Il tuffo

di Matteo Camerini

Tempo di lettura: minuti, ore

Come stai? chiesi, ma non mi rispose. O meglio, non so dire se mi rispose o meno perché non ascoltai la risposta, non ero pronto ad ascoltare. Ero pronto solo a proseguire. Forse mi rispose, certamente mi rispose, ma non so dire cosa, non era minimamente importante ai fini della prosecuzione. La prosecuzione di una conversazione non dipende minimamente dalle parole pronunciate o dal senso che viene attribuito ai suoni che con difficoltà questi strani animali logorroici vomitano a fatica. La prosecuzione del dialogo, così come della vita, dipende da una sola cosa: dall’interesse. Togliete l’interesse e non avrete più niente. Quale interesse? ma ditemelo un po’ voi quale interesse, trovatelo da voi, inventatevelo, copiatelo, fingetelo, ma non chiedetelo a me. Io ho il mio e certamente non lo condividerò con voi. Io sono un uomo che si interessa di molte cose. Pratico sport quotidianamente. Ho amplessi settimanali scanditi e calendarizzati dal ritmo del mio lavoro. Quando l’Istituto decreta la fine delle ore che mi sono necessariamente richieste per il corretto funzionamento dell’Istituto, allora io, come si suol dire nel mio campo, sono libero. In quel tempo indefinito e tragico, allora, cerco di impegnarmi nelle attività consone a quel tempo tragico e indefinito. Ogni settimana l’Istituto pubblica, a proprie spese, dei dépliant che suggeriscono quali attività siano consone ai miei interessi. Io, ovviamente, per non sprecare quel tempo già esile nella ricerca di altre possibilità nel vastissimo campo delle attività (attività, questa, che per essere portata a termine richiederebbe un tempo che supererebbe di gran lunga quello concessomi per lo svolgimento pratico di quell’attività), mi attengo sempre a ciò che il dépliant mi propone. Non sono mai rimasto deluso. Ho sempre riservato cinque stelle su cinque e ottime recensioni alle attività dell’Istituto. Nel corso degli anni, la personalizzazione del mio interesse è stata sempre più studiata e approfondita, sicché, oggi, mi trovo ad essere un tutt’uno tra ciò che sono e ciò che l’Istituto sa di me. Se non fosse, questo, un termine astruso che rischierebbe di compromettere ogni interesse che possiate provare nei miei confronti, direi che l’Istituto mi ha donato un’idiosincrasia. La scorsa settimana, ad esempio, ho avuto modo di dedicarmi ad un’intensa performance sessuale con una diciannovenne asiatica, coreana credo. Con l’ingresso nel mercato europeo delle neo-maggiorenni asiatiche, le attività dell’Istituto hanno goduto di una crescita esponenziale di recensioni positive. Risparmiando sul costo dell’importazione, infatti, sono stati aggiunti numerosi comfort ed extra che hanno reso le attività dell’Istituto ancora più sorprendenti. Mai avrei pensato che il mio interesse estetico potesse ricadere su questo tipo di ragazze, ma è sempre piacevole scoprire qualcosa in più su se stessi. Ho saputo, così, di essere un uomo-a-cui-piacciono-le-neo-maggiorenni-asiatiche-coreane-credo. Grazie a numerose proposte, prove ed errori, il processo induttivo di personalizzazione dei miei gusti sessuali ha raggiunto un grado di soddisfazione che sfiora la perfezione. Ma passiamo oltre. Cosa dicevo? che non mi rispose, già. O meglio, che mi rispose ma non so ben dire cosa mi rispose. Il come stai? è una manifestazione di interesse largamente sufficiente ai fini dell’inizio di un discorso. La normale consuetudine vuole che la pratica venga congedata in un range compreso tra una e due parole, massimo dieci caratteri. Certo, è possibile prolungarsi oltre quel limite, ma è un rischio che nessuno dovrebbe correre, a mio parere. A meno che voi non siate un Davide Gallese o un Tommaso Pincioni, ma non credo proprio che voi lo siate. Non cercate dunque di stupire alle prime battute, è da dilettanti. Limitatevi alla consuetudine e non sbaglierete. Ecco, mi avete fatto dilungare troppo e ora il mio tempo gratuito è finito. Volete la versione premium? No? Allora dovrete attendere sette righe di pubblicità.

