Forma lavoro n°1 / Nome di un animale
[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no, nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei periodici soprassalti. È adesso Alessandra Cava, poetessa e traduttrice, a proporre un suo personale progetto di esplorazione del “lavoro”, attraverso voci inedite in Italia della poesia francese contemporanea. Settimana scorsa un pezzo di Gaia Benzi. a. i.]
da Antoine Mouton, Nom d’un animal (La Contre Allée, 2025)
traduzione di Alessandra Cava
Ho perso il lavoro.
L’ho cercato bene, non lo trovo più.
Come se il solo vero lavoro
fosse stato sotterrare
e non lasciare tracce.
Impiegato per sparire.
Ingaggiato per scavare un buco
e finirci dentro.
Il lavoro mi è caduto dalle mani, dove avevo la testa? A quanto pare scalciava in due o tre punti del corpo. Ma se ho fatto resistenza è stato a mia insaputa. Nell’insieme ero docile, nei dettagli un po’ meno. Ho lo stomaco fazioso, il polmone sedizioso, la milza sovversiva.
Basta qualche organo eversivo
per creare una zona dissidente.
Fare cancella.
…………….Fabbricare dissipa.
………………………………….Obbedire dissolve.
Sottomettersi distrae da sé.
………………………………………………………………………………………Appartenersi?
………Perché?
Avevo messo in un cassetto le mie esigenze. Avevo rassettato il desiderio, rivestito le attese, pettinato l’entusiasmo. Nessun sogno aveva mai oltrepassato la porta della mia camera, nessuna collera aveva attraversato le pareti della mia pancia.
Lasciavo il mondo dominare dentro di me
e andavo a cercare altrove
una possibile libertà fuori da me.
Ma ero fuori di me perché non potevo essere libero.
Parlare mi è successo senza premeditazione.
Tutta colpa dell’aver visto
quello che accadeva
e quello che non.
E poi in ogni caso
i sentimenti si faranno più densi.
E così tutto quello che ho fatto l’ho fatto con amore.
Questo la dice lunga sull’amore.
Ho fatto i compiti, ho fatto un viaggio in Italia e la spesa, ho fatto storie e casini, ho fatto i piatti e il muso lungo, il furbetto e il palo, ho persino fatto il morto aspettando di trovare di meglio – non c’è dunque nient’altro da vivere se non fare?
…………………Che fare?
………………………………………………………………………………………………E come farlo?
E cosa posso dire
quando spesso ho dovuto opporre
fare
e pensare?
Vivere e parlare?
Allora ho fatto le mie ore.
Le ho fatte, ogni settimana.
Come la gallina l’uovo.
Ma ho spesso mancato d’essere.
E avrò fatto il mio tempo senza mai averne.
Buongiorno, sono ministro e ho appena messo a punto un veicolo per ricondurre le persone verso l’impiego.
Le persone deviano dall’impiego, è molto seccante. Le si vede dappertutto, tranne che al lavoro. Le si vede per strada, le si vede sulle panchine, le si vede senza motivo.
Sono ministro e terrò il volante. E metterò la sicura per i bambini.
Il problema del lavoro è che dentro ci sono delle persone.
E ci sono addirittura delle persone che non sono dentro.
Le persone sono al bar. Bevono caffè, c’era da immaginarselo. Parlano oppure no, fanno ciò che vogliono, anche se spesso le persone fanno ciò che non vogliono.
Ed ecco due che portavano avanti una bella conversazione prima di entrare, ma si sono seduti e non hanno trovato più niente da dirsi. Il caffè è servito, loro sono bloccati. Intorno a loro alcuni affrontano un tema cruciale. Aspettavano questo momento da molto tempo. Il bar offre occasioni.
Quindi c’è molta gente. E poche persone si conoscono. Si incontrano dei turisti, stanchi di vedere tutto. Hanno bevuto caffè in Australia, in Italia, in Mongolia, in Cile, nel Mali, a Napoli Tripoli Bali Delhi, e adesso qui. Alla fine della loro vita avranno bevuto tutti i caffè del mondo. Ci sarà un buco nella loro pancia che li condurrà all’altro capo della Terra.
