“Mi metto a posto io”, o dell’arte dell’incontro

di Lisa Ginzburg
A distanza di parecchi anni da quando mi ci sono imbattuta la prima volta, continua a risuonarmi nella testa una frase della fotografa Diane Arbus che scrivendo a margine del suo intensissimo lavoro di ritratti di “freaks” di varia sorta, nani, giganti, disabili, senza dimora, nudisti, diceva: “prima di scattare una foto, non cerco mai di mettere a posto loro. Mi metto a posto io”.
L’arte del ritratto, sia fotografico, pittorico, o in forma scritta, frutto di un incontro e di una conversazione, reso sotto forma magari di intervista – come che sia, “ritratto” come risultato di un’attenzione concentrata a considerare l’Altro e volerlo restituire al meglio nella forma espressiva che si è scelta, “funziona” e va a segno a proporzione di … di cosa? Secondo quale equilibrio misterioso, quale dosaggio quasi alchemico di me e dell’Altro, posso quell’Altro raccontarlo, farlo emergere, lasciarlo “dire”?
La questione (di fatto, quella del baudleriano “mon semblable, mon frère”), affrontata da fior fiore di letteratura filosofica (da Martin Buber a Lévinas, passando per Lévi Strauss, Susan Sontag e molti altri), in questi tempi di orgiastica auto-esposizione certo si è complicata. La possibilità di riuscire a descrivere il prossimo, tra i fasti nefasti della grande Fiera della Vanità in cui chi più chi meno boccheggiando tutti galleggiamo, pare farsi più esigua; sembra ridotta, così come ridottissime sono le nostre soglie di curiosità (autentica, e non solo invece pettegola o morbosa) nei confronti delle vite altrui, e diminuito il margine di tolleranza nel senso di sistema autoregolato di sopportazione degli altrui difetti, nevrosi, svarioni, tic.
Ma allora, che ne è del raccontare un Altro? Da poco mi è capitato di leggere il ritratto-omaggio offerto all’amico perduto Gianni Celati da Ermanno Cavazzoni (Storia di un’amicizia, Quodlibet 2026), libro scritto benissimo, e di sicuro sulla scia dei sentimenti i più intimi e affettuosi, ma dove curiosamente non ritrovo il Gianni Celati che se pur molto poco ho avuto la fortuna di conoscere. Rifletto: sarà perché siamo con ognuno un qualcuno diverso? o piuttosto, quel che non ritrovo nella smagliante e anche poetica prosa di Cavazzoni è l’ “aura” di Celati, la forza immane che si sprigionava dalla sua tenerezza?
Saper vedere l’Altro è saperlo ascoltare, ma anche, il poterlo restituire implica un mettersi in gioco sino in fondo noi. Noi osservatori, intervistatori, narratori, descrittori. Il “mi metto a posto io ” di Diane Arbus anche questo intendeva dire, penso. Mettersi in gioco grazie a un farsi da parte che non è, in un eccesso di tremebonda modestia, voler scomparire, e nemmeno un altezzoso volersi astenere dall’esprimere qualcosa di personale su di sé. Piuttosto, quel “mettersi a posto” è conformarsi alla porzione di spazio occupata dall’Altro. incastrare il proprio semi-pieno con quel pieno. In un gioco di equilibri simile a quello tra concavo e convesso, lasciato ogni fasto nefasto di vanità, impavida superbia, falsa modestia o scarsa autostima, trovare il punto medio di un contatto. L’equilibrio dell’arte dell’incontro, che funzioni da partitura alla forma di racconto dell’Altro che si è scelta.
A illuminarmi, da un quadernetto su cui l’avevo copiata non ricordo in che occasione, di sicuro quando ancora la profezia che la riflessione contiene non risuonava con la potenza di adesso, torna una citazione di Peter Handke (Il peso del mondo): “Il mito di Narciso: come se non fosse proprio la lunga e attenta contemplazione della propria immagine allo specchio (e in senso lato: del lavoro compiuto) a darci la forza e la schiettezza per osservare a lungo gli altri, mantenendoci estranei quantunque ci si sprofondi in loro! (Lo sterile narcisismo di moda oggi mi sembra corrisponda semmai a una posizione diametralmente opposta: corrisponde cioè all’estraneo fissare gli altri, con un’isterica partecipazione a priori, senza aver prima analizzato se stessi, partendo anzi dal rinnegamento del proprio io)”.
Forse a dover essere abbandonata è quel’ “isterica partecipazione a priori”. Il dosaggio, punto medio di ogni interazione, incomincia dall’equilibrio di un conoscersi abbastanza bene da potere insinuarsi e accomodarsi tra le pieghe della personalità dell’Altro. Finito di leggere il libro di Cavazzoni, la sera ho assistito alla proiezione di un film girato a Roma due giorni prima della fine del lockdown da pandemia di Coronavirus. S’intitola “Tutta mia la città”, lo ha girato il regista Matteo Dell’Angelo (insieme al rapper Danno, da un’idea di Karen Di Porto). Si compone di dialoghi con dei senza tetto, le cui storie di vita da loro stessi narrate rimbombano nel silenzio assordante della città deserta. Colpisce la fiducia con cui questi uomini e donne, nessuno più molto giovane, sia italiani che stranieri, tutti senza casa, i cuori gonfi di mille sentimenti, si raccontano davanti alla telecamera, sorridono piangono o ridono davanti agli sguardi (non visibili) di regista e produttrice intervistatori. La totale assenza di timore nell’aprirsi, come solo può essere quando dall’altra parte c’è qualcuno in ascolto che “si è messo a posto”. Che ha trovato un punto di ascolto non per rispecchiarsi, né per mettersi in mostra, né per nascondersi. Per incontrare, invece.
