Il grande complotto delle voci magnetiche

di Tito Sdralevich

Di quel giorno mi ricordo che stavo andando al centro trapianti quando vidi lo zingaro accasciato fuori dalla stazione del metrò, con i vigili tutti intorno per evitare che lo linciassero. Trascinato in questura, raccontò tutta la faccenda per filo e per segno. Come ogni mattina, aveva messo la museruola al suo cocker spaniel e si era infilato in metrò. Come ogni mattina, si era trascinato dietro il carrellino della spesa con dentro il walkman e le casse. Come ogni mattina, aveva proceduto dall’ultimo al primo vagone. La sua arte consisteva nel far partire la base preregistrata e strimpellarci sopra con quelle tastiere a fiato, che da lontano, sembrano un giocattolo per bambini con un tubo attaccato all’estremità. Aveva appena appoggiato il tubicino ai due incisivi d’oro e stava per soffiarci dentro Maracaibo quando la base preregistrata, invece di diffondere atmosfere cubane, annunciò che «Il cane è tornato al suo vomito e La scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango». Tutti pensarono subito a una trovata dello zingaro, e si misero a ridere e a fare i grattini dietro le orecchie al cocker e a lanciargli nel cappello monetine da dieci e cinquanta centesimi fino a farlo strabordare. Cinque minuti dopo, la voce della fermata Porta Genova della linea verde cominciò ad annunciare la fermata della M2 Colonel Fabian a Parigi, e la fermata della M2 Colonel Fabian a Parigi ad annunciare la fermata Rathaus Spandau della U7 a Berlino. Questo generò una notevole confusione tra i passeggeri della linea verde, della M2 e della U7, che, invece di scendere alle rispettive fermate, vennero trattenuti all’interno dei vagoni in attesa di chiarimenti. Andò a finire che alcuni parigini ipotési svennero per il caldo e alcuni berlinesi claustrofobici svennero per la calca. Un milanese che aveva un gran fretta prese la cosa meno sportivamente: quattro passeggeri vennero ricoverati all’ospedale con ferite superficiali alle guance e alla gola provocati da una valigetta ventiquattro ore. Dieci minuti dopo, le macchinette della M11 a Belleville cominciarono a ripetere ossessivamente «bisogna chiavarla, fratello, e chiavarla bene; non vedo altro mezzo per convertirla». Quindici minuti dopo, l’Ansa batté la notizia che in Germania tutti i pedaggi automatici della Bundesautobahn 59 Colonia-Bonn si rifiutavano di alzare le sbarre e recitavano ad alta voce il primo, il terzo, e il quinto atto della seconda parte del Faust. Nelle due città Renane si formò un unico grande ingorgo, e vennero scattate delle foto satellitari che un arguto editorialista del «Süddeutsche Zeitung» definì come «un cordone ombelicale metallico». Toccò poi agli aeroporti. A Malpensa, gli altoparlanti dei gates disertarono in massa il sistema metrico-decimale optando per il Base64, e una comitiva di pensionati giapponesi diretti all’aeroporto di Kushiro, nell’isola di Hokkaido, si imbarcò su un Airbus A340-600 in direzione di Ottawa. Sull’aereo, tre di loro ebbero una sincope quando l’interfono, invece di indicare le uscite di sicurezza, li informò che i corpi dell’l’Imperatore Naruhito e di dodici geishe erano stati rinvenuti morti, gonfi e spugnosi nella Jacuzzi di una famosa stazione termale della prefettura di Gifu. Intanto, i controllori della fermata Duomo cominciarono a ricevere una orrenda serie di telefonate dai superiori che li invitavano, anzi, ordinavano loro di fare qualcosa. Dopo averci riflettuto un attimo, decisero di precipitasti a sequestrare il walkman dello zingaro che, in qualità di prima voce ribelle, doveva per forza essere il capo-banda, il ganglio centrale dell’insurrezione. Dopo averla riascoltata più volte e non averci capito nulla, convocarono l’arcivescovo. L’arcivescovo fu in grado di risalire alla fonte (Pietro 2:22), ma si limitò a fare spallucce e a dire che non aveva la minima idea di che cosa diavolo significasse in quel contesto. I controllori, dopo aver confabulato in un angolo, mandarono avanti quello più anziano a chiedere all’arcivescovo se fosse disposto a sottoscrivere un verbale in cui escludeva la possibilità che il nastro magnetico fosse posseduto dal demonio, o dalle legioni del male. L’arcivescovo rispose che sì, era disposto. Nel giro di un’ora, tutte le voci magnetiche di tutte le fermate della metro si erano messe ad annunciare impunite le stazioni della metro di Tokyo, dei treni a Detroit, o della Via Crucis a Gerusalemme. Molti giurarono di essersi persi dentro un concerto dodecafonico composto da Schoenberg, o da Satana. Altri dissero che era come abitare nella testa di un pazzo. Tutte le stazioni della metro vennero chiuse e i pendolari e quelli diretti agli uffici in centro si riversarono nelle strade bloccando il traffico cittadino. Due ciechi, vilmente ingannanti dai dispositivi per non vedenti attaccati ai semafori, attraversarono e vennero travolti e uccisi da un’ambulanza. Ambulanze che, comunque, procedevano a rilento: un po’ per via degli ingorghi; un po’ perché le sirene, invece di fare il loro dovere, avevano attaccato un saccente monologo solipsistico su quale etica rendesse legittimo l’aborto farmacologico. La maggior parte dei feriti trasportati in ospedale morirono comunque in corsia, dove gli interfoni dei piani spedivano i neurochirurghi in pediatria, i pediatri in neurochirurgia e gli anestetisti al reparto infezioni tropicali. In città, nacquero subito delle leggende sui presunti responsabili. Alcuni sostenevano che i controllori, dopo aver forzato tutte le porte di tutte le stazioni, avevano pescato due ginnasiali che, non sapendo dove andare, si erano chiusi nel centro di controllo e, nel togliersi i vestiti, avevano pigiato alcuni tasti del computer centrale con le loro natiche puberali. Altri, che si era trattato di un sofisticato attacco informatico dei russi, o dei coreani, o degli stati jihadisti. Nessuno fece alcuna rivendicazione. Altri, che in verità si trattava di un tentativo delle forze atlantiste per ricompattare l’opinione pubblica su posizioni moderate in vista delle elezioni. Altri ancora, che erano stati degli immigrati tunisini; altri che invece erano stati gli albanesi che, spodestati dai tunisini, volevano riconquistare la condizione mediaticamente privilegiata di capro espiatorio. Altri ancora, che era stata l’Europa. Alcuni fecero notare che era stato il maggio più caldo di sempre. Altri, che erano stati i soliti ebrei. Naturalmente, la verità non venne mai fuori. Tutti però ebbero una loro storia da raccontare.

