Hannah Arendt e Martin Heidegger. Un “enigma” fatto di assenza-essenza

di Loretta Schievano
Possiamo intendere la scrittura epistolare come uno stile di comunicazione che tende ingenitamente a colmare un’assenza, una lontananza, tramite parole lasciate altrimenti inarticolate e mute. Un genere, quindi che tende ad unire due corrispondenti lontani tra loro. Ma questo tipo di comunicazione può avere una sua intrinseca peculiarità anche nel differire, procrastinare, scandire o congelare un tempo. Cicerone osservava, non a caso, che ci sono molti tipi di lettere (epistularum genera multa esse); certamente, esiste una necessità che giustifica il genus epistulare, vale a dire la comunicazione agli assenti (unum illud certissimum, cuius causa inventares ipsa est, ut certiores faceremus absentis).[1]
Talvolta, un carteggio può contenere anche il desiderio di un’aggiunta a qualcosa che già c’è; non solo il desiderio di sopperire a una mancanza o mantenere un legame.
Si tratta di questo, nel caso dell’epistolario tra Hannah Arendt e Martin Heidegger?
Cosa esisteva già tra loro, nel loro dialogo e nel loro modo di scriversi, e cosa no?
Arendt ed Heidegger si tenevano uniti sul filo di un’assenza sottoforma di quei loro carteggi o se ne servivano per affrancarsi da un rapporto altrimenti troppo vissuto?
Quella tra Arendt e Heidegger non si può dire un’assenza dilaniante, strappata a un vissuto comune che reclami, a gran voce, una quotidianità estorta. Sembra assumere più i contorni di una sfida a quella stessa assenza o sospensione che in parte rispecchia quella intercorsa lungo il tempo della loro conoscenza. Sembra anche racchiudere una scommessa, se non una promessa, alla solidità di un sodalizio esistenziale-intellettuale che, nonostante le ripetute interruzioni — soprattutto da parte di Arendt dopo l’adesione di Heidegger al nazionalsocialismo — non si è mai veramente incrinato. Una posta in gioco che sembra volere ancorare, in molti casi, il non vissuto ad un’altra forma e longitudine: in quello scambio rientra evidentemente anche il ruolo del silenzio; fosse, solo quello che scandiva i giorni di un tempo dilazionato, in grado pur sempre di annichilire la parola, ma in altri casi anche di riempirla di echi.
Certo è che docente ed ex allieva sembrano sospesi in un differire senza scampo in cui la loro comunicazione assume «un peso così dolce»[2] che tuttavia a malapena sembra dispensare o alleggerire dalla penosa assenza che cerca riparo nelle parole. Nello stesso tempo, sembra tramutarsi in una mutua cura che vorrebbe fare da ponte a quella sospensione — se non, peggio, a quella mancata forma delle loro vite nel momento in cui si sono incrociate e hanno continuato ad esserlo.
Eppure, un registro di complice e rispecchiante lucidità arresa all’«impeto»[3] trasbordante di quelle loro vite, così densamente vissute, sembra anche fare da collante a quell’intersezione in cui i due corrispondenti dispensano ogni umore da dentro tacendo un desiderio che potrebbe farsi troppo disimparato in superficie: come Heidegger vuol far credere che sia «disimparato» per lui il mondo da parte di un «montanaro» che discende in città.[4] Mentre Arendt sembra mantenersi sempre in una trattenuta se non prudente distanza, ma lasciando pur sempre affiorare il suo affetto e devozione.
Nondimeno, nonostante una distanza che non è solo geografica, Arendt e Heidegger percorrono un fitto intreccio di riflessioni che nonustante tutto li tiene uniti, solidali, e che in alcuni casi assume, almeno in Heidegger, una forma intensamente poetica vagamente romantica. In qualche modo, quasi un’unica matrice sembra unirli in quella scrittura che non rinuncia certo allo scavo, all’autenticità dell’uomo e della donna di pensiero.
Anche se talvolta le parole sembrano arrendersi di fronte a qualcosa che va oltre ad esse: «Il fatto che lei sia stata mia allieva e io il suo insegnante è soltanto l’occasione esteriore di quello che ci è accaduto»[5] scrive Heidegger alla sua ex allieva. Si potrebbe pensare che persino le loro parole, pur in tutta l’importanza del loro ruolo — più per il professore, in realtà, che per l’ex allieva — potessero essere se non qualcosa di esteriore anche di fronte alla funzione ed essenza più importante del loro stesso rapporto. Qualcuno ha sospettato questo, perlomeno nel caso di Heidegger.
Secondo la lente psichiatra di un biografo di Heidegger, lo psichiatra P. Matussek (1997), la sua intimità sarebbe rimasta impermeabile al pubblico, asserragliata in un riserbo che rasentava il patologico. Intimità, peraltro, che sembrerebbe vistosamente contrastare con quella che Matussek intendeva diagnosticare come una personalità irriducibilmente eccentrica, continuamente alla ricerca delle luci della ribalta, mai paga delle conferme del suo pubblico, che egli lusingava con la sua esuberante capacità di incantarlo con il suo pensiero e la sua capacità oratoria; ma fredda nel privato.
