Una scuola di scrittura

di Alessandro De Francesco

Dei tanti bei testi che sono stati scritti dalle mie studentesse e dai miei studenti del corso di Scrittura creativa 2022-23 all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, alcuni mi sono parsi così notevoli da meritare una pubblicazione su Nazione Indiana. Renata Morresi e Andrea Inglese hanno generosamente accolto la mia proposta. Per capire come questi testi sono nati, sono necessarie alcune righe di inquadramento. Durante il semestre ho proposto degli esercizi di scrittura che ho concepito per essere eventualmente combinati tra loro e che ho inteso quali aperture verso l’esperienza di scrittura piuttosto che come schemi formali ai quali attenersi. Tra di essi, di cui si ritroveranno echi nei testi che seguono, vi erano le seguenti proposte:

  • Giocare con gli Esercizi di stile di Raymond Queneau (tradotti in Italia da Umberto Eco), creando una propria linea di variazioni su una scena di partenza.

  • Riprendere gli stilemi del flusso di coscienza di matrice joyceiana per riattivarlo in chiavi diverse, in particolare tentando di uscire dalla propria soggettività e di far parlare altre istanze, anche non umane.

  • Scrivere al buio, cercando di riprodurre nella scrittura le sensazioni del corpo che perde le proprie coordinate percettive abituali. In tale contesto abbiamo anche lavorato su una straordinaria poesia di Emily Dickinson, We grow accustomed to the dark.

  • Utilizzare l’intelligenza artificiale e in generale fonti non autoriali per produrre materia testuale (in altre parole, “cut-up” e “uncreative writing”). Questo lavoro è stato svolto in seguito all’invito dell’artista Marco Mazzi.

  • Muoversi nello spazio e mapparlo testualmente in funzione di una performance. Questo lavoro è stato svolto in seguito all’invito dell’attore, regista teatrale e docente Leonardo Mancini.

  • Inventare e riproporre una stessa scena più volte e da più punti di vista, fino a cambiare la natura e il registro della scena stessa mediante effetti di ripetizione. Quest’ultimo esercizio è stato ispirato da una magnifica conferenza dello sceneggiatore statunitense Charlie Kaufman, reperibile su YouTube.

Chi leggerà potrà apprezzare alcuni dei più notevoli risultati a partire da questa esperienza di scrittura, prodotti dalle seguenti autrici, tutte e cinque studentesse all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino: Daniela Angelozzi, Giulia Calamai, Ludmilla Marzola, Reysla Samara Medonça e Giorgia Pia.

 

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(Daniela Angelozzi)

Flusso         13/03/2023

Le tettoie dei garage non sono tutte regolari Due hanno le eternit dovrebbero sostituirle non che le altre siano migliori sono solo non inquinanti la lamiera però fa tanto caldo e d’estate non ci si entra dentro nel primo garage ci sono i serpi di Alessandro è un mese che trapana batte e rompe Ogni volte che mi collego al pc c’è la colonna sonora di sottofondo Dice che sono piccoli perché i grandi non si possono tenere stanno chiusi nelle teche con il riscaldamento e le luci al neon Non ci va mai a vederli che cavolo li tiene a fare la madre l’ha costretto a comprarsi casa perché non li voleva più vedere Domani i muratori ricominceranno a lavorare la facciata con il 110 dureranno parecchio le terrazze sono tutte senza mattonelle toglieranno anche le ringhiere per montare l’ascensore tutte le volte mi stronco a portare su borse e bottiglie d’acqua oltre alla valigia Oggi è una giornata stupenda il sole di domenica sembra che scaldi e illumini di più il campo qui davanti ha l’erba verde con mia mamma raccoglievamo l’insalata nelle giornate così papavero tarassaco cicerbite le chiamava così quelle che pungevano e mi diceva di prendere quelle tenere perché se erano vecchie non si potevano mangiare crude per gli spini Mi piacerebbe tornarci a cercarla questo campo sarà quanti ettari sì più o meno 60 metri è fino a lì come un campo da softball poi c’è un un altro pezzo e si arriva a 100 l’altro lato invece 100+100+100 in tutto fa 3×1 3 3 ettari è tanto che non tornano le pecore a brucare un mese fa le ho viste dal lato di là della casa c’erano anche le capre e i cani pastori che ciondolavano sudici di fango e col pelo a ciocche

 

Esercizi di stile

Litote

Il guardaroba non era il posto più vuoto della casa. Sebbene ci fossero scaffali, appendiabiti, contenitori e grucce capaci di contenere e sopportare il peso dei vestiti, quest’ultimi se ne stavano gettati uno sull’altro non senza occupare poco spazio all’occhio di chi guarda.

