di averla percorsa, in una direzione o nell’altra, per più di un quindicennio. Ma ora mi sembra di non riconoscerne le uscite; le luci dei fari mi abbagliano, le buche – ma forse sono solo minimi dislivelli dell’asfalto o lievi spostamenti dell’automobile – amplificano ogni sensazione. “Respira”. Non sono io che lo dico, ma tento di ubbidire a una voce che parla per me: che forse sa dove mi trovo e che direzione prendere.

Se provo oggi a richiamare i ricordi di quella notte, mi accorgo che la memoria conserva molti fotogrammi tra loro dissaldati: avvolti da uno strato di ghiaccio che ne silenzia il rumore. Degli estranei intorno a me non riesco a ricordare le parole, ma solo gesti e movimenti: sensazioni fissatesi sulla pelle e la retina. La memoria in parte è ancora oggi in apnea; torna a divaricarsi fra i segnali di allarme e la speranza. E così sembra inizialmente trovare solo schegge su cui si sono appiccicate la paura e l’incertezza: gli schermi luminosi dei cellulari su cui le tirocinanti chattano, il verde dei camici che entrano ed escono, il blu del passo distratto e ciondolante di donne in camice azzurro, le luci troppo forti che qualcuno avvicina al mio volto, il buio della stanza in cui mi dicono di aspettare, le mani che qualcuno impiega per accelerare e chiudere la partita. Perché se non lo sai fare tu, spingiamo noi.

Capisco ora che questa memoria impressionata, iconica e visiva, disarticola e spezza quel tempo per separare la gioia dal senso di disorientamento: dalla paura. E le parole che non ricordo sono quelle che si inabissano quando l’allarme interno sale e si affievolisce o spegne la possibilità di ascoltare. Ritorno, allora, in quella macchina, al carico di trepidazione e futuro che portava con sé, mentre procedeva verso l’ospedale. “Respira”. Non sono io che lo dico, ma colgo il suono della voce di chi mi sta parlando: siede davanti a me, sul sedile anteriore alla mia destra. “Respira”, ripete mia madre.

Forse io non riuscivo ad ascoltare le sue parole, ma un gesto mi ha attraversato: la sua mano che afferra la mia, modulando l’intensità della presa in modo da accompagnare e sorreggere il mio sforzo, la mia forza. Attendere non vuol dire affondare: si attende con un respiro che scende più giù, con un movimento che trattiene e lascia andare, che si fa attraversare da ciò che non conosce e di cui ha timore; ma che, fra la paura e la speranza, sceglie la seconda.

 

  1. 1992, una palestra

[track 3. Swimming di Florence + The Machine]

Gli allenamenti iniziavano alle sette e duravano due ore: quando tornavo a casa, mia madre mi salutava e andava a letto. Si iniziava con il giro di corsa, le sacche dei palloni chiuse; si finiva raccogliendo i Mikasa bianchi finiti fra gli spalti, mentre la voce dell’allenatore urlava di muoversi e fare gli addominali. Gli allenatori cambiavano negli anni; il primo, G., era il professore di educazione fisica della scuola media che frequentavo. Occhiali e un paio di baffi, il fisico alto e robusto da ex giocatore di pallavolo. In giro, fra i corridoi e i bagni, le ragazzine commentavano che era divorziato, e questo sembrava aggiungere alla sua persona qualcosa di indefinito e complesso. Durante le partite si spostava nel punto più laterale della panchina e congiungeva le mani a coprire naso e bocca. Se chiamava tempo, parlava con voce scandita; sembrava lasciare uno spazio fra una parola e l’altra: le sillabe si imprimevano sui muscoli che provavamo a distendere con uno stretching frettoloso e sciatto. Facevamo girare le borracce, aggiustavamo le ginocchiere e le maglie troppo lunghe, mentre le sue frasi ridisegnavano i nostri spostamenti nel perimetro del campo: “M., salti un attimo dopo. Devi farlo un attimo prima, non dopo”; “N., cambia più spesso schema. Sei tu che alzi, sei tu che decidi”; “C., il tuo spazio lo devi coprire tutto: palle lunghe arretri, palle corte avanzi. Guarda la traiettoria del pallone, la mano di chi schiaccia. Lo vedi dove il pallone cadrà. Serve velocità”. E dopo una pausa aggiungeva: “Serve lo sguardo”.

