Le mandorle

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di Giovanni Palilla

Conta le mandorle, conta, ciò che era amaro e che ti teneva sveglia, contami tra loro a partire dalla notte in cui mi ritrovai a spiegarti, con il sorriso beffardo di chi sa tutto ma con lo sdegno interiore dovuto al giudizio che io avevo per te – sentimento, questo, che tu non potevi vedere, certo, non si possono vedere i sentimenti, ma dovevi pur percepire che c’era qualcosa nella tua persona per cui provavo una profonda repulsione – mi ritrovai a spiegarti cosa fossero le affinità elettive, e me lo chiedesti proprio mentre stavamo per compiere un reato, un duplice reato, a essere precisi: il primo, il furto del manoscritto del professore di lingua tedesca, sottratto di notte all’università dal suo studio, dentro al quale ci eravamo intrufolati proprio come fanno i ladri, i veri ladri, categoria al quale noi non appartenevamo fino a quel momento, categoria al quale io per primo non sarei mai appartenuto se tu non avessi rubato tutta la mia attenzione nelle settimane precedenti; il secondo, atti osceni in luogo pubblico: eri così felice di esserti impadronita del manoscritto, di averla fatta franca (ma non potevi sapere che sarebbero risaliti a te), così accesa che quella fiamma si trasformò in desiderio voluttuoso e volesti prendermi in un angolo di Campo Santa Margherita, non curante di due ragazzi che si fermarono a guardarci per tutto il tempo mentre mi abbracciavi, a cavalcioni su di me, affondando le unghie nella mia schiena, talmente forte che potevo sentirle anche con il cappotto ancora addosso, non mi avevi dato nemmeno il tempo di spogliarmi di qualcosa.

Potrei ricordare tanti avvenimenti risalenti a quei giorni: la cattiveria con cui avevi studiato tutto nei minimi dettagli è sicuramente degna di un romanzo di Carrère; eppure, nella mia mente si fa largo con prepotenza solo il ricordo di te seduta in cucina, il giorno dopo, mentre sbucci le mandorle. Le avevi bollite e adesso, una a una, con la stessa cura con cui pianificavi la rovina della gente, toglievi loro la pellicina con addosso i guanti, perché il contatto con la loro pelle ruvida ti faceva arrossare le mani. Quando mi vedesti, mi accennasti subito un sorriso, togliesti i guanti e mi amasti sopra il tavolo, non curante della tua coinquilina che, nella stanza affianco, sentiva il rumore ritmico e tribale dei nostri corpi che sbattevano l’un l’altro mentre preparava l’esame di Filologia germanica, che avrebbe provato per la seconda volta.

Ricordo di quando dentro il battello fitto di gente, che prendemmo in uno di quei pomeriggi piovosi in cui alle cinque sembra già notte fonda, io che ti sussurravo all’orecchio, ma come fai a vivere in questa città, quasi a volerti convincere ad andartene via o a buttarti dentro il canale, mi mettesti una mano dentro ai pantaloni, eri talmente disinvolta in faccia che nessuno poteva mai sospettare quello che tu stessi facendo in realtà, e non ti fermasti finché non mi sentisti gemere. Ricordo che ti girasti e portandoti un dito dentro alla bocca, leccandolo, dicesti, mh, sa di mandorla amara.

Ricordo di essere entrato in questura e di aver detto, questo video me l’ha mandato il complice, ma vuole restare anonimo. Avevi pianificato tutto, ma non avevi pianificato me: non ti eri accorta che con il cellulare non mi limitavo ad illuminare il tuo crimine, chiaramente sullo schermo si vedeva il volto pieno di disprezzo per il tuo professore mentre aprivi i cassetti per cercare il suo manoscritto che subito dopo mettesti online chissà dove. Eri diventata troppo, e io non ti bastavo mai. Gusto l’amaro che devi aver avuto in bocca nel momento in cui hai appreso come erano riusciti a trovarti. E sì, mi sorprende che tu non sia venuta a cercarmi e a portarmi giù con te in fondo al canale. Leggo il tuo nome sul giornale, poi lo metto via, spengo la sigaretta e mi incammino, ho un appuntamento con mia moglie. Lungo la strada sento in bocca, per tutto il tempo, il sapore della mandorla amara.

1 commento

  1. “Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati.” In questo caso ricorderà al protagonista il reato duplice commesso dalla sua donna e relativa redenzione finale…ben scritto, ad ogni modo. Trovo sempre affascinante il potere dei racconti: condensare una storia in poche parole, senza sottrarre al lettore gli strumenti dell’immaginazione degni di un romanzo. Bravissimo 👏🏻

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Il materiale deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I tempi di lettura sono lunghi. Pubblico i testi che mi piacciono avvisando in anticipo l'autore, ma in caso di mancata pubblicazione non posso rispondere, mi dispiace.
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