 

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Bene, vi siete goduti la vostra pubblicità? Certo che è una noia anche per me, che domande, perdo continuamente il filo del discorso, ma che volete? siete degli spilorci e i libri non si pubblicano mica da soli. Non avete idea di quanto le vostre amate versioni gratuite sarebbero nocive alla produzione, se solo la pubblicità non avesse sistemato le cose. Non ne avete idea. Ma, del resto, voi non avete idea di tante cose. Bene, proseguiamo. Senza perdere altro tempo vi dirò che quel discorso non mi interessò affatto. Vi starete chiedendo, dunque, perché mai ve ne abbia parlato. La ragione è molto semplice: perché posso. Posso parlare di ciò che voglio perché questo è il mio spazio. Trovare ulteriori giustificazioni, intrighi nella trama, ricercare tranelli nello stile linguistico ecc. sarebbe tempo sprecato. Non fatelo. Sarebbe inutile dirvi che sto scrivendo perché il mio psicologo mi ha consigliato di farlo, per portare fuori i miei drammi interiori, oppure che lo faccio perché preso da profonde convinzioni artistiche. Non vi interessa e non lo saprete mai. Posso farlo e lo faccio. Non avete la benché minima idea di quante spiegazioni insensate vengano date alle azioni umane, che invece potrebbero benissimo essere sostituite dalla semplice formula “perché poteva farlo”. L’uomo fa sempre tutto ciò che può, e se non lo fa oggi lo farà qualcun altro domani. Perché la scimmia si è evoluta? Perché poteva. Inutile lambiccarsi il cervello con teorie filosofiche. Ciò che può essere fatto verrà fatto, prima o poi. Ho perso nuovamente il filo. Quando finalmente la smetterete di farmi domande puerili forse potrò fare un discorso compiuto. Allora, ricominciamo. E adesso statemi a sentire. Come stai? gli chiesi e diciamo pure che mi rispose  bene e che la conversazione finì lì per mancanza di interesse da parte mia. Fatto sta che non ci incontravamo da vent’anni e che vederci lì, inaspettatamente, dopo tutto quel tempo, su quella spiaggetta di rocce rugose e appuntite, fu un minimo interessante, almeno all’inizio. Non so perché il dépliant estivo, riservatomi per due lunghissime settimane di vacanze, il tempo più lungo di libertà indefinita e tragica dell’anno, mi avesse consigliato proprio quella spiaggia rocciosa. Forse avevo dimenticato di inserire, nella sezione malattie, le brutte vesciche che mi erano cresciute sotto la pianta dei piedi. Certamente, però, non si poteva trattare di un errore dell’Istituto, questo non lo pensai mai. Ma, per un attimo, sotto il sole cocente che riscaldava contemporaneamente il mio cranio e le pietre appuntite, colpendomi da entrambi i lati della mia lunghezza verticale, pensai che questa volta, forse, avrei dato quattro stelle e mezzo, e non cinque, a quel soggiorno. Ma, non volendo affrettare la decisione, mi riservai la possibilità di cambiare idea. Del resto, due settimane sono un periodo molto lungo, avrei potuto benissimo scoprire un camping di ragazze coreane proprio a qualche metro dal mio bungalow. Quello sì che avrebbe fatto riguadagnare la mezza stella mancante alla mia recensione. Fu mentre pensavo a queste cose che incontrai quella persona che dicevo, che non incontravo da vent’anni, a cui chiesi come stai? e che non ricordo cosa mi rispose. Con quella persona avevo condiviso gli anni dell’istruzione superiore. Anni tristi, per carità. A nessun maschio adulto possono apparire piacevoli i ricordi della pubertà, così costellati di dubbi e fallimenti. Un maschio adulto rinnega tutto, a meno che non voglia rimanere un adolescente, un fallito, o, ancor peggio, un artista. Un maschio adulto sa di star salendo una scala a pioli verso il successo ed è cosciente che tutti gli altri maschi adulti stiano facendo lo stesso. Un maschio adulto sa benissimo che se iniziasse a guardare in basso inizierebbe a provare quei sentimenti da femminuccia come le vertigini. Inizierebbe ad avere dei ripensamenti e a rimpiangere i primi scalini, quando la terra sotto i piedi sembrava ancora così vicina. Insomma, un maschio adulto come me non vuole perder tempo e rischiare di essere sorpassato mentre