La parola alle armi è uguale all’arma della parola?

di Giorgio Mascitelli

In un articolo apparso sul New Yorker, nel quale prende le distanze dall’attuale movimento di occupazione delle università in solidarietà con Gaza, la scrittrice Zadie Smith ha svolto la tesi che “nel conflitto israelopalestinese le parole e la retorica sono e sono sempre state armi di distruzione di massa”. L’unica prospettiva realista, secondo l’autrice anglocaraibica, è il cessate il fuoco subito per salvare più vite umane possibili perché il discorso politico fatalmente tende a cadere in slogan, prese di posizione ideologiche, espressioni retoricamente obbligate che chiama con la parola shibboleth, ossia quelle parole particolarmente difficili da pronunciare per ragioni fonetiche da chi non appartiene al gruppo linguistico che le usa abitualmente e che pertanto diventano simboli di appartenenza a quel gruppo, insomma qualcosa di simile a quelli che in linguistica si chiamano ideologemi. Nel finale dell’articolo rivendica che la sua prospettiva è puramente umanitaria e si dichiara indifferente a tutti gli epiteti con cui rischia di essere chiamata con un’elencazione che vagamente ricorda il finale di Imagine.

Ora io penso che la tesi di Zadie Smith abbia alcune implicazioni politiche forse sgradite alla stessa scrittrice, ma assolutamente inevitabili da un punto di vista logico. La prima è che se le parole sono un’arma di distruzione di massa, significa che c’è una sostanziale continuità tra chi parla e chi bombarda, magari non con lo stesso livello di responsabilità, con un evidente alleggerimento della posizione morale e politica di chi bombarda. La seconda è che se le armi devono tacere, ne segue che anche le parole devono tacere, perlomeno tutte quelle parole che svolgono un ruolo di critica radicale, incendiano gli animi e generalizzano indebitamente delle accuse politiche. Ora, siccome è normale che durante delle proteste molti dicano cose sconsiderate, in questa prospettiva qualcuno potrebbe pensare che lo sgombero di un’università occupata e magari il licenziamento o la sospensione di qualche docente esagitato sia una forma di tutela della pace. Non so se Zadie Smith la pensi così, forse no, ma certo questa è la conseguenza di questo tipo di equiparazione.

L’aspetto paradossale delle sue tesi è che l’obiettivo da lei stessa dichiarato fondamentale del cessate il fuoco è raggiungibile solo con un’ondata di proteste che, come scrivevo sopra, sono sempre caratterizzate da quell’eccesso verbale che sarebbe l’equivalente di armi di distruzione di massa. Infatti tutto il bombardamento di Gaza si basa sul fatto che Israele gode della protezione statunitense qualunque tipo di violazione delle norme internazionali commetta e l’unico modo per incrinare questa protezione è quella di mettere in difficoltà politica l’amministrazione Biden. Naturalmente ciascuno è libero di credere che un movimento di lettori del New Yorker attento a calibrare attentamente le parole, soppesando le responsabilità, distinguendo, separando una legittima critica da un pregiudizio manifesto, senza intralciare la normale attività didattica e di ricerca metterebbe altrettanto in difficoltà l’amministrazione Biden, però non può rimproverare a uno scettico come me di credere che la cosa sia altamente improbabile. L’unico cosa che si può pretendere dallo scettico è di non mettere in dubbio la buona fede di questo ragionamento e mi guardo bene dal farlo.