Soggettivo

Ogni volta che mi capita di entrare nel guardaroba, noto gli abiti appoggiati alle grucce, anziché appesi e le scatole poste in disordine sugli scaffali. Mi piacerebbe riordinarlo e collocare tutti i vestiti e le maglie rispettivamente sugli appendiabiti e nei ripiani seguendo un ordine logico, in base alla stagionalità e al loro colore.

Metafora/similitudine e soggettivo

Come in un negozio di vestiti usati mi aggiro ogni volta nel guardaroba. La caccia è aperta: dove sarà quella maglietta nera con collo a barca? Pile di scatole come tessere precarie di majong mi guardano sospettose. Basta toccarne una per trasformarle tutte in una delle Torri Gemelle post 11 settembre. La troverò la maglietta, a costo di trasformare questo guardaroba in una scatola aperta di matite nuove posta in vetrina.

Descrittivo

Un metro e mezzo per cinque. Appendiabiti, scaffali e mensole, sono posti a elle, coprendo due pareti contigue della stanza rettangolare. Se tutto fosse in ordine, il guardaroba sarebbe un luogo piacevole da guardare; ma messo così com’è, finisce per agitare lo stato d’animo di chi entra.

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(Giulia Calamai)

Buio

Si sente sbattere una porta e tutt’intorno si fa buio. Buio dal buio. Si sente il respiro pesante che il corpo solleva e riabbassa, annaspa nel nero e nei flash di immagini confusamente intraviste. Il gas viene acceso e la caffettiera messa sul fuoco. Mentre dei passi avanzano il corpo emerge dalle sabbie mobili delle tenebre e torna, pian piano, alla vita. Gli occhi non vedono ma la memoria pesca nelle immagini dell’archivio cerebrale e figurano una tazza. Il caffellatte che ruota nel microonde che ruota nella testa che comincia a capire dove si trova. Una mano si allunga per tirar fuori la tazza bollente un’altra cerca, tasta sulla sinistra le forme familiari del comodino. Affonda il corpo pesante, la testa, il collo, le spalle fino ai piedi. L’oscurità della notte finita e della luce non ancora pronta, tenebre dalle forme rotonde inconsistenti, dai volti persi nei sogni che si cancellano uno dopo l’altro. Circondata dal vuoto buio, disorientata dai sensi ancora assopiti dalla veglia notturna non ancora oltrepassata. Si risveglia per ora la primordiale necessità di esistenza, senza forme, senza voce, senza parole. Solo il calore del nido di coperte morbide che accolgono come una culla il corpo tiepido e inerme al di fuori di essa. I rumori del mondo esterno, fuori dalla stanza, l’acqua del lavandino che scorre, il cucchiaino che gira nel caffellatte, sono suoni percepiti lontani ma allo stesso tempo rimbombano con violenza dentro la testa.

Nella penombra caotica scorrono pensieri e immagini di cui non si trova il senso e lo scopo. È ancora troppo presto per capire, la materia corporale torna ad essere salma immobile dopo qualche spasmo muscolare mentre la mente pian piano si disconnette ancora una volta.

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La senti scorrere senza tempo, un cane le si ferma di fronte. Il sole illumina e la luce trapassa la trasparenza che si staglia contro la dura pietra. Un uomo abbassa la testa e dalla cima scende sul collo fresco il percorso che trova tra la pelle e la stoffa. Un piccione si avvicina e becca e rompe la superficie, ma non la rompe veramente. Quante creature che vede passare, umane e animali… i piedi schizza ma essi vede sempre tornare.

 

F

1.