lui sta lì fermo imbambolato a raccontarsi chissà quali storie che si riveleranno, in ogni caso, assolutamente inutili ai fini della salita. Della mia istruzione superiore, di conseguenza, ricordavo unicamente qualche volto, qualche insegnante e qualche bel culo di ragazzina che si rivelava ancora utile nei momenti importanti, quando la pornografia online era per qualsivoglia ragione irraggiungibile. Il resto l’avevo rimosso, rinnegato, accantonato, scegliete pure voi il termine che preferite. Quella persona che incontrai era, come avrete certamente intuito da quest’ultima mia spiegazione, uno dei pochi volti che vagamente ricordassi. Lui, al contrario, sembrò ricordarsi ogni cosa. Quando mi riconobbe iniziò tutto un rituale di moine e gesti esagerati. Mi stringeva la spalla, mi studiava il volto facendo commenti sul mio aspetto a suo dire cambiato eccetera. Smisi subito di ascoltarlo, guardandomi intorno in cerca di scuse per allontanarmi il prima possibile da quelle smancerie che mi stavano mettendo in imbarazzo. Ci sarà un motivo se non ci siamo visti per vent’anni, morivo dalla voglia di dirgli. Eppure, quello continuava a blaterare qualcosa circa sua moglie e i suoi figli, trasgredendo palesemente ogni regola sull’interesse di cui sopra. Aver voglia di raccontarsi così tanto a uno sconosciuto è vomitevole. Senz’altro i manuali di psicologia traboccavano di definizioni per le plurime malattie mentali di quell’uomo. Bisognerebbe aver sempre in tasca un Freud, pensavo, per non perder tempo a cercare sempre di capire dove uno voglia andare a parare. Che diavolo di valore poteva avere per me quel suo raccontarsi? Ve lo dico io, nessuno. E il valore è un qualcosa che si crea dall’interesse reciproco. Ecco che ci risiamo. Non è un caso che si torni sempre lì. Avrei potuto scrivere un libro intero sulle cose che si generano dall’interesse. Provate a pensare per un secondo soltanto a come sarebbe la vostra vita se ogni singola azione che doveste compiere fosse totalmente, interamente, da cima a fondo, una noia mortale. Provate a immaginare di vivere ogni momento con la partecipazione e l’entusiasmo con il quale, che so, vi lavate i denti. Certo, se non vi lavaste i denti avreste un sorriso osceno e un alito fetido, ma se non vi interessasse il vostro alito e il vostro sorriso ve li lavereste comunque, quei maledetti spuntoni calcarei che avete nella bocca? Credo proprio di no. Se i soldi non vi interessassero, o se mangiare e scopare e dormire e giocare non vi interessasse, fareste comunque quello che fate? Lavorereste più di sei, otto, dieci ore al giorno? Che dico, vi alzereste dal letto? Se nulla, nessuna cosa, nessuna persona fosse per voi interessante, che fareste? Ve lo dico io, nulla. Non fareste nulla. Vi convincete, vi forzate, vi fate obbligare a convincervi che ci sia qualcosa di assolutamente interessante nel mondo, e il gioco è fatto. Ma molto spesso l’unica cosa veramente interessante è che quel qualcosa interessi agli altri. Solo che, arrivati a un certo punto, si perde completamente il confine tra la causa e l’effetto. Diventate voi stessi i promotori dell’interesse per i vostri figli, i vostri colleghi, i vostri amici, senza accorgervene. Dopo essere stati spinti, un giorno, vedendo qualcuno guardare con gli occhi spalancati una cosa (immaginiamocelo con gli occhi che brillano e la cosa che risplende di uno scintillio aureo), avete iniziato a cadere, a cadere, a ruzzolare senza più potervi fermare. E a quel punto avete spinto altre persone che erano lì, in discesa, davanti a voi, ma che ancora avrebbero potuto salvarsi da quella valanga. E così si crea e si ricrea e si propaga l’interesse. E le persone continuano a lavorare e a fare quello che fanno come se ci fosse un valore. Ma non l’avete scelto voi, cari miei. Voi avete solo iniziato a cadere, convinti che ciò che vi avesse spinto fosse una forza neutrale, naturale, insomma, una forza di gravità, per capirci. E invece erano solo altri uomini. Altri uomini cadenti. Ora, però, esigerò da me stesso di portarvi a una conclusione, per evitare di giungere alla prossima pubblicità senza aver colto il pun…