Conosciamo il proprietario, simpatizziamo col cameriere, cogliamo l’occasione per fare una telefonata. Veniamo per leggere la griglia del cruciverba completata da qualcun altro, come fosse un messaggio a noi destinato. Ci concediamo un calo di pressione sotto sorveglianza. Eravamo già qui ieri alla stessa ora. E per molti di noi è il solo luogo in cui poter ordinare.
Pensiamo anche a quelli che non vediamo mai. Poiché l’invisibile è al bar. Davanti alla tazzina, ci si trova al buio. Lo inghiottiamo in un lampo, provoca in noi qualcosa. L’emozione ci afferra, il ricordo si affaccia. Facciamo il buono e il cattivo tempo, oppure una lavata di capo a qualcuno che non se lo aspettava.
Se è tutto pieno non mi lamento, il mio bar è anche delle persone che non conosco: tornerò domani, più tardi, mai. Un giorno le persone non tornano. Al lavoro lo si nota, qui no.
Le persone si distribuiscono intorno ai tavoli a seconda dell’ora di arrivo. Di tanto in tanto vengono qui per motivi politici. Talvolta per questioni personali. Particolari. Strane. Inammissibili. Indefinite. Per cambiare aria. Per cambiare vita. Per lamentarsi di quello che è cambiato. Ogni sorta di ragioni conduce alla tazzina. Il conto arriva senza commenti. In questo grande tutto la mia tazzina è minuscola, ma mi fido di lei.
Vorrei trovare un lavoretto.
Che possa stare in tasca, che entri in testa e non ne esca più.
Che faccia il giro della testa per contenere i miei pensieri.
Cerco un lavoro che non strabocchi, come una vasca da bagno con un buco.
Non mi dispiacerebbe lavorare un poco, un po’ qui e un po’ là, senza decidere. Sarebbe di mio gusto.
Cerco un lavoro che abbia i miei stessi gusti. Per il momento, assaggio.
Cerco un lavoro senza retrogusto amaro, con note legnose nel finale.
Cerco un lavoro che entri tutto intero nella mia vita senza allargarla.
Cerco un lavoro compiuto, che abbia già dato i suoi frutti.
Cerco un lavoro in forma di frutto, ma di cui non resti che il torsolo.
Cerco un lavoro docile, amabile e sorridente.
Che abbia la mia stessa identica età.
Con un taglio a scodella e delle lunghe ciglia.
E un po’ di conversazione.
Cerco un lavoro che mi parli, ma solo nei giorni in cui ho voglia di ascoltarlo.
Cerco un lavoro lento, che si prenda tutto il tempo. Il suo tempo, non il mio.
Cerco un lavoro irregolare, con i bordi tutti storti, i contorni sfumati.
Cerco un lavoro che giochi.
Cerco un lavoro con gli occhi bene aperti, visibile ma anche veggente, fosforescente.
Cerco un lavoro effervescente, che possa dissolversi in un bicchier d’acqua.
Cerco un lavoro che non mi riguardi, che non mi chieda di partecipare.
Cerco il lavoro che sappia trasformarmi in ciò che non sono abbastanza. Chiudo gli occhi, mi ci vedo, mi ci trovo bene.
Quello che preferisco del lavoro, è cercarne uno che possa andarmi bene.
Purché non mi succeda mai.
Di fatto cerco un lavoro, ma non è vero.
Sono ministro e penso che non si consenta abbastanza alle persone di risollevarsi.
Le persone possono strisciare, trainare, saltellare.
Possono squattare, zigzagare, ondeggiare, manifestare, palpitare, mantenere la rotta o rompersi.
Scorrazzano, si dimenano, vagabondano,
ma non si risollevano abbastanza.
Sono ministro e ho un punto di vista:
le persone sono troppo inoccupate.