Valli di Lanzo

Sassi colorati, foreste fossili

Camminiamo, fango, Cristo

Un prato verde e una volpe

Ortica e senape selvatica

Vento

Occhi belli e un pandino verde che vibra

2.

Foreste fossili

La mente mi si svuota dai pensieri e viene colmata dall’odore fresco della pioggia

Pioggia che pulisce l’aria e sporca l’orlo dei pantaloni.

I miei occhi sono vigili e con la loro lunga coda spiano magnetizzati

Magnesite che luccica come sassi di fiume

Tutti belli se li guardi

Lasciali sul fiume, se li porti a casa si rovinano, sfioriscono, perdono la loro scintilla che si nasconde dentro agli occhi dall’iride magnetica

il fango si ripulisce

Si assorbono i calli sulle mani che suonano, che pizzicano la chitarra e la pelle

Ortica e senape selvatica

Scegli un sasso per me, solo uno.

 

Esercizi di stile

1.

ore 8:16

Uscita di casa mi incammino in direzione Porta Palazzo per andare al mercato. La rotonda tra i due corsi come sempre brulica di macchine che si fermano e ripartono.

All’angolo, dalla vetrina del Caffè Blanche, la solita vecchia signora gioca un gratta e vinci col suo pacchetto di sigarette poggiato sul tavolo. Era lì anche ieri pomeriggio, chissà se vincerà qualcosa stamattina.

2.Rumori

Slam!

Sbatto il portone alle mie spalle e il frastuono del traffico di Corso Regina mi segue, così come quello dei miei passi. Alla rotonda clacson e rombi di motore non mi fanno più sentire la musica in cuffia ma neanche i miei pensieri, che fastidio. Avvicinandomi al bar il volume delle auto si abbassa e lascia spazio al brusio di persone sedute ai tavoli e ai colpi di tosse rauca della vecchia che gioca. Tosse da fumatrice, palese.

Il tintinnio delle tazzine da caffè che sbattono tra di loro è l’unica sveglia che riesco ad apprezzare.

3.Odori

Uscita di casa vengo pervasa dal forte odore della città urbana. Lungo il marciapiede sporco il tanfo di polvere mischiato ad asfalto e piscio di cane. Motori che si accendono e spengono ininterrottamente rilasciano puzza di benzina che viene trasportata dal vento. passando vicino al bar mi immagino l’aroma forte del caffè espresso e il dolce profumo dei cornetti sfornati ancora caldi. La vecchia signora seduta invece sarà probabilmente circondata dall’odore di sigaretta spenta…

4.Metafora animale

Un brulichio di formiche ininterrotto.

Si muovono intorno al loro formicaio disegnando canali sopra e sotto terra.

Bloccata nella sua tana una vecchia talpa cieca gratta disperatamente, consumandosi le unghie. E’ persa, ritroverà l’uscita?

5.Similitudini del mare

Il marciapiede si fa percorso come fosse il flusso di un affluente che sfocia nel mare delle strade che si aprono. La rotonda di corso principe Oddone appare come un’isola circumnavigata da un parco giochi acquatico. le macchine sfrecciano e i semafori come fari guidano la rotta delle barche e navi disperse in questa piatta distesa urbana.

Il bar, rifugio di naufraghi ma anche di un’assidua giocatrice d’azzardo. Come una tartaruga allunga il collo rugoso dal ruvido gusci, o forse più come il periscopio di un sottomarino, per sbirciare il risultato del gratta e vinci.

6.Endecasillabi in rima

Uscendo di corsa dall’edificio

Scorron le macchine sul corso grigio

Al bar la vecchia gioca la fortuna

Come sale il sole e va giù la luna

7.Distratta

esco di casa di fretta, avrò sicuramente dimenticato qualcosa… bho, chissà!

Devo andare a porta palazzo al mercato a comprare un po’ di frutta e verdura poi il detersivo per il pavimento poi.. oddio qual era l’altra cosa? Ah sì il manico della scopa che si è rotto.

Passo la rotonda e per poco una bici non mi investe sulla ciclabile, il tipo in bici mi urla pure qualcosa, che scontrosa la gente di prima mattina!

Mi casca il telefono, per questo non lo ricompro buono, tanto mi casca sempre.