Coprire lo spazio, prevedere la direzione, far esplodere l’energia di polpacci e femori. È così che ho imparato a rilasciare una forza compressa e trattenuta, ad abituarmi a spenderla anche in modo rapido e immediato? L’avversaria si sposta, disegna nell’aria l’intenzione di un movimento; io la osservo, mi sposto e piombo nel punto dove penso il pallone cadrà: lascio che i muscoli si distendano e brucino energia e adrenalina in unico gesto compatto, ma pure fatto di una sequenza di aggiustamenti ravvicinati e progressivi.

Eppure – ora ripenso – a volte, durante gli allenamenti, G. mi richiamava, sfumando la serietà in un sorriso appena accennato sotto i folti baffi neri: “Ma dove sei stasera? Hai la testa fra le nuvole, i movimenti sono lenti. Che dici torni sulla terra con noi?”. Provo a scomporre quest’altra gestualità di una ragazzina di dodici o tredici anni, esile nelle tute larghe e senza forma, silenziosa negli spogliatoi. Una gestualità lenta, forse perplessa, o semplicemente meditativa: adatta per muoversi in uno luogo separato, scollegato dai rumori e dalle insidie di fuori. Così la ragazzina vagabonda in un suo spazio-tempo mentre le compagne nelle docce – i seni imponenti, le gambe lunghe, e il nero del pube – già ridono, prima sotto il getto tiepido dell’acqua e poi nel freddo dello spogliatoio: si passano bagnoschiuma e assorbenti, si asciugano a vicenda, dando voti ai giocatori della squadra maschile e ai loro motorini, commentando l’andamento del campionato e quello del petting. Frettolosamente si rivestono: reggiseni, maglie e jeans stretti, un po’ di rossetto: sparite le tute, vanno incontro alla vibrazione del motorino che le aspetta.

Sembra – verrebbe da pensare – che la ragazzina voglia rendersi invisibile. Le aree dell’invisibilità hanno, però, una semantica doppia: negli spogliatoi, nei bagni della scuola, nelle piazzette grigie davanti al bar o sulle panchine arrugginite dei parchetti, si nasconde e non sa se gli altri dovrebbero dimenticarla o piuttosto stanarla. Oppure, si nasconde a sé stessa: e non sa, invece, se ciò che potrebbe scoprire le susciterà paura o solo meraviglia. Forse si nasconde semplicemente perché non sa qual è la strada per trovarsi. E stare ferma, corteggiare la propria invisibilità, mimetizzata con il grigio della tuta, è un modo per prender tempo: far rallentare il ritmo del cuore, lasciare che le mestruazioni passino, che venga una settimana dopo l’altra, e un’altra dopo l’altra ancora. Prende tempo: e fluttua in una bolla la cui sottile parete luminescente basta però a diminuire l’intensità della luce, sfocare la nettezza delle immagini, attutire le voci di fuori e, forse, anche quelle di dentro.

In che modo -mi domando – riusciva a tenere insieme gesti così diversi per ritmo e intensità? Ci sono lo sguardo assorto e le parole che sembrano uscire di sbieco, installate fra lo scontento e il timore: come un pezzo di camicia, già lacerato e sfilacciato nei bordi, che uno strappo ha tirato fuori da un pesante cappotto; ma c’è anche la rapidità di chi scruta la traiettoria del pallone, si riposiziona, prende lo slancio e salta, provando a portarsi oltre la rete e il muro delle mani avversarie. Forse, questi spazi e i loro gesti erano complementari e meno divaricati di quanto a lei stessa sembrasse. Si rifugia dietro la parete della bolla, vi entra o ne esce, va via e ritorna. Torna ogni volta che esiste un campo di operazioni e movimenti che l’esercizio consenta di rendere meno sbavati, meno imperfetti. Torna quando si sente al sicuro perché ha qualcosa da imparare.