Tra gli shibboleth che Zadie Smith cita vi sono da un lato ‘terrorista’ e dall’altro ‘sionista’ e ‘colonialista’ sono quelle parole con cui le due ali estremiste degli schieramenti etichettano le intere rispettive popolazioni incatenandole a identità immutabili. Purtroppo credo che lo shibboleth non stia nella parola in sé ma nella sua intenzione d’uso. Anche parole più rispettabili come ‘democrazia’ possono tranquillamente svolgere una funzione del genere: prendiamo per esempio questa dichiarazione del ministro dell’economia israeliano Nir Barkut, rilasciata in un’intervista al Corriere della sera il 9 maggio scorso, “Non possiamo contare su una democrazia palestinese. Con gli arabi questo sistema non funziona. C’è democrazia a Dubai o in Arabia? Da loro funzionano le tribù. Quindi perché non pensare a un futuro di comunità palestinesi”, naturalmente sotto controllo militare israeliano. Qui si vede come la parola ‘democrazia’ viene usata come discrimine per dividere coloro hanno diritto a un certo tipico di trattamento da coloro che ne sono indegni, legittimando nel contempo pratiche tipiche del colonialismo sudafricano e statunitense che democratiche non sono. La parola ‘democrazia’ diventa qui un meccanismo di giudizio razziale ed etnico, che distingue essere superiori dagli inferiori, e non un sistema politico storicamente dato, costruito per tentativi e mutevole nel tempo. Al contrario definire ‘colonialista’ un tale tipo di discorso è semplicemente un giudizio asetticamente tecnico che mette in luce le radici storiche e il collante ideologico di tale affermazione. E’ la guerra che fa lo shibboleth e non viceversa.

L’errore di prospettiva in cui incorre Zadie Smith è verosimilmente spiegabile con alcuni impostazioni culturali di fondo. Da un lato possiamo indicare l’ideale comunicativo del politicamente corretto che tende a considerare perfetta la comunicazione dalla quale nessuno si senta ferito, ma tale comunicazione finisce con il tendere all’anodino, quasi al grado zero del messaggio, per essere all’altezza del modello morale proposto; dall’altro l’idea di ascendenza liberale che l’origine della violenza nella storia, o quanto meno la sua causa più frequente, è nel fanatismo, nel quale solitamente la parola precede l’azione, particolarmente temuto perché respinge l’uomo nella superstizione e quasi nella ferinità della sua natura animale, trascurando la concezione di origine machiavellica che vede al contrario la violenza come espressione della razionalità strumentale del potere; senza dimenticare lo choc culturale (e il conseguente tentativo di ripristinare un ordine simbolico) di chi ha pensato di vivere con la globalizzazione nell’era più civile della storia e si trova di fronte all’orrore del massacro che proviene da parte di chi era dalla parte giusta della storia (perché si potrà dare tutta la responsabilità politica Nethanyau, ma il governo che sta agendo a Gaza è un governo di unità nazionale) e non da quella superata, per usare l’espressione con cui Obama redarguì Putin all’alba della guerra ucraina.

Le parole non sono mai un’arma di distruzione di massa, nemmeno le parole di coloro che hanno il potere sono armi in quanto tali, ma sono sempre dei sintomi di una decisione politica, con l’eccezione degli ordini, che però a loro volta sono dei performativi ossia parole che agiscono, atti linguistici a tutti gli effetti. Confondere la parola anche violenta con la violenza effettiva può essere il sintomo di una pericolosa confusione del mondo reale con quello mediatico, nel quale scompaiono tutte le differenze in un’unica notte spettacolare.

All’alba dei tempi, nel primo libro dell’Iliade, quando nel campo acheo scoppia la contesa tra Agamennone e Achille per Briseide, la dea Atena scende a fianco dell’eroe, che ha già posto la mano sull’elsa della spada per scagliarsi contro il capo supremo dei Greci, e gli dice di sfogare la sua rabbia con qualsiasi insulto, ma di non trascendere alla violenza. La distinzione è chiara ed è alla base della nostra civiltà, equiparare chi occupa un’università e protesta con chi bombarda significa ignorare l’avvertimento di Atena.