Passo di fronte al bar e c’è sempre sta signora che gioca d’azzardo! mi pare fosse qui anche ieri o l’altro ieri.. non ricordo. Quasi quasi mi faccio un caffè che ancora non l’ho preso, cerco il portafoglio nello zaino, di tutto c’è ma quello no.

Oh! lo sapevo che avevo scordato qualcosa, menomale che sono ancora vicino casa, torno indietro.

///

 

(Ludmilla Marzola)

Esercizi di stile

Partenza

E’ un pomeriggio di sabato e Marzia deve correre a lavoro per essere lì alle 17 in punto. Marzia è, però, sempre in ritardo, per di più le piace tergiversare l’arrivo passando per la caotica Porta Palazzo, dove finisce per spendere dieci buoni minuti tra un bofonchiato “permesso” e una spallata, arrivando così sul luogo di lavoro già sudata e affannata, ancor prima di incominciare il turno.

Ignoranza

Un altro inutilissimo pomeriggio di sabato da passare a dare da bere e da mangiare a persone che sono lì non per dirvertisi, no anzi, ma per il gusto di essere serviti. Marzia deve correre a lavoro per essere lì alle 17 ma diciamo che se la prenderà con comodo perchè, in fondo in fondo, il suo lavoro in nero sottopagato lo detesta a morte e quindi se ne fotte di arrivare puntuale. Come darle torto. Sa di avere i dieci minuti di ritardo politici e sa anche che se diventassero trenta non morirebbe nessuno, tanto sono più disperati i suoi capi di lei, e, alla fine, non interessa quando: l’importante è arrivare. Allora, giacchè è lì nei pressi, si fa un giretto per Porta Palazzo rallentando inevitabilmente il passo e seguendo il flusso di esseri umani come in processione. A destra e a manca, gente agitata la sorpassa a colpi di spallate e mezzi termini. Nessuno sa più chiedere permesso di questi tempi. Infatti, è solo pestando le scarpe ad una vecchia che riesce ad uscire di lì e prendere la via del ristorante. Quando nessuno più ci credeva, Marzia arriva a lavoro, pezzata e maleodorante. Salutando i suoi colleghi professa una devastante stanchezza e in questi casi che si fa? Mica ci si può privare di una sigaretta.

Sorpresa

Non ci credo! È un pomeriggio di sabato e Marzia deve correre a lavoro per essere lì alle 17 in punto? No vabbè, ma è incredibile! Quindi si è data una svegliata? Finalmente sta maturando la ragazza! Ah ma è in ritardo? Certo che non cambierà mai eh! Quando si dice che la volpe perde il pelo ma non il vizio! Questo proverbio l’hanno scritto pensando a lei, ci metterei la mano sul fuoco! Non mi dire che per arrivare qui sta passando per Porta Palazzo! Ci sarà un casino di gente a quest’ora, ma è pazza? Devo dire che se la prende proprio con comodo. Eccola che arriva, la vedo in lontananza. Ma è lei davvero? Marzia, ma come sei sudata! Dai, non essere così affannata e fa un bel respiro. Davvero hai trovato traffico? Ma non mi dire!

Vero?

Ma oggi è sabato, vero? Sai, i giorni sono diventati tutti uguali per me. E Marzia a che ora attacca? Alle 17 in punto, vero? Deve correre, vero? Scommetto che arriverà in ritardo, vero? Lo pensi anche tu? E vero che lei ha sempre il vizio di passare per Porta Palazzo, vero? Vero, vero… Chissà perché deve fare a tutti i costi quella strada, vero? Per carità, è breve, lì vicino, ma solo per l’ammontare di persone il tragitto si fa più lungo di dieci minuti, vero? Pensa se arrivasse a lavoro già sudata, ancora prima di incominciare il turno? Speriamo di no, vero?

Esclamazioni

Cavoletti di Bruxelles! Oggi è sabato! Questo pomeriggio Marzia deve correre a lavoro per essere lì puntuale alle 17! Mio Dio, è già in ritardo! Perbacco, lo è sempre! Passare per Porta Palazzo? Quanta gente! Che puzza! Qualcuno dica a quella signora di mettersi la mano davanti quando tossisce! Permesso!