 

  1. 2002, una casa

[track 4. Winter fields di But for lashes]

Le lascio la lettera in cucina. Mia madre la legge. Siamo ai due lati del tavolo, entrambe in piedi. Un ronzio granuloso e metallico sembra propagarsi nello spazio che ci circonda: l’allarme dell’ansia investe le sedie scure di legno, i piatti in fila sul lavello, la vetrata che dà sull’oscurità del giardino. Non era più il silenzioso dissenso che si appuntava su oggetti e questioni minori, il sotterraneo e faticoso lavorio per trovare un varco, ma l’esplosione di un’energia troppo a lungo trattenuta. Altre volte avevamo litigato, ma quella sera lei disse solo: “Vai. Fai come senti”.

Se entro di nuovo in quella stanza e provo a trovare un punto in cui collocarmi fra quella madre e sua figlia, scelgo ora di posizionarmi a metà strada, lì dove sembrava allora essere netto il confine che separava i timori dell’una dai desideri dell’altra: percorso l’arco completo che quel principio d’individuazione disegnava, posso ricomporre i tasselli del nostro rapporto e tracciare una linea che tiene insieme differenze e somiglianze, perdite e acquisti, le parti che accolgo, quelle che modifico e quelle che aggiungo.

Ma è esatto definirla una linea? Non è piuttosto qualcosa di stratificato e complesso? Ora che il suo ruolo è toccato a me incarnarlo, parlerei piuttosto di uno spazio che muta nel tempo, si espande e richiede esercizio e ripetizione di gesti: ripetere i gesti per entrare in relazione con le emozioni e i significati che veicolano. In effetti, se dovessi scegliere una definizione secca, direi che non sono diventata madre quando sono nate le mie figlie, ma che da allora ho cominciato a imparare come potessi esserlo io. Ed è di nuovo un pensiero ancipite quello che affiora: per un verso, nella folla di modelli e direzioni, avrei potuto confondermi e finanche smarrirmi, o restare intrappolata in ciò che avevo appreso e riproporlo come se fossi stata sottoposta all’azione di un meccanismo a molla; dall’altro, il confronto con altre madri – quelle del passato e quelle del presente – mi sposta e sollecita, e così il dialogo con tutte le figure con cui i figli crescono, i tuoi e quelli degli altri.

Forse, però, nel tempo ho anche imparato a fidarmi di me. Posso far decantare i consigli e i pareri, chiudere i molti libri che leggo per essere più brava o, meglio, più sicura; posso finanche smettere di cercare risposte definitive a questioni generali. Anzi, oggi direi che, quanto più ho un dubbio, tanto più provo a concentrarmi solo sui gesti, a isolare le domande relative ai gesti che posso compiere qui e ora: come so e voglio raccontare questa storia? porgere questo piatto? ballare questa canzone? correre in questo prato? manifestare la mia gioia o la mia tristezza? consolare o esortare? a quale velocità voglio camminare e far spostare le emozioni e i pensieri miei e delle mie figlie? sarò un passo avanti a loro, o accanto, o un passo indietro, o tutte e tre le cose, a seconda del bisogno che sembrerà affiorare?