 

 

Print Friendly, PDF & Email

9 Commenti

  1. Buongiorno, dopo aver inviato una lettera sofferta alla redazione, rileggo il suo significativo articolo.
    La parola annienta più della spada. Tra gli ultimi versi che ho scritto dico che “Il dolore del corpo brucia in fretta”, è vero. Quello dell’anima no.
    Una volta mio padre mi disse ” Non ti resta che ucciderti”: sono sicura che lo stesse pensando e sentendo davvero.
    Io alzai la testa e sentii una forza immensa, mi dissi non ho niente, non ho nessuno, ma ho la mia vita.
    L’acciaio della spada non annienta ciò che c’è di più prezioso nell’essere umano, la scintilla dell’eterno. Per questo non bisogna avere paura della violenza fisica, anche se è profondamente umano averla, come Borsellino nei 57 giorni: ricordi i suoi occhi e le sue occhiaie.
    Io sono solo una donna che ha sofferto troppo per cause non sue. Se ho fatto qualcosa di buono posso ringraziare soltanto chi mi ha voluto bene davvero, come Francesco Forlani.
    Non ho risposte per cose più grandi di me.
    E non posso più dire, come scrisse Anna Frank alla fine del suo diario, “Malgrado tutto, continuo ad avere un’intima fiducia nella bontà dell’uomo”
    Grazie.

    • Francesco è un uomo la cui parola arriva portata dagli accordi delle “foglie morte”, la sera, quando tu, inopportuno come i tuoi demoni, ricevi l’inaspettata opportunità di sentire tutto in tutte le maniere.

  2. Ma quando mi toccarono nella scrittura, quando l’agente letteraria Rita Vivian, con crudeltà e cinismo mi disse Lei potrebbe anche smettere di scrivere, allora versai due interi flaconi di potenti neurolettici in un calice, perché pensai che dovevo morire con stile come avevo vissuto, e li ingurgitai.
    Un ex psichiatra ora morto, tale sorrentino, il mattino dopo mi disse che avrei dovuto morire sul colpo. Stetti un po’ rintronata per qualche giorno, poi tornai vispa. A presto

  3. Bisognerebbe far sapere agli intellettuali che il diritto di tacere è garantito anche nelle migliori liberal-democrazie.

  4. Nell’intervista di settimana scorsa concessa alla CNN, in cui spiega le ragioni del recente rifiuto di inviare bombe ad Israele, che potrebbero essere usate contro la popolazione civile palestinese, Biden, riguardo alle proteste studentesche, ha risposto: “Absolutely, I hear the message.” Sappiamo che le pressioni studentesche, le pressioni di una parte del suo partito e l’orizzonte delle prossime elezioni, hanno spinto Biden al primo atto concreto di disallineamento nei confronti del governo israeliano. Non è un gesto di poco conto, anche perché fa ben capire cio’ che gli USA potrebbero fare, e per ora non hanno fatto. Gli Usa potrebbero costringere Israele a cessare i bombardamenti, e persino costringere Israele a prendere in considerazione soluzioni politiche plausibili per una pace duratura.