Permessoo!! Oh no, Marzia! La sua maglia è già impregnata di sudore come se le 8 ore di lavoro le avesse appena finite! Marzia, ma che diamine! Adesso ti presenti?!

Dunque, cioè

Dunque, cioè, oggi è sabato pomeriggio. E, cioè, Marzia deve correre a lavoro dunque, cioè, per essere lì puntuale alle 17. Cioè, Marzia è sempre in ritardo ma le piace tergiversare e dunque, cioè, passa sempre per Porta Palazzo dove, cioè, spreca un sacco di tempo, cioè cè tanta gente dunque, cioè, non è facile camminare a passo spedito. ln più, con questo caldo, cioè, non si respira. Dunque, cioè, Marzia arriva a lavoro già affaticata e sudata, cioè lercia come se avesse appena staccato anziché attaccato.

 

Flusso di coscienza

1

L’abbraccio caldo di persone inaspettate rende la musica inebriante, il tempo che così scopre melodia e ritmo e scorre morbido e incessante. Vietati i baci sulle guance o le strette di mano, da domani le formalità non verranno ammesse. Certe carte colorate coprono spazi pieni di muffa. Vernice spray sui tuoi occhi solamente per dispetto e noia, niente di più. Abbracci caldi, abbracci indesiderati, abbracci stretti e abbracci ambigui e sudati e profumati e sporchi. Doccia di pietre sopra il tuo corpo nudo giusto perché bisogna ricordarsi, ogni tanto, di essere vivi. Non sarà la morte a raggiungerti ma la vita, la vita che quando ti colpirà d’un tratto ti farà scoppiare a piangere. Un abbraccio, non ti preoccupare: basterà un abbraccio.

2

Sono coricata sul divano. Una coperta mi scalda il corpo. La TV è spenta. L’unico rumore che investe la stanza è il ronzio persistente del frigo. Anche l’abbaiare del cane è abbastanza forte, sebbene venga da fuori. Il telefono al piano di sopra squilla. Per poco. Ma anche per tanto. Nessuno risponderà. Oggi il piano di sopra è vuoto. Non c’è il volume della televisione ad 80. È sparita la donna anziana che sedeva sopra una delle tante poltrone. Non pendono le solite sigarette light dalle sue labbra. Non posso vederla aggiustarsi gli occhiali da vista.

Fumo una sigaretta. È una Camel Blue. L’accendino l’ho comprato la mattina stessa. Aspetto il pullman alla fermata. Continuo a fumare. Io non sono veloce, ma la combustione sì. Penso a tante cose, come mi è solito fare, soprattutto nelle giornate nuvolose come questa. Penso al mare. Al nucleare. Non riesco a non rattristarmi.

Io. Io sono. Io sono qualcuno. Io sono qualcuno che sa. Io sono qualcuno che sa di non essere. Io sono qualcuno che sa di non essere sé stesso. Io sono qualcuno che sa di non essere sé stesso poiché non conosce. Io sono qualcuno che sa di non essere sé stesso poiché non conosce davvero il proprio io.

Mi sporgo dal divano con il capo. Temendo di precipitare, faccio ben attenzione a non cadere. Osservo scrupolosamente il mondo là fuori. Tra tanti, ti riconosco. Vedo te. Allungo un braccio. Con le dita, sfioro le tue. Provo a circondare uno dei tuoi polsi ma è troppo tardi. Mi sporgo più di quanto dovessi. Perdo l’equilibrio. Cado. Volo giù, ti oltrepasso. Sempre più giù. Dove sto finendo?

Bevo un caffè. Tenendo ben stretta la tazzina tra le mie dita, contemplo il liquido scuro. E mi ci immergo. Ho cambiato dimensione. Vivo nel caffè. Intorno a me, neanche una bollicina. Soltanto troppo zucchero. Eppure, c’è stato un sogno. Nel sogno io ero nel tè. Tu mi bevevi. Ed io piangevo. Piangevo perché non notavi la mia presenza, perché mi avresti dimenticato in fretta. E, in più, le mie lacrime erano velenosissime. Non volevo che tu mi bevessi. Ma lo hai fatto, invece.