 

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Maledizione! Dovreste proprio farvi una versione Premium di questo affare sul quale state leggendo. Non solo potreste proseguire senza interruzioni ma, soprattutto, io non dovrei continuamente interrompermi. In ogni caso, al corso di mindfulness dell’Istituto ho imparato a gestire lo stress in maniera produttiva, quindi farò attenzione al respiro e cercherò di proseguire in quello che stavo dicendo. Se solo mi aveste incontrato qualche anno fa, dio solo sa se vi avrei convinti a pagare quell’abbonamento mensile. Insomma, il punto della questione è che per continuare a fare ciò che si deve fare, perché qualcosa bisognerà pur farla, si deve imparare a centellinare l’interesse. Donarsi solo quando è strettamente indispensabile. Imparare a dire di no, a tapparsi le orecchie, se necessario. Perciò non giudicatemi frettolosamente se, davanti a quella persona che si raccontava, io avrei preferito tuffarmi subito in acqua o fuggire via correndo sulle pietre incandescenti. Avrei preferito morire, piuttosto che farmi convincere da un uomo cadente che dovessi cadere anch’io, riconoscendo alla sua famiglia, ai suoi figli, alla sua nuova macchina, al suo lavoro e ai suoi viaggi un valore che per me non esisteva minimamente. Non sarei caduto, mi ripetevo, non mi sarei interessato. Eppure, proprio mentre stavo per congedarmi definitivamente, quello disse una frase che mi fece tornare a guardarlo. A guardarlo fisso negli occhi, come se scintillasse e come se quelle parole fossero infinitamente importanti. Quella frase che disse mi colpì più delle pietre roventi sotto le vesciche dei piedi. Speravo di incontrarti al funerale di Azzurra, mi disse, c’eravamo tutti, mi disse. Quale funerale, gli chiesi. Il funerale di Azzurra, ripeté quello, senza cambiare la frase precedente, semplicemente scandendola più lentamente. Non lo sapevi? mi chiese turbato. No, non lo sapevo, mi dissi turbato. Nessuno mi ha avvisato, aggiunsi turbato. Ma è impossibile, è impossibile, farfugliò quello, in preda a un’agitazione anormale. Poi prese il telefono e iniziò a frugare, a scorrere con il dito come un invasato, controllando mail, social network, tag, messaggi, messaggi privati, sms e registri chiamate. Passarono dieci minuti buoni prima che, esausto, si arrendesse, guardandomi con le lacrime agli occhi. Nessuno ti ha avvisato, mi disse. Te l’ho appena detto, risposi, nessuno mi ha avvisato. Ma io, ma noi, ma tu…non sei nei gruppi, non ci sentiamo da anni, continuò con la voce tremante. Dio santo, pensai, se non vado via ora si metterà a piangere proprio qui, davanti a me, con il sole che mi brucia contemporaneamente il cranio e le suole dei piedi. Io devo proprio andare, gli dissi. Non preoccuparti, aggiunsi, in ogni caso meglio che sia andata così, i funerali mi deprimono. Rifiutai con eleganza i tredici inviti che mi fece a pranzare con lui e la sua