I mangiafemmine
Gianni Biondillo intervista Giulio Cavalli
Giulia Cavalli, I mangiafemmine, Fandango libri, 2023
Torna in questo romanzo lo scenario distopico di DF, luogo che abbiamo conosciuto in Carnaio e Nuovissimo testamento. Cos’è esattamente DF?
Avevo bisogno di un luogo non riconoscibile e non volevo correre il rischio che potesse essere associato nel nome a una zona d’Italia., settentrionale, meridionale o di centro. Quindi ho deciso un acronimo e da grande amante di Roberto Bolaño il Distrito Federal dei suoi romanzi.
I mangiafemmine è, se mi permette, una distopia fallita. Sembra invece un romanzo tragicamente realista, leggendo la cronaca di questi ultimi anni.
Talvolta ho la sensazione che si bolli la letteratura come dispotica per non doverci fare i conti. Filippo La Porta su Repubblica definisce il romanzo “iperrealista” e sono d’accordo con la sua definizione. La legalizzazione del femminicidio per decreto – come si immagina nel libro – è molto improbabile ma la normalizzazione della strage continua mi pare che sia già in essere. Non c’è nulla di profetico nel libro: molte delle dinamiche politiche e sociali sono diffuse non solo nel nostro Paese. La letteratura semplicemente mi permette di spingermi molto più in là, dicendo il non detto, estremizzando certe posture. Nei giorni di uscita del libro imperversava sui media italiani il dibattito dopo l’uccisione di Giulia Cecchettin e molti “mangiafemmine” si sono materializzati quasi adiacenti ai miei personaggi. Era facile, è la banalità del male.
L’attenzione alla lingua della politica, così cinica e credibile, è figlia della sua esperienza in passato di consigliere regionale?
Da giornalista osservo, studio e scrivo di politica tutti i giorni. Al di là degli atti formali mi appassionano i comportamenti. L’antropologia della politica svela spesso una ferocia inaudita nonostante si mimetizzi nelle pieghe di apparenti ragionamenti. La nikefobia dei candidati, l’attaccamento atavico alla sopravvivenza intesa come mantenimento del potere li ho ritrovati spesso.
Perché, da uomini, non possiamo esimerci dalle nostre responsabilità di genere?
Perché siamo dei privilegiati semplicemente perché maschi e non riconoscere il proprio privilegio è una violenza. E perché il germe che porta al femminicidio molti passi prima nuota nelle piccole sopraffazioni quotidiane. Io non mi sento solo responsabile: io mi considero colpevole. Io ho letto e ho ascoltato le parole che ci fanno rabbrividire solo quando c’è una donna ammazzata e invece fanno bestialmente sorridere in uno spogliatoio o al bancone di un bar.
(precedentemente pubblicato su Cooperazione, nel 2024)