I bambini piangono. Gridano. Non si capisce che cos’abbiano. Il salotto è piombato nel buio. L’orologio va avanti. Il ticchettio è assordante. Indubbiamente il tempo scorre. Anche se vorrei tornare indietro. Il vuoto è immenso. Il piano di sopra è ancora vuoto. Anche quello in cui mi trovo lo sembra. Cosa sono io? Presenza o aria?

///

 

(Reysla Samara Medonça)

Flusso di coscienza

Mi scoppia così tanto la testa che credo che Putin di certo non mi minaccerà con la sua arma nucleare è buffo pensare che al liceo mi facessi dare ripetizioni di matematica da uno che ha studiato fisica nucleare di certo mi suona come roba seria così come il termine con cui si definisce il mio compagno “project manager” che significa mi ricorda un po’ i titoli delle serie tv di moda stile Next in fashion Homemakeover special edition ha ragione il governo a fare la multa alla gente che parla inglese qua siamo tutti ignoranti sulla materia ma quando si parla di fakenews anche mia nonna ottantenne sa ormai cosa significa vorrei tanto sapere cosa si prova ad aver attraversato più secoli e visto il mondo cambiare così velocemente anzi, a ragionarci bene avrei paura caspita la batteria del mio PC è al 20% possibile che debba sempre scaricarsi quando ne ho più bisogno così come mia mamma che mi chiama ogni due per tre per cose inutili e per le cose importanti mi dice che non mi ha chiamato per non disturbarmi rispondesse mai quando la chiamo urgentemente inon inon inon inon ma perché incollano la scritta ambulanza al contrario mica la dobbiamo leggere dallo specchietto la sentiamo già la sirena e poi è riconoscibile il furgoncino con la croce Benedetto Croce lo trovo sempre citato nei testi ma ancora non ho capito chi cavolo fosse una volta la gente diventava famosa veramente ora ci si illude solo della grande visibilità ma quasi nessuno ha effettivamente un’influenza sugli altri siamo già un branco di stupidi con tutto il rispetto per i lupi che sono bellissimi e intelligentissimi ho anche dei amici che di cognome fanno Lupi ma di fatto sono altro che svegli mamma mia è già tardi e sono stanca ma è inaccettabile che il mio compagno dorma in trentasecondi e io ci impieghi millenni come se fossi divisa in basso alto e tardo medioevo è interessante che a mia nonna piaccia il colore marrone perché lei è scura di pelle e mettre il marrone in nounce come Kim Kardashian.

 

Maria e Madamin

MARIA
Lunedì
ore 7:00
Maria si sveglia, aspetta il suo turno per andare in bagno e si prepara per andare a lavoro.
ore 9:00
arriva a lavoro.
“Maria, pulisci tutta la casa, ma comincia dalla stanza di mia figlia che arriva dalla Spagna verso l’ora di pranzo”.
ore 11:00
mentre sta pulendo la stanza – con estrema cura – come se fosse la stanza di sua figlia, spera di poter mettere abbastanza da parte per ritornare nel suo paese a riabbracciare i suoi cari.
ore 12:00
“Maria, io esco! Dovrebbe arrivare un pacco dai pazienti di mio marito. Tu prendilo e portalo pure a casa tua.
Sta gente ci riempie di roba che non mangio.”.
ore 13:00
“Ciao Maria, mi puoi preparare una bella insalata che intanto mi faccio una doccia. Viaggiare mi fa impazzire! Ho da fare oggi pomeriggio, perciò non posso perdere tempo.”
ore 14:00
“Mamma, sei ancora a lavoro? Ma non fare gli straordinari che sai che tanto non te li pagano! Ti preparo una pasta col tonno, se ti va bene.”
ore 14:30
esce da lavoro. Guarda l’orologio e vede che ha solo poco più di un’oretta per mangiare.
Alle 16:00 dovrà essere in un’altra casa per pulire e già non vede di nuovo l’ora che sia domenica, per riposarsi un po’ e vedere i suoi amici in chiesa.

