Margherita

ph. Guido Guidi – Cologno Monzese, Milano, 1991

 

di Dora Annarumma

C’era quella scena, in un film che aveva il nome di un crostaceo. Era la scena finale, il protagonista voleva accecarsi per amore, Sandra non ricordava bene per quale motivo vi fosse costretto, ma lui prendeva un ago gigantesco, uno spillone, lo appoggiava alla parete e per diversi minuti restava lì con l’occhio vicinissimo alla punta, cercando il coraggio di.
Dopo aver visto quel film non era più riuscita a usare un coltello affilato o un paio di forbici senza attraversare col pensiero una serie di immagini orrifiche accumulate in qualche retrobottega mentale, dal quale usciva faticosamente, strizzando forte le palpebre.
Si guardò nello specchio rotondo del soggiorno. Considerò i suoi capelli, ricci, abbastanza belli. Avevano una biografia tutta loro. Da ragazzina erano stati un tormento, così piatti e inutilmente folti, troppo pesanti per il suo viso anemico e ombreggiato dagli occhiali da vista. A diciassette anni avevano assunto una forma meno indefinita, ma soltanto verso i ventitré si erano arricciati di colpo; e lì avevano iniziato a cadere.
Sua madre aveva teorie disparate. Un giorno pensava che l’arricciamento e la caduta fossero una conseguenza del lungo periodo in cui la figlia aveva usato la piastra per lisciarsi; a volte diceva che il problema era l’alimentazione, altre ancora che i capelli della figlia non stavano davvero cadendo, e che il tutto era solo frutto della sua immaginazione distorta. Le varie ipotesi erano incompatibili, il che innervosiva molto Sandra, soprattutto quando la madre aggiungeva qualche occasionale formula di conforto: «Ma non è vero che ne hai pochi!». O, più brutalmente: «E poi le parrucche di oggi sono splendide». La contraddizione era dunque triplice. In quel momento, però, Sandra era distratta da altro. Tenendo gli occhi fissi sulla cute nello specchio, voltò la testa prima a sinistra, poi un po’ a destra, per verificare a che punto fosse la ricrescita; era un gesto da uomo, pensava, mentre si avvicinava al suo riflesso e sollevava una ciocca dopo l’altra.
Quante volte aveva sognato di essere calva. Da quando aveva iniziato a perdere i capelli quell’incubo si era sostituito con prepotenza al brutto sogno abituale, in cui a caderle erano i denti. «Segno di insicurezza», le dicevano quando lo raccontava, oppure il solito «carenza d’affetto». E invece non c’era niente da interpretare, la sua paura era specificamente quella della calvizie, non andava ricercata in nessuna metafora. In quei sogni poi non era mai proprio calva, o comunque non subito. Di solito a un certo punto, per sbaglio o intenzionalmente, si passava una mano sul cranio e scopriva di avere un unico gigantesco ciuffo di riporto, oppure un colpo di vento le alzava un istante i pochi capelli e lei sotto vedeva la pelle nuda, lucidissima. Così l’orrore arrivava con comodo, da gran signore.
In ogni caso, adesso non stavano male, pensò guardandosi: il riccio era morbido come piaceva a lei, e il sole preso alle terme un paio di settimane prima li aveva schiariti. Pensò che era bella, il collo lungo, un po’ abbronzata, ma subito avvertì come una fitta l’inutilità profonda di quella bellezza, che non le serviva a niente, neanche a farla stare meno peggio. Ammirò con un retrogusto amaro la sua faccia nello specchio, incorniciata dal cerchio di plastica nero, quasi isolata dal contesto, come il volto della madonna di un quadro o un ritratto d’altri tempi. Immediatamente oltre l’attaccatura dei capelli, subito dopo le ultime punte dei ricci, e in basso, oltre il mento, e poi ai lati, al di là delle orecchie, cominciava un mondo che non le apparteneva, qualcosa di completamente estraneo. La stanza arredata con mobili economici e brutti; l’enorme formicaio di palazzo in cui abitava, in quella città che non aveva scelto, che non amava né detestava. E fuori la vita, l’estate che portava tutti al mare, lei compresa, per riposarsi, per staccare dalla quotidianità, noiosa tanto quanto la vacanza. Anche lei avrebbe voluto staccarsi come uno sticker da quel cartellone umano enorme e colorato come le ricerche che si facevano alle medie, i titoli storti, le facce sbilenche, la carta troppo liscia dove scivolavi, avrebbe voluto staccare la spina mentre il phon era acceso, le giostre rumorose, i lampioni illuminati, la tv in funzione, sullo schermo l’ennesima replica di un film di Fantozzi – staccare. E poi quel rumore metallico che muore, un ronzio sfiatato, tutto si spegne.
Si affacciò alla finestra di fronte; la chiamava così perché pensava che fosse la formula perfetta per definire la sua condizione passiva nei confronti del mondo, lei ridotta a una mera comparsa. Gettò un’occhiata all’alveare che la circondava; era impossibile abbracciare tutti gli interni con un solo colpo d’occhio, per cui di solito faceva una carrellata tra il secondo e il terzo piano, come fosse una rapida scala tra il bianco e il nero di un pianoforte. Sul lato destro vide due ragazzine che ridevano, una di loro era seduta sul davanzale con una gamba penzolante nel vuoto. In un riquadro a sinistra riconobbe il giovane padre in canottiera con il cellulare in mano e le dita nel naso, quello che lavorava alla Vodafone. Più in basso un vecchio mai visto si sventagliava col giornale ripiegato.
Non faceva poi così caldo; il sole era tramontato ma c’era ancora luce e quasi nessuno aveva acceso l’illuminazione interna. L’ora blu, pensò Sandra, quella in cui sembra che possa succedere di tutto, subito prima che cali il buio. Si grattò leggermente sul collo per scacciare una zanzara e si rese conto che sbagliava, faceva caldo eccome, la sua pelle era madida. Raccolse i capelli fra le mani e li trattenne sulla nuca intrecciando le dita a mo’ di fermaglio; restò un po’ così a guardare la striscia di azzurro scuro sopra i palazzi di fronte, poi sbadigliò un paio di volte e decise di stendersi qualche minuto sul letto.
Quando riaprì gli occhi aveva il naso quasi sul comodino, doveva essersi agitata nel sonno per via delle punture che le prudevano. Quanto aveva dormito? Forse un quarto d’ora, la luce era la stessa di prima, ma intorno sentiva un silenzio anormale e l’aria s’era fatta più fresca. Un brivido sulla schiena la spinse ad alzarsi e a infilarsi una felpa leggera, tornò in soggiorno e notò che il cielo fuori della finestra si era schiarito. Mosse il cursore sullo schermo del computer rimasto acceso sul tavolo: le sei meno un quarto, era l’alba; aveva dormito quasi dieci ore.
Si strinse nella felpa, andò al davanzale e si accasciò con il busto nel vuoto. Rimase in quella posizione, piegata a novanta gradi, facendo peso con le cosce contro il muro e guardando il suolo dritto davanti a sé. Per terra, tre piani più giù, c’erano le tracce sbiadite dei riquadri di gesso della Settimana, quel gioco in cui si salta su un piede solo e che in diverse parti d’Italia si chiama Campana. Era incredibile che i bambini ci giocassero ancora. Sollevò un po’ la testa: la maggior parte delle persiane era chiusa.
Sentì un breve suono che dapprima le parve di origine elettronica, una specie di bip più suadente, molto vicino; dette un’occhiata intorno, posò lo sguardo sui balconi, cercando di capire. Poi una specie di urletto la fece sussultare e voltare di colpo, e la vide. Sul mobile di fronte a lei, quello a due ante in cui teneva dei piatti, un po’ di libri e alcune scarpe, c’era una civetta. La fissava con gli occhi rotondi e giallissimi. Ferma, austera, irreale. Evidentemente era entrata mentre lei dormiva. Sandra si rese conto di essere terrorizzata mentre ricambiava lo sguardo ipnotico con le mani aggrappate al davanzale e il cuore che le batteva veloce, rimbombandole nel costato in mezzo al silenzio del sonno condominiale.
Il primo riflesso fu di scappare, correre alla porta e precipitarsi giù per le scale. Subito però si sentì ridicola, e poi quella strategia, per quanto vigliacca, prevedeva comunque che lei solcasse gran parte della distanza che la separava dall’animale. Pur nello spavento, Sandra l’osservava. La civetta portatrice di morte. Eppure negli ultimi tempi la si vedeva ovunque, nei ciondoli, sugli orecchini, fra i souvenir di ceramica o tatuata su qualche spalla; come molti simboli porta-sfortuna era stata sottoposta a un processo di riscatto.
L’altra possibilità era quella di provare a scacciarla: si immaginò mentre si fiondava nello stanzino per recuperare la scopa, la impugnava con decisione e, tornata in soggiorno, prendeva ad agitarla verso la bestia, magari la colpiva, e quella per sfuggirle si metteva a svolazzare dappertutto, sul divano, sulla tv, emettendo quel verso graffiante, mentre lei intanto reggeva la scopa proteggendosi la testa con le braccia. Immaginò anche che dopo avrebbe raccontato la scena alla madre, per telefono, lei le avrebbe chiesto tre volte come avesse fatto la civetta a entrare, “Non lo sai che devi chiudere le tapparelle”, Sandra si sarebbe irritata, non era quello il punto, sarebbe nato l’ennesimo inutile litigio, ma le sue congetture sulla conversazione con la madre si arrestarono di colpo quando si rese conto che non conosceva ancora l’epilogo della vicenda, non sapeva chi avrebbe ferito chi; forse il finale sarebbe stato così tragico da impedire qualsiasi resoconto telefonico.
Dopo qualche minuto di immobilità forzata iniziò a distendere i nervi. Facendo appello a tutto la propria razionalità, si disse che la civetta era un uccello notturno e presto sarebbe stato giorno; visto che non sembrava aggressiva, poteva aspettare che se ne andasse da sola. Si staccò finalmente dal muro come una funambola alle prime armi e andò in cucina a preparare il caffè; beveva quello solubile sciolto nell’acqua scaldata col bollitore. Lo versò nella tazza blu che usava tutti i giorni e che a volte neanche sciacquava dopo aver finito. Lo guardò fumante e pensò di aspettare qualche minuto. Aveva bisogno di lavarsi, così nell’attesa decise di farsi una doccia. Per andare in bagno non doveva ripassare dal soggiorno, bastava imboccare il piccolo corridoio che lo costeggiava.
Entrò nel box, si fece lo shampoo. Dopo essersi strizzata i capelli sotto il getto d’acqua, li tastò a lungo, strofinandoli fra le dita: così, bagnati, le facevano quasi un po’ schifo. Si disse che avrebbe voluto tagliarli, e che forse, per una volta, avrebbe potuto farlo da sola, come faceva una sua compagna di scuola delle medie. Lei invece era sempre andata dal parrucchiere, sin da quando era piccola.
In bagno lo specchio sul lavabo era striminzito e appannato dal calore. Si infilò la maglia pulita e un paio di mutande e tornò in soggiorno con le forbici in mano. Nell’angolo a sinistra dello specchio adesso vedeva il riflesso della civetta dietro di lei, quasi una specie di sentinella finita lì apposta per sorvegliare l’operazione.
Sandra guardò la punta delle forbici e per esorcizzare il terrore passò delicatamente il polpastrello sul margine della lama. Premette appena un po’ nella carne, senza far uscire il sangue. Si guardò i capelli ancora una volta, appiccicati in tanti mucchietti scuri, come delle piccole funi. Faceva bene a tagliarli; pensò che tagliarsi i capelli all’alba era un atto da condannato a morte.
Non aveva mai capito perché i parrucchieri, anche quando dovevano accorciare di molto, procedevano sempre al massimo due centimetri per volta. Lei tese la prima ciocca e tagliò all’altezza del mento, circa sei centimetri. Procedette così finché la chioma non le si trasformò in una specie di caschetto, ma non esitò neanche un istante e continuò a tagliare, ciuffo dopo ciuffo, senza pensare, sempre più corti. Probabilmente sarebbero venuti fuori tutti storti, ma non importava. Lasciando cadere i capelli a terra provava un senso di liberazione e quasi di potere: finalmente obbedivano a una sua scelta, cadevano perché lei l’aveva deciso.
Quando ebbe finito posò le forbici sul tavolo e andò a cercare un asciugamano pulito per strofinarsi la testa e ripulirla dai resti del taglio. Mentre aspettava che i capelli si asciugassero all’aria recuperò il caffè ormai tiepido; lo bevve seduta sul divano con le gambe incrociate, fissando la civetta che non si era schiodata di un millimetro. Per qualche istante Sandra pensò che sarebbe rimasta lì per sempre, sarebbe diventata il suo animale domestico, un animale strano per una persona ritrosa, come quel tipo di cui aveva sentito una volta, che si teneva in casa un boa. Le avrebbe dato un nome. Margherita. E i colleghi di lavoro l’avrebbero messa in croce perché lei li invitasse a conoscere Margherita.
Finì il caffè, posò la tazza per terra. Si passò una mano fra i capelli e li sentì asciutti, soffici. Era giunto il momento di vedere il risultato finale: ora che avevano riacquistato la loro consistenza abituale poteva scoprire che forma avessero.
Fece qualche passo davanti a sé, camminando dritta al centro della stanza, per poi voltarsi di scatto, quasi come un soldato, e ritrovarsi di fronte alla propria immagine nello specchio. Le sembrò di vedersi bambina: quand’era molto piccola, verso i sette anni, la madre l’aveva costretta a tagliarsi i capelli cortissimi. Lei aveva pianto per una settimana. Se ne ricordava solo adesso, ma aveva già avuto i capelli così corti. Si avvicinò allo specchio e si compiacque delle sue orecchie piccole, carine e ora ben visibili. Non stava male; somigliava vagamente a qualche Giovanna D’Arco cinematografica. Ora, con quel taglio, poteva rendersi conto con maggiore precisione che la ricrescita procedeva. La nuova lozione Deltacrin stava funzionando.
Indietreggiò appena, si accarezzò di nuovo tra il collo e la nuca, era molto piacevole. Le sembrava di guardare un’altra persona, una persona diversa da prima e al contempo già nota: qualcuno della famiglia vissuto a lungo all’estero, di cui si era tanto sentito parlare.
Controllò che sul collo non si notasse il segno della recente abbronzatura, per via dei capelli che l’avevano coperto, ma no, era sempre stata attenta a legarseli quando nuotava o si stendeva sulla pancia.
Si affacciò alla finestra e vide che fuori si era fatto giorno, il formicaio ricominciava a vivere. Le venne voglia di fare una passeggiata prima che il sole diventasse troppo caldo. Andò in camera a infilarsi un paio di pantaloncini, poi tornata in soggiorno guardò per un attimo la civetta; prese le chiavi, lasciando la finestra aperta, e uscì.
Qualche minuto dopo Margherita volò via da dov’era venuta.

 

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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