Sono ministro e ho delle idee.
Per esempio: ridurre la disoccupazione di massa.
Ridurre la massa della disoccupazione.
Rendere la disoccupazione più leggera almeno quanto lo yogurt.
Creare una disoccupazione senza peso né volume, una disoccupazione diffusa, che galleggi nell’aria.
La si percepisce appena. Alcune persone riescono a sentirla (c’è odore di disoccupazione qui), ma non tutte.
Nella mia visione del mondo la disoccupazione diventa spettrale furtiva innocua una mollica di pane una nuvola di latte l’ultimo dei nostri pensieri l’ago nel pagliaio. Il lavoro prende peso volume muscolo grasso importanza. Il lavoro è dappertutto, impossibile evitarlo. Occupa persino i retrobottega e i binari morti.
Ovunque si potesse ancora bighellonare, ormai si lavora.
Il lavoro ha tentacoli allucinanti, pseudopodi deliranti.
Il lavoro emana feromoni galvanizzanti.
Il lavoro è talmente dappertutto che si trova anche nella disoccupazione.
I disoccupati diventeranno presto
dei lavoratori come gli altri.
Ho delle competenze non tecniche. Condivido la mia vita con dei non-umani. La mia professione è una non-scelta. Esco da un periodo di non-attività che ho vissuto non senza timore. Il nonsense è l’umorismo che preferisco. Prima di essere un non fumatore, ero un non non fumatore.
Eppure ho detto sì a tutto.
Ho imparato a dissociarmi dalla violenza.
Ma non a proteggermi da quella che mi viene inflitta.
A te piace quando il ministro comincia il suo discorso con: quello che i francesi non comprendono? Preferisci quando dice: quello che la gente si aspetta? Credi di aspettare qualcosa che non arriva o di non capire cosa succede veramente?
Testimonianza: avevo molti obblighi nel mio lavoro. Tutti i gesti che facevo erano studiati, cronometrati, sorvegliati e talvolta rettificati, o forse aggiustati, pardon, mi è scappata la lingua.
E persino all’interno di questi gesti che non erano i miei ho trovato la libertà.
E persino con le parole dell’azienda, ho potuto dire cose personali.
All’inizio ne andavo fiero.
Poi ho pensato: se un giorno finissi in galera, riuscirei a dimenticare che sono imprigionato.
E all’improvviso mi sono reso conto: ma io sono imprigionato.
Ed è questa libertà che trovo a ogni costo che mi impedisce di vederlo. Questa capacità che ho di trovare la libertà in qualsiasi situazione che permette l’incarcerazione.
Le mie competenze
hanno finito per darmi
filo da torcere.
Testimonianza: ho avuto sempre tutto sotto controllo. Come un fachiro.
Andavo in ufficio tutti i giorni
e tutti i giorni la stessa strada che prendevo senza riflettere
ma un giorno la strada è svanita.
Era la fine di gennaio.
Sono stato sorpreso da un odore di fiori.
Ho cercato nei paraggi, non ho trovato niente
mi sono avventurato più in là
ho camminato e camminato ho errato
non ho ritrovato la strada.
Più alcun ricordo dell’indirizzo
il colore della porta, il nome dell’azienda
non mi ricordavo più di niente.
All’inizio mi sono preoccupato
poi ho pensato:
come ho fatto a non dimenticare prima?
⊗
Antoine Mouton è nato nel 1981. Ad oggi ha pubblicato undici libri – romanzi, racconti, poesie. Nom d’un animal è il suo libro più recente, pubblicato dalla casa editrice francese La Contre Allée nel 2025. La compagnia teatrale Jeanne Simone ha ideato una versione scenica danzata di questo testo, destinata allo spazio pubblico.
–
Forma lavoro è un progetto di Alessandra Cava che raccoglie materiali intorno alle parole d’ordine del lavoro, per maneggiarli o manometterli attraverso pratiche di scrittura, montaggio, traduzione.