MADAMIN
Lunedì
ore 6:30
Suona la sveglia del marito. Lei non se ne accorge, è stanca perché ieri sera ha fatto tardi con le amiche al cinema.
ore 8:45
Suona la sveglia. Madamin non vuole alzarsi, ma pensa che tra un quarto d’ora arriverà Maria e non potrà farsi la piega se l’aspirapolvere è acceso.
ore 9:00
“Buongiorno Madamin, dormito bene?”
Madamin fa colazione e pensa a cosa vuole fare oggi.
ore 11:00
si prepara per uscire. Ancora non sa dove andare, ma non vuole di certo stare a casa con tutto il rumore degli elettrodomestici.
ore 12:00
è pronta. Ha deciso di andare a farsi un giro in via Lagrange.
ore 13:00
“Mamma, sono arrivata a casa. Forse mi vedrai solo la sera, perché tra un paio d’ore ho l’appuntamento con l’omeopata e poi esco con amici.”
ore 13:30
ha fame ed è indecisa in quale ristorante andare…
ore 13:45
“Cosa desidera signora?”
Madamin ordina del pollo alla griglia con contorno di patate al forno e carote.
ore 14:30
è annoiata, le tocca chiamare le sue amiche, così almeno oggi pomeriggio sarà in compagnia.

///

 

(Giorgia Pia)

Piccolo Burnout

Prefazione

Il fluttare delle emozioni di questo testo testo si riconnette, non solo al senso di cambiamento dato dal burnout (da utilitarismo), ma soprattutto nell’escamotage del mutamento meteorologico.
Qui, a 1807 mt s.l.m, il sentimento è chiarificato: terra nuvole grandine pioggia, diventano agenti nella cartina tornasole del mio corpo.
Piccolo burnout nasce come tratturo climax-climatico del mollare: la salvezza.

Hobéltè-Gressoney, 24 luglio 2023

1.

La foglia di Maranta Leuconera var Lemon Lime sdrucciola e ricade per mancanza di umidità perde il senso di forma accasciandosi ponderando tragedie di un suo sentirsi fuori posto, posto non accogliente nonostante i presupposti di luce umidità quarantanove percento soffre e si bruciacchia sui lembi solo perché non sta nei suoi novanta prediletti rinchiusa in una piccola terracotta smaltata tedesca paglierino che non rende giustizia alle possibilità di bellezza ma traduce tutto in un fittizio schema di simmetrie ordinate di bianco nero formalismo luccicante di led apposti per luminescenza anti ombra visiva e di raggi tutto si aggiunge ad essere un ocd di controllo con parvenze di disordine qui e là come piccole scappatoie alla pulizia del, all’ordine costituito, piante ribelli nella crescita sfondano se possono tutti i materiali gli spazi a loro concessi fossero l’ingiallimento o la morte esse stesse ribellioni da argilla espansa terracotta vetrini righe piani di truciolato mani e occhi alle finestre.

2.

Chi corre veloce poi non vede il lembo fogliare dell’alberello qui posto per grazia e mano umana quella lucina piccola radiale solare che passa e definisce di ombra bianca luminescente e a mandorla il bordo e quel piccolo movimento che con forza di ripercussione a terra crea il pattern, il layer della somma di tutte le teste di clorofilla energetica che porta lo scambio di O e CoDue che attraversa i polmoni tutti in una connessione che passa attraverso questa forma e quell’altra e poi potenzialmente tutte le altre e tutte quelle che non esistono.
L’ombra poi rimane l’unico appiglio a quel ricordo di libertà e sornione spensieratezza che non ho o non abbiamo, il manto di quadrifogli sui piedi caldi del cammino è un piccolo grido di ahhhhhhhhhh.

Ti giuro che non lavoro e non produco più e mi svalorizzo di questo senso perverso in un piccolo scorrere di cip-cip.

3.

Dall’esterno all’interno l’acqua corre riempe tetti greci e non siamo proprio lì ma siamo tutti altrove in un temporale magnifico ribelle lucido che si appiana piano piano nell’attesa del grigio e poi del dopo-grigio.
Lo scorrere di tutto di questo tempo spazio _ tempo spazio, battito di comprensione e della coscienza che solo quello che vedo e che è, è natura;
niente può o deve correre al di sopra e che il futuro di questo passo oltre è lì, niente che non sia questo.

 

*

 

 

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renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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