Da questo punto di vista, si dovrebbe dire che in alcuni passaggi delle lettere ad Hannah il pensiero di Heidegger accetti persino, quasi catarticamente, il lavacro delle emozioni, anche là dove esse dovessero preferire una forma poetica per acquisire una sorta di minima giustificazione formale. E così Heidegger sembra abbandonarsi spesso e volentieri a un respiro poetico quando scrive paragrafi come questo: «Sotto il temporale, sulla via del ritorno, eri ancora più bella e grandiosa. E io avrei voluto trascorrere con te notti intere a passeggiare».[6]
Che Heidegger, alla luce del profilo quasi spietato sulla sua intimità e inclinazione amorosa, fosse quasi inadeguato, secondo P. Matussek (1997), nei confronti dell’amore, non sembra potere spiegare formulazioni sull’amore tanto lucide come quando afferma che «L’amore trasforma la gratitudine nella fedeltà verso noi stessi e nella fiducia incondizionata verso l’altro»; o ancora: «La vicinanza è […] l’essere alla massima distanza dall’altro — una distanza, che non porta a confondere nulla — ma pone il «Tu» nel trasparente — ma inafferrabile — puro e semplice essere-qui di una rivelazione».[7]
Il presunto «manierismo» della scrittura e del pensiero di Heidegger, secondo P. Matussek, sembra lontano dalla foggia genuina con cui Heidegger sembra scrivere ad Hannah. Sebbene, con una distanza talvolta paternalistica, ma giustificabile alla luce della differenza anagrafica tra i due, nonché dell’ex ruolo di docente di Heidegger e quello dell’amata allieva Arendt.
Sempre secondo Matussek, ma anche Safranski, la vita pubblica di Heidegger lo avrebbe assorbito quasi completamente, offuscando volutamente da parte sua quella intima: la sfera privata sarebbe risultata persino «debole» a fronte di una «fissazione» per l’immagine pubblica che avrebbe agito da «compensazione» a quella carenza.[8] Matussek non tarda a giudicare la riservatezza di Heidegger come sintomo di una «palese incapacità», fino ad avanzare persino la formula biografica di un «enigma Heidegger».[9]
Heidegger sarebbe, in compenso, rimasto attratto dalla giovane Hannah, fino a non intendere rinunciare al loro rapporto, ma nemmeno al suo matrimonio, con il risultato di «compartimentalizzare»[10] la sua vita e la sua dimensione interiore al fine di gestire la vita affettiva parallela e mantenere l’immagine pubblica di marito fedele. A questo fine, avrebbe anche costretto Hannah a lasciare Marburgo. Hannah Arendt, da parte sua, sembrerebbe avere cercato sempre di comprendere la sfera intima di Heidegger, chi egli fosse con massima devozione, pronta a difenderne la grandezza. Disposta ad intravedere, dove ci fosse stata una mancanza da parte di Heidegger, qualcosa che aveva a che fare più con il suo «carattere»,[11] che ella definì semplicemente assente. E sarebbe interessante capire davvero cosa intendesse Arendt con tale assenza, e anche per «carattere».
Nel modo in cui sembrava alludere a quella mancanza e a quella componente si direbbe che Arendt fosse disposta a considerarla una parte di sé (dell’essere un individuo), su cui si poteva quasi soprassedere, come una dimensione sussidiaria a qualcosa di più alto e decisivo di ciò che può determinare l’essenza di una persona; qualcosa che potesse abbastanza facilmente scagionarsi – certamente, nel caso di Heidegger.
Forse una risposta si può trovare proprio tra le tante pieghe del carteggio tra Hannah e Martin. Nonché svelare, almeno in parte, anche quell’ipotetica «assenza» che comporterebbe lo scriversi tramite lettere, oltre all’implicito registro comune che spesso tiene uniti chi si scrive, e allo stesso modo teneva uniti Martin e Hannah. Scrive, infatti, Hannah a Martin: Tra due persone accade che talvolta, assai raramente, nasca un mondo. Questo mondo è poi la loro patria, era comunque l’unica patria che noi eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla, quando uno se ne va via. (H. Arendt, lettera del 27 nov. 1970).
[1] Cfr. M. Neger, Epistolare Narrationen. Studien zur Erzähltechnik des jüngeren Plinius, Narr Francke Attempto Verlag GmbH, 2021 Tubingen, p. 23. Hutchinson (1998) proprio nello studio dello stile epistolare di Cicerone rinviene nelle sue lettere molti tipi di narrativa diversa, come uno stile atto a informare (Ibidem).
[2] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, Ed. di Comunità, Torino 2001, lettera di Hedegger del 21.11.25.
[3] M. Heidegger, cit., lettera del 25.04.25.
[4] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, Ed. di Comunità, Torino 2001, lettera di Hedegger del 14 sett. 25.
[5] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 10.11.25.
[6] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 27.11.25.
[7] H. Arendt, M. Heidegger, Lettere 1925 – 1975 ed altre testimonianza, cit., lettera di Hedegger del 21.11.25.
[8] Cfr. P. Matussek, Martin Heidegger, in Terapia analitica della psicosi. Volume 2: Applicazioni, Berlino, Heidelberg, New York 1997, pp. 49–78 [Ristampa 2001], p. 3
[9] Cfr. P. Matussek, cit., p. 2.
[10] Cfr. P. Matussek, cit., p. 15.
[11] Cfr. Ibidem.