Come dicevo, io quel giorno ero al centro trapianti in sala d’attesa. Mia zia Marta era già in chirurgia, anestetizzata e con il torace aperto in due. Soffriva di una rara malattia autoimmune e tutta l’equipe aspettava solo che arrivasse l’ambulanza con un bel paio di polmoni freschi freschi di cadavere per trapiantarglieli. L’ambulanza non arrivò mai per via degli ingorghi e i polmoni, squagliati dal caldo, appassirono come fiori dimenticati. A rendere tutto ancora più patetico, l’interfono della chirurgia, invece di comunicare ai chirurghi che non c’era più niente da fare, cominciò a raccontare una barzelletta oscena su un cannibale superdotato e un’esploratrice britannica. Il giorno del funerale, mi ricordo che al cimitero faceva un caldo giurassico e i carri funebri luccicavano sotto il sole come le corazze delle cetonie. Molti avevano perso qualcuno e la fila di cadaveri da processare sembrava interminabile. Durante la messa funebre, il prete tornò su «Il cane è tornato al suo vomito e La scrofa lavata è tornata a rotolarsi nel fango». Tentò di spiegarci che c’entrava con gli spavaldi e con i superbi, che, in nome del progresso, hanno bestemmiato qualcuno, o qualcosa del genere. Fuori sul sagrato ad alcuni di noi venne da ridere, perché non ci avevamo capito niente. Il marito della zia, in disparte, piangeva da solo con la faccia tra le mani. Mesi dopo, ai pranzi di famiglia cominciò a presentarsi sempre ubriaco e a fumare una Lucky Strike rossa dietro l’altra. Diceva che era ancora giovane, che amava la zia ma aveva bisogno di rifarsi una vita. Vagheggiò di un giro in moto da fare per il paese. Le sorelle della zia lo consolarono e gli dissero che poteva fare quello che voleva, che non doveva chiedere il permesso a nessuno. I fratelli della zia invece si ricordarono del prete, e lo mandarono al diavolo, e dissero che la predica era stata di pessimo gusto. Dissero che noi siamo persone moderne e civili, e che non ci crediamo più a tutte queste superstizioni idiote. Va detto che tutti noi, quando arrivammo al cimitero e vedemmo la bara che si scaldava sotto il sole, bloccata in una fila di bare, con le corone di fiori già appassite dal caldo, sentimmo come una vertigine cieca, giù, in fondo allo stomaco.

 

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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