famiglia. Finsi di dover raggiungere qualcuno proprio oltre il punto in cui la spiaggia di pietre roventi curvava, coprendo il resto del litorale. Manovra, questa, che mise a dura prova i miei piedi, ma raggiunsi ugualmente il mio obiettivo: scomparire. Dopodiché, nascosto nell’insenatura, non lo vidi mai più. Azzurra era morta. Quando prima ho detto di ricordare solo alcuni volti mentivo. Nessun maschio adulto riesce mai veramente a rimuovere ciò che deve rimuovere. Del resto, il rimosso non si può certo gestire a piacimento, anche se è quello che bisogna dimostrare. Azzurra era morta. La frase mi rimbombava in testa, sempre con maggiore frequenza. Azzurra era morta. Azzurra era morta. Completai a fatica tutte le manovre necessarie alla mia distesa finale e definitiva al sole. Azzurra era morta. Stesi l’asciugamano. Azzurra era morta. Mi tolsi le ciabatte e la maglia. Azzurra era morta. Mi sedetti. Azzurra era morta. Mi stesi. Azzurra era morta. Conficcai gli occhiali da sole dietro le orecchie e una sigaretta tra le labbra. Azzurra era morta. Presi l’accendino. Azzurra era morta. Accesi la sigaretta. Prima boccata. Niente. Azzurra era morta. Seconda boccata. Niente. Azzurra era morta. Terza boccata. La nicotina penetrò nel sangue. Soddisfazione. Azzurra era morta. Quarta boccata. Meglio. Nessuna coreana sulla spiaggia. Azzurra era morta. Nessuno intorno a me sulla spiaggia. Quinta boccata. Un piccolo brivido di piacere. Azzurra era morta. Prime gocce di sudore. Sole spietato sulle tempie. Sesta boccata. Breve sensazione di stordimento. Azzurra. Una ragazza balenò nel mio campo visivo, da destra. Settima boccata. Si avvicinò a uno scoglio a forma di cavolo, tutto rugoso e inospitale alle forme umane. La ragazza lo affrontò. Ottava boccata. Nervosa. Azzurra. La ragazza salì, con maestria, una mano, un piede, l’altra mano, l’altro piede. Non si graffia? Nona e ultima boccata. Azzurra. Azzurra. Azzurra. La ragazza si ergeva in cima allo scoglio. Aveva un sedere tondo, ma non ci pensai. Aveva delle gambe lunghe e slanciate, la pelle liscia, non mi interessò. Si tufferà? Non si graffia? Non si graffia? Si fa male? Azzurra. Azzurra era morta. Spensi la sigaretta sullo scoglio. La lascio qui? Sì. La ragazza si avvicinò al bilico, al punto di non ritorno. Quattro, cinque, otto metri? Mi misi a sedere. Strinse con forza i piedi sulla roccia. Tese le braccia in alto. Azzurraeramortaazzurra. Tolsi gli occhiali da sole. Azzurra. Trattenni il fiato. Azzurra. Quattro stelle e mezzo. Quattro stelle. Tre stelle e mezzo. Tre stelle. Due stelle e mezzo. Due stelle. Azzurra era morta. La ragazza piegò le ginocchia. Una stella e mezzo. Una stella. Si staccò dallo scoglio. Mezza stella. Azzurra.

 

MESSAGGIO CON FINALITÀ PROMOZIONALI

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Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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