Nel declinare questa grammatica del corpo e delinearne i movimenti, scopro con loro quanto io sia abitata da altre madri e donne: il gioioso sprofondare di mia nonna con la testa nei libri, la cura con cui mia zia mi apparecchiava la tavola, l’abbraccio con cui la mia babysitter mi accoglieva quando tornavo da scuola, il luccichio dello sguardo e gli occhiali sbilenchi con cui una professoressa di liceo mi portava in giro fra i romanzi. Verifico che per ogni domanda che pongo alla me-madre, ho anche una risposta che riguarda la me-figlia. E più scompongo e ricompongo la sintassi dei miei gesti, più mi esercito in questo movimento fra passato e presente – fra la figlia che ero e la madre che sono, le madri che avevo e le figlie che ho – più il passato resta passato: conserva la sua eredità di gioia e scioglie la memoria del dolore. E il presente è una scelta.

 

  1. 2022, una casa

[track 5. Du bist so schön di Aline Coen]

Nella foto due bambine sono su un divano invecchiato e punteggiato di macchie: la testa giù, i piedi in aria, i corpi in due body ricoperti di lustrini, i cui colori brillanti risaltano sul fondo scolorito e chiaro dei cuscini. Protraggo la mia osservazione, e torno a guardare le due figure: osservo meglio il comporsi di linee e l’alternarsi di pieni e vuoti che i loro corpi creano. Sono concentrate nello sforzo, eppure sorridono; due braccia sembrano sfiorarsi, mentre le altre due sono simmetricamente allungate dal lato opposto; le gambe sono tese, come insegnano in palestra. Riconosco altri e nuovi movimenti e possibilità, altre forme con cui dispiegare l’energia e darle un ritmo. Poso la foto. Nell’allontanarmi dal tavolo, l’ultimo rapido sguardo che la investe sembra consegnarmi la forma di una creatura fantastica – simile ad uno scarabeo– dal cui corpo centrale iridescente si aprono due ali trasparenti e sottili.

Per un attimo ho la tentazione di cercare altre foto e scovare somiglianze e differenze tra loro e me: il modo in cui sorreggono i libri, avanzano lungo la strada, sprofondano fra i cuscini, o chiudono gli occhi al sole. Ma decido di fermarmi, e faccio un passo indietro. Accolgo l’idea che non siano solo la meccanica giustapposizione o somma di tratti, modelli ed esperienze, quanto piuttosto l’articolato comporsi, libero e dinamico, di tutto ciò che le attraversa.

Dal terrazzo arrivano i rumori del traffico del sabato sera. Dietro la fila nervosa delle auto si staglia la sagoma della scuola elementare. Ripenso alle foto delle due ginnaste a testa in giù. Allargo il campo del mio pensiero, visuale e immaginativo, e sposto l’asse del tempo a tutto ciò che c’è prima e dopo questo scatto. I loro litigi e il disordine, la complicità e i libri per la sera, gli zaini e la concitazione delle cose da fare, i gesti e la calma delle confidenze notturne: “Tu avevi paura da piccola?” “Raccontaci una storia di quando eri piccola”. Come nella foto, emerge anche ora l’espressione sorridente dei loro volti. Non riesco a non pensare che questi sorrisi hanno attraversato una pandemia e, pur mediati dall’immagine che la memoria mi consegna, sono ora di nuovo davanti a me: presenti con il loro senso di aperta costruzione del domani.

Forse, allora, mi suggeriscono e chiedono di rovesciare la clessidra ferma e spezzata del lockdown, delle quarantene e degli isolamenti in attesa degli esiti dei tamponi. Per quanto sfilacciato e scarnificato il nostro mondo ci sia sembrato ogni volta che abbiamo pensato al fuori e alla mediazione inevitabile di uno schermo, pure questo intervallo è stato anche un tempo lungo e profondo per una madre e le sue figlie. Un tempo in cui moltiplicare i movimenti, scoprire la storia dei nostri gesti, esplorare le emozioni che racchiudono, inventarne di nuovi, sentendo nel suo farsi l’architettura del futuro: il suo peso e la sua vertiginosa apertura.

_

Sono grata a L.R. per avermi sollecitato a immaginare un racconto sulla relazione madre-figlia e per aver letto questo testo, le cui ipotesi e maschere e personae sono, in definitiva, uno spazio di dialogo con e perle madri.

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ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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