    Ma qui la questione sollevata dal tuo articolo, Giorgio, è quella del ruolo delle parole, degli slogan politici che circolano nelle mobilitazioni studentesche. Ora un ruolo, un’efficacia, un effetto quelle parole (e quelle mobilitazioni) hanno avuto. Lo stesso presidente pur criticando ogni atto d’intolleranza politica e mettendo in guardia contro l’antisemitismo, ha ammesso di “aver ascoltato gli studenti”, che quindi non erano quella massa d’imbecilli e/o fanatici come venivano ampiamente dipinti dai media e dalle autorità. Le loro rivendicazioni, infatti, sono diventate a un certo punto “udibili”, “ascoltabili”, si poteva prenderle in considerazione. E’ probabibile che in mezzo a quelle parole se ne siano insediate di odiosamente razziste, antisemite, ed è molto probabile che vi siano stati gesti d’intolleranza politica (che non c’entrano con l’antisemitismo). Questo accade nelle situazioni di democrazia diretta, come quelle che hanno messo in atto gli studenti bloccando il corso normale delle loro istituzioni per parlare di cose reali, urgenti, insostenibili, come il massacro della popolazione civile di Gaza. Quello che questi ragazzi hanno fatto è una importante assunzione di responsabilità: hanno chiesto alle istituzioni che loro stessi pagano (le università) d’interrompere le relazioni con quelle istituzioni israeliane che sono in modi più o meno diretti implicate nell’azione dell’esercito israeliano a Gaza e nelle colonie. Gli studenti sapevano che non potevano fare molto di più di questo, concretamente. E simbolicamente, hanno espresso il loro dissenso nei confronti dell’immagine che l’Occidente (gli USA) stanno dando della giustizia internazionale, della giustizia tout court. Come tu ben dici, Giorgio, su certe questioni “non è possibile realizzare delle comunicazioni dove nessuno si senta ferito”. Questa è una frase importante, sui cui si dovrebbe molto ragionare. Perché ferire gli altri, fornisce certo di noi stessi un’immagine non agelica, non immacolata. Ma quando si è confrontati con i demoni della guerra e della distruzione indiscriminata, è difficile parlare con voci angeliche, prive di paura e di collera.

    Infine caro Giorgo, sottoscrivo pienamente quanto scrivi: “Qui si vede come la parola ‘democrazia’ viene usata come discrimine per dividere coloro hanno diritto a un certo tipico di trattamento da coloro che ne sono indegni, legittimando nel contempo pratiche tipiche del colonialismo sudafricano e statunitense che democratiche non sono. La parola ‘democrazia’ diventa qui un meccanismo di giudizio razziale ed etnico…”

    Tutto questo condannerà per gli anni a venire, di fronte al resto del mondo, e di fronte a una parte della propria gioventù, quei dirigenti occidentali che ancora vogliono raccontarsi di essere i migliori del mondo. Basta mettere un piede fuori dall’Occidente, per capire come esso sia già guardato con un misto di rabbia e compatimento. Per molti anni, si trattava di un misto di rabbia e ammirazione. Oggi il Sud del mondo sta risolvendo le sue contraddizioni interne, e all’ammirazione subentra un più coerente compatimento.

  5. Grazie per le tue osservazioni. Comunque ritengo che questo articolo di Zadie Smith rappresenti l’implosione di alcune logiche del politicamente corretto, semplicemente perché il conflitto è visibile a occhio nudo e quindi i discorsi che fino a ieri erano credibili non lo sono più.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

articoli correlati

Non fare come Cesare Pavese

di Simone Redaelli
Promettimelo, dimmelo, devi dirmelo, forza, è l’unica, dico l’unica cosa che ti chiedo, dimmelo che non farai come lui, non fare assolutamente come lui

Su I pruriti del giovane Letale

di Marco Berisso
Le avventure di Aldo Letale raccontate dall'amico Paolo Palese in una società a metà tra tecnocrazia e teocrazia in una chiave parodica e comica

La selezione muta delle forme

di Matteo Camerini
Il feto affiorò dalla terra umida alle radici dell’albero; era la fine di febbraio. La scorza scura del mandorlo, come roccia annerita dal fuoco, faceva da contrasto ai fiori rosacei che annunciavano la loro esatta e inesistente stagione.

Invece è già dopo. L’irrealtà concreta di Demetrio Marra

di Matteo Cristiano
Se non sappiamo come continuare, è perché si sono abbandonate le speranze di cambiamento sussunte dal pensiero dominante. Da questo momento si costruiscono le altre realtà

Vorrei Parigi adesso

di Giovanna Cinieri
Ho paura che un camion mi travolga. Temo di finire tagliata in due da una lamiera o che un tronco a punta trasportato da un vecchio furgone sulla strada provinciale per Martina Franca mi trapassi.

Cari tutti

di Alberto Pascazio
Quando si lanciarono di sotto, Ada e Michele rimbalzarono. Per sessantatré anni avevano superato insieme le loro ostili intimità.
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: